lunedì, febbraio 20, 2017

Deontologia forense: sospensione del procedimento disciplinare per pregiudizialità penale.

“La sospensione del procedimento disciplinare per pregiudizialità penale può essere disposta, ex art. 295 c.p.c, in caso di identità dei fatti, nella sola ipotesi in cui sia stata esercitata dal P.M. l’azione penale nei modi di cui all’art. 405 c.p.p. con la formulazione dell’imputazione e la richiesta di rinvio a giudizio. Conseguentemente, non sussiste alcun obbligo di far luogo alla sospensione del disciplinare nel caso in cui il procedimento penale sia ancora nella fase delle indagini preliminari.” 

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Orlando), sentenza del 14 aprile 2016, n. 70 Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Salazar, rel. Savi), sentenza del 14 aprile 2016, n. 77.

NOTA: V. ora l’art. 54 L. n. 247/2012. In senso conforme, tra le altre, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Ferina), sentenza del 24 settembre 2015, n. 143, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Mariani Marini), sentenza del 16 luglio 2015, n. 96, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Vermiglio, rel. Neri), sentenza del 16 luglio 2015, n. 98, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Picchioni), sentenza del 28 aprile 2015, n. 67, nonché Cass. Civ. 10974/2012.

sabato, febbraio 18, 2017

Deontologia forense: radiazione dall’albo a seguito di condanna penale.

L’avvocato condannato ad anni di reclusione compromette gravemente l’immagine che la classe forense deve mantenere al fine di assicurare la sua funzione sociale con responsabilità nei confronti dei cittadini, sì da meritare la massima sanzione disciplinare (Nella specie, il professionista veniva condannato per riciclaggio, appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta. In applicazione del principio di cui in massima, il CNF ha ritenuto congrua la sanzione della radiazione)”.


Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Sica), sentenza del 8 aprile 2016, n. 66

mercoledì, febbraio 15, 2017

L’avvocatura dei Presidenti e dei Consiglieri.

C'era una volta l'avvocatura, fatta di personcine brave e preparate. Poche, rispetto alla popolazione, e per questo si trattava di una categoria facoltosa.
Ma il potere solleticava molte persone: gli avvocati, infatti, erano organizzati in consigli, e come si sa chi fa parte di un consiglio deve essere chiamato consigliere.
Per non parlare poi di chi doveva presiedere il consiglio, che per forza di cose doveva essere chiamato presidente.
Per poter chiamare un po' tutti consiglieri e presidenti, furono create commissioni, sicchè crebbero i presidenti (di commissione) e comparirono i componenti della commissione per lo studio del diritto comparato dello stato di Quark.
La corsa alle nomine era ormai inarrestabile: e nelle aule di udienza, era tutto un sussieguoso dispiegamento di presidenti e consiglieri, che si ossequiavano gli uni con gli altri. Ma non bastava.
Occorreva la plebe festante: e così il numero degli avvocati fu aumentato a dismisura, e furono ammessi tra i corridoi dei tribunali persone che mai e poi mai sarebbero diventati presidenti o consiglieri.
Raggiunto lo straordinario numero di 250.000 avvocati, i consessi presidenziali e consiliari appoggiarono, esternamente, la voce che si, forse 250.000 erano troppi.
Nacque una bella polemica: erano i controllori che dovevano controllare, o i controllati che non dovevano approfittare della distrazione dei controllori?
Gli abbiamo dato un dito, si prendono tutto il braccio, poffarbacco... Come sta finendo lo vedete tutti quanti.
Semplicemente non si capisce più niente. Clienti che ci odiano, commissioni disciplinari stracariche di arretrato, consigli che non vengono rinnovati, regolamenti elettorali al vaglio della magistratura amministrativa.
E' stato bello. Lo sarà ancora, anche se qualcuno si accanisce a fare cose che io, personalmente, non capisco: vogliono giocare a chiamarsi presidenti tra di loro.
Facciano. A me basta che continuino a chiamarmi Avvocato, perchè quello sono e quello so fare.
Rispettosamente Vostro.
Avvvocato Giuseppe Caravita di Toritto 
Uno di duecentocinquantamila

mercoledì, febbraio 01, 2017

Deontologia forense: il procedimento disciplinare può essere innescato anche da uno scritto apocrifo.

“E' pacifico che il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati abbia il potere-dovere di promuovere d’ufficio l'azione disciplinare allorquando venga a conoscenza di fatti lesivi dell'onore dei professionisti iscritti e del decoro della classe forense.
L'esercizio di tale potere non è condizionato dalla tipologia della fonte della notizia dell'illecito disciplinarmente rilevante (conf. ex plurimis Sez. Unite sent. n. 406 del 1999). Ne deriva, quindi, l’irrilevanza della apocrificità o meno dell’esposto attribuito alla xxx.
Esso, infatti, ha costituito l’innesco occasionale per accertamenti officiosi, dai quali è scaturito l'esercizio dell'azione disciplinare, giammai una fonte di prova. Del resto, persino in sede penale gli elementi contenuti in denunce - addirittura anonime - possono stimolare l'attività d’iniziativa del P.M. e della P.G. al fine di assumere dati conoscitivi, diretti a verificare se dallo scritto possano ricavarsi estremi utili per l'individuazione d’ una notizia criminis (Cass. pen., sez. VI. Sent. n. 34450 del 2016. Morfeo)”.
Corte Cassazione – Sez. Unite Civili sent- n. 25633 del 14.12.2016.

venerdì, gennaio 27, 2017

Idee contro interessi di casta.

Ieri si è assistito alla contrapposizione clamorosa tra due idee diverse su quali siano i problemi della giustizia.
Da una parte il Presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, che ha concentrato la sua attenzione sul funzionamento della giurisdizione, la funzione dei magistrati, le garanzie da fornire alla società. E ci ha spiegato quali siano le sue idee, le proposte, le correzioni da fare.
Dall’altra parte Piercamillo Davigo, che si è posto alla testa della protesta dell’Anm e che di tutti i problemi sollevati da Canzio non ha voluto neppure sentire parlare. Ha detto che a lui al momento interessa una cosa sola, che è al di sopra di tutte le altre: le pensioni dei magistrati.
Ha posto una meschina questione sindacale? No, per la verità ha posto una chiarissima questione di potere. Le idee contro gli interessi di casta Perché i magistrati sono l’unica categoria di lavoratori al mondo la quale non chiede di andare in pensione un po’ prima ma un po’ dopo.
Perché? Appunto: potere che si perde, potere che non si vuole perdere. Tutto lì.
Davigo ha cercato ieri di smentire questa versione dei fatti, e ha spiegato che lui non si oppone all’anticipo della pensione per i magistrati ( a settant’anni, che non sono pochissimi) ma si oppone alla deroga ( di un anno) per alcune alte cariche, decisa dal governo.
Perché – dice – in questo modo il governo si è potuto scegliere le alte cariche ( e il riferimento è esplicitamente a Canzio, che, in assenza di proroga, avrebbe dovuto andare in pensione il 31 dicembre).
Per sostenere che il governo si scelga a proprio comodo le alte cariche, e leda in questo modo l’autonomia della magistratura, ci vuole parecchia fantasia. Chi elegge il presidente della Cassazione (che, appunto, ora è Canzio)?
Lo elegge il Consiglio superiore della magistratura, non il Consiglio dei ministri, né lo nomina il ministro, come avviene in molti altri paesi occidentali. E come è composto il Consiglio superiore? Per un terzo da politici eletti dal Parlamento, per due terzi dai magistrati, che votano sulla base delle candidature elettorali preparate e sostenute dalle correnti che si spartiscono l’Anm.
Vi sembra logico che il capo dell’Anm si impanchi per denunciare le intrusioni politiche nella nomina di una carica sulla quale, in pratica, il gioco dell coerenti dell’Anm ha potere assoluto?
A maggior ragione ieri è apparsa di grande evidenza la distanza tra la relazione di Canzio e la protesta di Davigo e dell’Anm. Il Presidente della Cassazione ha toccato i temi essenziali che riguardano la giurisdizione.
E ha avanzato delle critiche molto forti. In particolare sul processo mediatico, sulla giustizia- spettacolo, sui Pm “autoreferenziali”.
Ha proposto più controlli, per ristabilire i principi essenziali del diritto e del giusto processo. Si è occupato della rapidità delle inchieste, della prescrizione, della corruzione, del reato di clandestinità, del terrorismo internazionale.Ciascuno può applaudire Canzio oppure dissentire.
Può entrare nel merito, discutere. Che tristezza invece quei rappresentati di una parte della magistratura che non hanno voluto neanche ascoltarlo, e son rimasti fuori dall’aula a occuparsi solo di se stessi.
Piero Sansonetti 
27 Jan 2017

giovedì, gennaio 26, 2017

Comunicato Stampa dell'O.C.F. (giovedì 26 gennaio 2017).

"L'Organismo Congressuale Forense esprime apprezzamento per l'intervento del Ministro Andrea Orlando sulla necessità di introdurre l'equo compenso e sull'insostituibile ruolo che riconosce dell'Avvocatura e piena condivisione dell'intervento del Presidente del Consiglio Nazionale Forense, sulla necessaria partecipazione dell'Avvocatura nei processi di riforma in materia di giustizia.
Si apre, così, una nuova era di collaborazione nei rapporti tra avvocatura, magistratura e politica, che darà presto i suoi frutti nel miglioramento del sistema giustizia".
Il Coordinatore 
Avv. Antonio Rosa

APERTURA ANNO GIUDIZIARIO 2017.

venerdì, gennaio 20, 2017

Deontologia forense: ricorso al CNF e jus postulandi.

"Il ricorso al Consiglio Nazionale Forense in materia disciplinare è ammissibile solo qualora sia sottoscritto personalmente dall’incolpato munito di “jus postulandi”, ovvero sia sottoscritto da difensore iscritto all’albo dei professionisti abilitati all’esercizio davanti alle giurisdizioni superiori, munito di procura speciale conferita successivamente alla pronuncia della decisione del Consiglio territoriale ma prima della proposizione del ricorso al CNF, a nulla rilevando che la procura sia stata rilasciata nel procedimento dinanzi al Consiglio locale la quale infatti non può estendere i suoi effetti anche alla fase giurisdizionale che si svolge davanti al C.N.F." (Nel caso di specie, il ricorso al CNF -non pure sottoscritto personalmente dall’incolpato- veniva proposto a mezzo di avvocato privo di procura speciale. In applicazione del principio di cui in massima, l’impugnazione è stata dichiarata inammissibile).

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Sica), sentenza del 31 dicembre 2015, n. 269.


NOTA. In senso conforme, tra le altre, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Logrieco), sentenza del 31 dicembre 2015, n. 259, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Logrieco), sentenza del 31 dicembre 2015, n. 258, Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Logrieco), sentenza del 28 dicembre 2015, n. 203, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Sorbi), sentenza del 24 settembre 2015, n. 152, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Allorio), sentenza del 13 marzo 2015, n. 44, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Salazar, rel. Salazar), sentenza del 10 giugno 2014, n. 90.

martedì, gennaio 17, 2017

Interruzione del PCT dal 20 gennaio 2017.

Il portale dei servizi telematici ha appena comunicato di avere programmato un aggiornamento dei sistemi PST giustizia, con conseguente interruzione di alcuni servizi telematici, a partire dalle ore 17.00 del 20 gennaio 2017. 
Saranno, pertanto, resi indisponibili tutti i servizi informatici del settore civile ed, in particolare:
– La consultazione e l’implementazione dei registri di cancelleria;
– L’aggiornamento (anche da fuori ufficio) della consolle del magistrato;
– Il deposito telematico di atti e provvedimenti da parte dei magistrati;
– Tutte le funzionalità del portale dei servizi telematici;
– Tutte le funzioni di consultazione da parte dei soggetti abilitati esterni;
– I pagamenti telematici.
Rimarranno attivi i servizi di posta elettronica certificata e sarà, quindi, possibile il deposito telematico da parte degli avvocati, dei professionisti e degli altri soggetti abilitati esterni anche se i messaggi relativi agli esiti dei controlli automatici potrebbero pervenire solo al riavvio definitivo di tutti i sistemi.
Il riavvio dei sistemi è previsto a partire dalle ore 24.00 del 21 gennaio 2017 e sino, al massimo, alle ore 8.00 del 23 gennaio.

martedì, dicembre 13, 2016

La prima traccia di civile dell’esame avvocato 2016.

Nel corso della seconda lezione di equitazione all’interno del maneggio della società Alfa, il piccolo Tizio, figlio dei signori Beta, viene disarcionato dal cavallo e cade rovinosamente a terra. Condotto al Pronto soccorso e sottoposto a controllo radiografico, al piccolo viene diagnosticata una forte contusione al polso destro e applicato un tutore mobile per la durata di 20 giorni.
Poiché, tuttavia, anche decorso tale periodo, il bambino continua a lamentare una evidente sintomatologia dolorosa e non riesce a muovere la mano, i signori Beta lo fanno visitare da uno specialista che, dopo aver effettuato una radiografia in una diversa proiezione, si avvede dell’esistenza di una frattura (non evidenziata al momento della visita al Pronto soccorso) che, a causa del tempo ormai trascorso, non può più consolidarsi se non attraverso un intervento chirurgico, da effettuarsi quanto prima.
Malgrado l’intervento chirurgico venga eseguito a regola d’arte, con conseguente immobilizzazione dell’arto per i successivi 45 giorni, anche dopo le sedute di riabilitazione (protrattesi per i successivi 60 giorni) il piccolo riporta una invalidità permanente del 6%.
I signori Beta si recano quindi da un legale e, dopo aver esposto i fatti sopra detti, aggiungono: – che il cavallo montato dal piccolo Tizio aveva già mostrato, fin dall’inizio della lezione, evidenti segni di nervosismo, tanto che l’istruttore era già intervenuto due volte per calmarlo; – che al momento dell’iscrizione del proprio figlio al corso la società Alfa aveva fatto loro sottoscrivere una dichiarazione di esonero da ogni responsabilità per i danni eventualmente derivanti dallo svolgimento della pratica sportiva; – che, ove prontamente diagnosticata, la frattura avrebbe potuto consolidarsi senza necessità di ricorrere all’intervento chirurgico; – che per l’intervento chirurgico e per la successiva riabilitazione (effettuati entrambi in strutture private a causa dell’urgenza), avevano dovuto sostenere la complessiva spesa di euro 10.000,00.
Il candidato, assunte le vesti del difensore dei signori Beta, rediga un motivato parere illustrando le questioni sottese al caso in esame e prospettando le azioni più idonee a tutelare le ragioni dei propri assistiti.

martedì, novembre 15, 2016

CONSIGLI AD UN GIOVANE AVVOCATO.

Lascia perdere, siamo troppi. Ci vuole il numero chiuso all'Università. Ma tanto questo problema tu lo hai superato.
Esami più difficili, ma anche questo, se sei avvocato, non è più un problema tuo. Lascia perdere, non si guadagna.
E' vero, c'è una crisi che morde, e le classi borghesi ne stanno pagando il conto, e anche pesantemente. Lascia perdere, non c'è lavoro.
E allora perchè c'è questa guerra per essere presidenti, consiglieri, avvocati in generale? Dove non c'è acqua non c'è vita.
Cosa vuol dire, che siamo una massa di imbecilli che per puro masochismo dà il cuore e la testa, senza portare a casa denaro? Il lavoro c'è. Bisogna vedere chi lo piglia.
Bisogna che ognuno faccia il suo, e che gli avvocati - schiavi siano aboliti. Io voglio le società di capitali.
Qualcuno mi deve spiegare perchè da un lato si pretende purezza e doti virginali, e dalla altra parte impazzano le cripto società organizzate dalle banche, dalle assicurazioni.
Qualcuno mi deve spiegare perchè ci sono studi con 60 avvocati, di cui 59 stipendiati e uno milionario.
Qualcuno mi deve spiegare perchè le mediazioni possono essere gestite in forma societaria, e gli affari legali no. E comunque, non è questo il punto.
Ti hanno fatto arrivare sino ad avere il titolo di avvocato. Sei un avvocato.
Non ti fare incantare, e vai dritto per la tua strada.
Uno come te, Avvocato, una volta giovane. Fummo quello che siete, sarete quello che siamo.

Avv. Giuseppe Caravita

L'appello civile "motivato" (Corte Appello Napoli sent. 30.03.2016).

mercoledì, novembre 09, 2016

Cassazione Civile: no alla liquidazione automatica del danno da "fermo tecnico" (sent. 18773-2016)

Ocf, coordinatore entro il 20 novembre.

Completata la lista dei candidati alla guida dell’Organismo congressuale forense. Tutti gli ordini degli avvocati hanno infatti eletto i propri rappresentanti che correranno per far parte dell’Ocf.
In campo sono scesi i presidenti dei Coa, segno che il nuovo «sindacato» degli avvocati sarà appannaggio degli ordini territoriali, che già con l’Agorà istituita dal Consiglio nazionale forense avevano cominciato a guadagnare posizioni nella definizione della linea politica dell’avvocatura.
Con le associazioni forensi che, dopo la cancellazione dell’Oua, sembrano ora ai margini della categoria, e saranno consultate «ove ritenuto» dall’Ocf.
Prova ne è il fatto che i presidenti di Consigli dell’ordine degli avvocati in corsa per far parte dell’Ocf sono 26 su un totale di 51 candidati: oltre la metà.
Da ricordare che la sola carica incompatibile con quella di presidente di Coa è quella di coordinatore dell’Organismo.
 I candidati forti per la guida dell’Ocf sembrano essere Sergio Paparo, presidente del Coa di Firenze (tra i promotori dell’organismo), e Alessandro Vaccaro, alla guida del Coa di Genova.
In corsa, però, anche Mauro Vaglio, presidente dell’Ordine di Roma, che candida pure tesoriere (Antonio Galletti) e segretario (Pietro Di Tosto), Armando Rossi, alla guida dell’Ordine di Napoli, e Francesco Greco, presidente del Coa di Palermo.
In lizza, inoltre, i presidenti delle Unioni territoriali, Sandro Callegaro (Unione Emilia Romagna), Antonio Rosa (ex presidente Unione Triveneto e coordinatore del coordinamento dei Coa), Giovanni Malinconico (presidente Unione Lazio).
Intanto, quanto alla data delle elezioni dell’Ocf, il 21 e 22 ottobre si è riunito il coordinamento dei Coa e delle Unioni territoriali forensi, che hanno messo a punto una bozza di regolamento dell’Ocf e indicato come data papabile per le elezioni quella del pomeriggio del 18 novembre o, al più tardi, la mattina del 19.
La bozza di regolamento messa a punto dal Coordinamento degli ordini prevede la pubblicazione, sul sito dell’Organismo, dei dati relativi alla presenza e alla partecipazione dei singoli componenti alle adunanze dell’Ocf.
L’Organismo è convocato dal coordinatore almeno una volta al mese e in ogni caso in cui vi sia necessità o urgenza.
L’ordine del giorno viene inviato anche al Cnf e alla Cassa forense e ai consigli dell’ordine.
Il coordinatore è nominato dall’Ocf nella prima adunanza a maggioranza semplice, coordina i lavori dell’ufficio di presidenza del Congresso nazionale forense, ha la rappresentanza legale, presiede le adunanze, ha la direzione delle attività e si confronta con i componenti dell’ufficio di coordinamento.

Gabriele Ventura

lunedì, ottobre 31, 2016

De Cataldo, manettari e mafia capitale..........

Giancarlo De Cataldo è un famoso magistrato che lavora come giudice alla Corte d'assise di Roma e nel molto tempo libero, beato lui, che riesce a ritagliarsi nell'ambito della sua faticosa vita da giudice negli ultimi anni è riuscito a crearsi una spettacolare vita parallela in cui ha mostrato di possedere diversi talenti. Sia da scrittore, sia da drammaturgo, sia da sceneggiatore.
In questa sua vita parallela, negli ultimi tempi, De Cataldo, penna rapida e accattivante, si è imposto come scrittore e sceneggiatore di successo prima con "Romanzo Criminale" (scritto nel 2002, sceneggiato nel 2005) e poi con un libro che, per stessa modesta ammissione di De Cataldo e dell'altro autore Carlo Bonini, ha anticipato la sceneggiatura di Mafia Capitale: "Suburra", da cui il regista Stefano Sollima ha tratto il suo omonimo film.
 Nelle ultime settimane però il caso ha voluto che il nome di Giancarlo De Cataldo sia tornato al centro dell'attenzione non per la sua generosa attività di scrittore ma per la sua attività di magistrato.
In particolare, da un po' di tempo a questa parte, il nome di De Cataldo è diventato sinonimo di un caso che si è aperto al Csm e che ci dice molto non tanto di chi è Giancarlo De Cataldo (un bravo magistrato, un ottimo scrittore) ma di che cosa si rischia quando all'interno del circo mediatico-giudiziario si gioca con alcune parole e alcuni concetti tipici della gogna.
Il caso di De Cataldo è arrivato qualche mese fa al Consiglio superiore della magistratura per una ragione semplice e pur essendo noi del Foglio i più garantisti del reame per una volta, per descrivere il caso De Cataldo, abbiamo scelto di utilizzare i verbi e le parole (le metteremo tra virgolette) che i professionisti del circo mediatico utilizzerebbero se il soggetto in questione non fosse un magistrato. La storia è questa.
Il giudice della Corte d'assise di Roma, De Cataldo, è stato "pizzicato" a conversare "amabilmente" al telefono con "il braccio destro di Massimo Carminati", Salvatore Buzzi, ex capo della Cooperativa 29 giugno, uno dei protagonisti del romanzo giudiziario di Mafia Capitale.
In queste conversazioni telefoniche, che solo quando riguardano i magistrati vengono definite fino all'ossessione "penalmente non rilevanti", mentre di solito per i professionisti del circo mediatico-giudiziario finire in un brogliaccio è l'anticamera dell'essere colpevoli di qualcosa, in queste conversazioni, si diceva, la "coppia De Cataldo-Buzzi" mostrava una "certa confidenza" (tredici telefonate e sms) che ha insospettito la procura di Roma, che per questo ha portato il caso al Csm per valutare l'incompatibilità ambientale del giudice.
In queste conversazioni "il boss della cooperazione" informava il consigliere della Corte di appello della capitale dell'arrivo in una delle sue cooperative del boss Massimo Carminati, di cui lo stesso De Cataldo aveva a lungo scritto all'interno dei suoi romanzi (Carminati è il "Nero" di "Romanzo Criminale", e il giustizialista collettivo di solito di fronte a casi come questo aggiungerebbe un magnifico "non è un caso").
Oltre a questo, il "braccio destro di Carminati" è stato "beccato" a "spifferare" al telefono un'altra "verità scomoda": ha offerto come investimento al giudice De Cataldo di comprare obbligazioni emesse dalla stessa Cooperativa 29 giugno. E stando alla documentazione agli atti del Csm, il magistrato si fece "persino" inviare il prospetto informativo dell'iniziativa finanziaria (e in questi casi, il giustizialista collettivo, per corroborare la tesi infila una bella frase di un'intercettazione, tipo questa allegata agli atti del Csm, in cui Buzzi parla al telefono con l'amico imprenditore Marco Clemenzi: "Oh, d'i a Diddi [legale di Buzzi, ndr] che ha aderito pure il giudice De Cataldo eh").
La procura di Roma ha chiesto così al Csm di valutare gli estremi della compatibilità ambientale del giudice e mercoledì 26 ottobre il plenum del Csm ha bocciato la richiesta di archiviare la pratica e ha bocciato la richiesta di far tornare gli atti in Commissione per l'avvio della procedura di trasferimento d'ufficio.
Il dubbio, anticamera della verità. A noi garantisti, che a differenza dei grillini conosciamo a memoria solo un articolo della Costituzione ma conosciamo quello giusto (articolo 27, si è innocenti fino a prova contraria) la spiegazione data da Giancarlo De Cataldo ci sembra logica, lineare e convincente e non ci faremo certo influenzare dalle molte e simpatiche telefonate intercettate di Buzzi (come quella in cui "il braccio destro di Carminati" dice al telefono a De Cataldo. "Ti abbiamo candidato a futuro sindaco di Roma: dai chirurghi agli scrittori e poi saresti più divertente").
Il ragionamento dello scrittore magistrato è perfetto e il discorso si potrebbe chiudere così: De Cataldo dice di aver conosciuto Buzzi nel 1989, quando era magistrato di sorveglianza; dice di non avere nulla da rimproverarsi perché Buzzi all'epoca di quei contatti era per tutti, istituzioni comprese, il "simbolo del detenuto rieducato"; dice che sì è vero Buzzi voleva soldi ma "io non ho mai sottoscritto obbligazioni"; e dice che non c'era nessuna ragione allora per sospettare nemmeno "minimamente che l'uomo avesse subìto l'involuzione che sarebbe poi sfociata nel procedimento Mafia Capitale".
Per noi, ma chi siamo noi per giudicare, il caso è chiuso, e concordiamo con il dottor Armando Spataro, magistrato, quando dice che il tono delle telefonate era chiaramente "scherzoso" e che quei colloqui "dimostrano la fiducia di Giancarlo nell'uomo nuovo, un uomo diverso da quello che aveva inizialmente conosciuto".
Per noi il caso è chiuso ma la storia di De Cataldo ci permette di soffermarci su alcune liturgie talebane che si innescano quando il mondo del circo mediatico-giudiziario si ritrova ad affrontare casi simili a questi.
A voler seguire quelle liturgie, De Cataldo sarebbe colpevole fino a prova contraria. E la sua colpevolezza sarebbe resa evidente dal fatto che - un manettaro sintetizzerebbe senz'altro così la storia se il protagonista non fosse un magistrato - "le intercettazioni dimostrano un legame sospetto e una confidenza innegabile con il braccio destro di Massimo Carminati che rende oggettiva l'esistenza di una incompatibilità ambientale del magistrato amico del boss". Invece no.
La storia di De Cataldo ci dimostra e siamo certi che ci dimostrerà una serie di cose importanti. A: usare la parola "presunto" non è un reato ma è un obbligo quando si parla di un caso giudiziario; B: essere intercettati mentre si parla al telefono con un indagato non significa essere "legati" a quell'indagato; C: non tutto quello che ci raccontano le intercettazioni corrisponde a verità; D: l'anticamera della verità non è il sospetto ma è sempre il dubbio; E: l'abuso dell'espressione "incompatibilità ambientale" nel linguaggio mediatico- giudiziario ha creato una discrezionalità tale nell'utilizzo di questa espressione che qualsiasi cosa ormai può essere considerata un indizio di incompatibilità ambientale.
Tutto questo lo sappiamo. E oggi lo sapranno meglio sicuramente Giancarlo De Cataldo (il quale non ci pare però che abbia scritto editoriali indignati quando la stampa massacrava il ministro Giuliano Poletti, "reo" di essere stato fotografato nel 2010 a una cena con Buzzi) e tutti coloro i quali di solito quando sotto la gogna non ci passa un magistrato passano con disinvoltura come dei trattori sopra l'articolo 27 della Costituzione.
Il caso De Cataldo è una fiction. Ma, come dimostra Mafia Capitale, la fiction, si sa, spesso può diventare un caso giudiziario. Speriamo che almeno con De Cataldo questo non accada.
di Claudio Cerasa 
Il Foglio, 31 ottobre 2016