mercoledì, maggio 15, 2019

I caratteri costitutivi della cd “truffa contrattuale”.


Cass. Civile Sez. I - Sent. Num. 12852/2019 - Presidente: BISOGNI -Relatore: NAZZICONE - Data pubblicazione: 14/05/2019. 

 “Nella c.d. truffa contrattuale, ai sensi dell'art. 1439 c.c., i raggiri usati devono essere tali che, senza di essi, l'altra parte non avrebbe prestato il proprio consenso per la conclusione del contratto, ossia quando, determinando la volontà del contraente, abbiano ingenerato nel “deceptus” una rappresentazione alterata della realtà, provocando nel suo meccanismo volitivo un errore da considerarsi essenziale ai sensi dell'art. 1429 cc.
Ne consegue che a produrre l'annullamento del contratto non è sufficiente una qualunque influenza psicologica sull'altro contraente, ma sono necessari artifici o raggiri, o anche semplici menzogne, che abbiano avuto comunque un'efficienza causale sulla determinazione volitiva della controparte e, quindi, sul consenso di quest'ultima (ex multis: Cass. 20 gennaio 2017, n. 1585; Cass. 27 ottobre 2004, n. 20792)”.

martedì, maggio 14, 2019

La distinzione tra l’estorsione e l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

Cass. Penale Sez. II- Sent. num. 20236/2019 - Presidente: DIOTALLEVI - Relatore: PACILLI - Data Udienza: 07/05/2019. 

“Questa Corte (Cass. Sez. 2, n. 46288 del 28/06/2016) ha già chiarito che il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona e quello di estorsione, pur caratterizzati da una materialità non esattamente sovrapponibile, si distinguono in relazione all'elemento psicologico del reato, in quanto, nel primo, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella convinzione non meramente astratta ed arbitraria, ma ragionevole, anche se infondata, di esercitare un suo diritto, ovvero di soddisfare personalmente una pretesa che potrebbe formare oggetto di azione giudiziaria.
Nel secondo, invece, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella consapevolezza della sua ingiustizia (in motivazione la Corte ha precisato che l'elevata intensità o gravità della violenza o della minaccia di per sé non legittima la qualificazione del fatto ex art. 629 cod. pen. - potendo l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni essere aggravato, come l'estorsione, dall'uso di armi - ma pub costituire indice sintomatico del dolo di estorsione).
Inoltre, ai fini della configurabilità del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, occorre che l'autore agisca nella ragionevole opinione della legittimità della sua pretesa, ovvero ad autotutela di un suo diritto suscettibile di costituire oggetto di una contestazione giudiziale, anche se detto diritto non sia realmente esistente.
Tale pretesa deve corrispondere perfettamente all'oggetto della tutela apprestata in concreto dall'ordinamento giuridico e non mirare ad ottenere un qualsiasi quid pluris, atteso che ciò che caratterizza il reato in questione è la sostituzione, operata dall'agente, dello strumento di tutela pubblico con quello privato.
Ciò premesso, nell'ipotesi in cui il creditore ponga in essere una minaccia per ottenere il pagamento di interessi usurari, è certamente configurabile il delitto di estorsione e non quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, poiché l'agente è necessariamente consapevole di esercitare la violenza o minaccia per ottenere il soddisfacimento dell'ingiusto profitto derivante da una pretesa contra ius, essendogli negata la possibilità di far valere un diritto tutelabile con l'azione giudiziaria, in considerazione dell'illiceità della pretesa (Cass. Sez. 2, n. 9931 del 01/12/2014)”.

sabato, maggio 11, 2019

Il valore probatorio del verbale d’accertamento d’infrazione.


Cass. Civile Sez. Lavoro - Ord. Num. 12363/2019 - Presidente: D'ANTONIO - Relatore: GHINOY - Data pubblicazione: 09/05/2019. 


“Il verbale di accertamento dell'infrazione fa piena prova, fino a querela di falso, con riguardo ai fatti attestati dal pubblico ufficiale rogante come avvenuti in sua presenza e conosciuti senza alcun margine di apprezzamento o da lui compiuti, nonché alla provenienza del documento dallo stesso pubblico ufficiale ed alle dichiarazioni delle parti, mentre la fede privilegiata non si estende agli apprezzamenti ed alle valutazioni del verbalizzante né ai fatti di cui i pubblici ufficiali hanno avuto notizia da altre persone, ovvero ai fatti della cui verità si siano convinti in virtù di presunzioni o di personali considerazioni logiche (Cass. S.U. n. 12545 del 25/11/1992, Cass. n. 23800 del 07/11/2014).
Per le parti non coperte da efficacia probatoria privilegiata, il materiale probatorio è liberamente valutabile e apprezzabile dal giudice, unitamente alle altre risultanze istruttorie raccolte o richieste dalle parti (Cass. n. 15702 del 12/08/2004, n. 9251 del 19/04/2010)”.

giovedì, maggio 09, 2019

La “data certa” della scrittura privata non autenticata.

Cass. Civile Sez. II - Ord. Num. 12093/2019 - Presidente: GORJAN - Relatore: VARRONE - Data pubblicazione: 08/05/2019. 

“L'art. 2704 c.c. non contiene una elencazione tassativa dei fatti in base ai quali la data di una scrittura privata non autentica deve ritenersi certa rispetto ai terzi e lascia al giudice di merito la valutazione, caso per caso, della sussistenza di un fatto, diverso dalla registrazione, idoneo, secondo l'allegazione della parte, a dimostrare la data certa. Tale fatto può essere oggetto di prova per testi o per presunzioni, la quale non è ammessa solo se direttamente vertente sulla data della scrittura (Cass. Civ. Sez. I, Sent. n. 23425 del 2016). In tema di data certa, nel caso di scrittura privata non autenticata può essere ritenuta la certezza della data, solo nel caso in cui la scrittura formi un corpo unico con il foglio sul quale è impresso il timbro postale, perché la timbratura eseguita da un pubblico ufficiale equivale ad attestazione autentica che il documento è stato inviato nel medesimo giorno in cui essa è stata eseguita (Cass. Civ Sez. VI, Ord. n. 23281 del 2017)”.

martedì, maggio 07, 2019

Ricorso in Cassazione: i vizi di violazione di legge e d'omesso esame di fatto decisivo.

Corte Cassazione Civile Sez. VI - Ord. Num. 11833/2019 Presidente: LOMBARDO - Relatore: ORICCHIO - Data pubblicazione: 06/05/2019. 

“Non possono che richiamarsi i condivisi principi già enunciati da questa Corte per cui "in ogni caso non può ammettersi , anche attraverso la formale e strumentale deduzione di vizio di violazione di legge, una revisione in punto di fatto del giudizio di merito già svolto", giacché "il controllo di logicità del giudizio di fatto non può equivalere e risolversi nella revisione del "ragionamento decisorio" ( Cass. civ., Sez. L., Sent. 14 no novembre 2013, n. 25608), specie quando non ricorre - come nella fattispecie- l'ipotesi di "un ragionamento del giudice di merito dal quale emerga una totale obliterazione di elementi" ( Cass. civ., S.U., Sent. 25 ottobre 2013 n. 24148)”.
“L'omesso esame del fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell'art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., come riformato, va inteso, in applicazione dei canoni ermeneutici dettati dall'art. 12 disp. prel. cod. civ., tenendo conto della prospettiva della novella, mirata ad evitare l'abuso dei ricorsi basati sul vizio di motivazione, non strettamente necessitati dai precetti costituzionali, supportando la generale funzione nomofilattica della Corte di cassazione. 
Ne consegue ( fra l'altro) che il fatto decisivo ed oggetto di discussione, la cui omessa valutazione è deducibile come vizio della sentenza impugnata, deve essere rigorosamente indicato ( nel doveroso rispetto anche delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ.) in modo che lo stesso "fatto storico", il cui esame sia stato omesso risulti con la specifica indicazione del "dato", testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, del "come" e del "quando" tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e, soprattutto, della sua "decisività" ( cfr. : Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014).
In definitiva, è denunciabile in Cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all'esistenza della motivazione in sé”.

martedì, aprile 23, 2019

Inammissibile il reclamo elettorale presentato direttamente al CNF, anziché al COA.

“Il nuovo ordinamento professionale (artt. 28, 12° comma e 36, 1° comma della L. n. 247/2012) ha confermato la natura giurisdizionale della cognizione del CNF in materia elettorale ma, innovando rispetto al sistema precedente, ha prescritto il necessario deposito del relativo ricorso presso il Consiglio dell’Ordine, secondo quanto disposto dall’art. 59 del r.d. n. 37/1934 (Nel caso di specie, il reclamo elettorale era stato presentato direttamente al CNF. In applicazione del principio di cui in massima, il ricorso è stato dichiarato inammissibile)”.

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Caia), sentenza del 21 luglio 2016, n. 208.

NOTA: In senso conforme, Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Allorio), sentenza del 14 aprile 2016, n. 89, Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Mascherin), sentenza del 25 giugno 2016, n. 166, Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Mascherin), sentenza del 25 giugno 2016, n. 167.

lunedì, aprile 22, 2019

Il comodato precario e la prova del possesso ad usucapionem.

Cass. Civile Sez. II - Ord. Num. 10469/2019- Presidente: CORRENTI - Relatore: VARRONE - Data pubblicazione: 15/04/2019. 

“Il comodato precario d’un bene immobile costituisce detenzione, non quindi possesso "ad usucapionem", tanto in favore del comodatario quanto dei familiari con lo stesso conviventi, con la conseguenza che il comodatario che s’oppone alla richiesta di risoluzione del comodato sostenendo di aver usucapito il bene non può limitarsi a provare il potere di fatto sull'immobile, ma deve dimostrare l'avvenuta interversione del possesso, cioè il compimento di attività materiali in opposizione al proprietario concedente» (cfr. Cass. Civ. Sez. 6-2, Ord. n. 12080 del 2018).
La presunzione di possesso utile "ad usucapionem", di cui all'art. 1141 cod. civ., non opera quando la relazione con il bene derivi non da un atto materiale di apprensione della "res", ma da un atto o da un fatto del proprietario a beneficio del detentore, nella specie un contratto di comodato, poiché in tal caso l'attività del soggetto che dispone della cosa non corrisponde all'esercizio di un diritto reale, non essendo svolta in opposizione al proprietario.
Ne consegue che la detenzione di un bene immobile a titolo di comodato precario può mutare in possesso solamente all'esito di un atto d'interversione idoneo a provare con il compimento di idonee attività materiali il possesso utile "ad usucapionem" in opposizione al proprietario concedente. Tale prova non poteva consistere nella coltivazione del fondo.
A tal proposito, infatti, deve ribadirsi che ai fini della prova degli elementi costitutivi dell'usucapione - il cui onere grava su chi invoca la fattispecie acquisitiva - la coltivazione del fondo non è sufficiente, perché, di per sé, non esprime, in modo inequivocabile, l'intento del coltivatore di possedere, occorrendo, invece, che tale attività materiale, corrispondente all'esercizio del diritto di proprietà, sia accompagnata da univoci indizi, i quali consentano di presumere che essa è svolta "uti dominus"; l'interversione nel possesso non può avere luogo mediante un semplice atto di volizione interna, ma deve estrinsecarsi in una manifestazione esteriore, dalla quale sia possibile desumere che il detentore abbia iniziato ad esercitare il potere di fatto sulla cosa esclusivamente in nome proprio e non più in nome altrui, e detta manifestazione deve essere rivolta specificamente contro il possessore, in maniera che questi sia posto in grado di rendersi conto dell'avvenuto mutamento e della concreta opposizione al suo possesso (cfr. Cass. Civ. Sez. II - Ord. n. 17376 del 2018)”.

Gli effetti della morte della parte, nel giudizio civile di merito e di legittimità.

Cass. Civile Sez. II - Ord. Num. 10469/2019- Presidente: CORRENTI - Relatore: VARRONE - Data pubblicazione: 15/04/2019. 

“In caso di morte o perdita di capacità della parte costituita a mezzo di procuratore, l'omessa dichiarazione o notificazione del relativo evento ad opera di quest'ultimo comporta, giusta la regola dell'ultrattività del mandato alla lite, che il difensore continui a rappresentare la parte come se l'evento stesso non si fosse verificato, risultando così stabilizzata la posizione giuridica della parte rappresentata (rispetto alle altre parti ed al giudice) nella fase attiva del rapporto processuale, nonché in quelle successive di sua quiescenza od eventuale riattivazione dovuta alla proposizione dell'impugnazione. Tale posizione è suscettibile di modificazione qualora, nella fase di impugnazione, si costituiscano gli eredi della parte defunta o il rappresentante legale di quella divenuta incapace, ovvero se il suo procuratore, già munito di procura alla lite valida anche per gli ulteriori gradi del processo, dichiari in udienza, o notifichi alle altre parti, l'evento, o se, rimasta la medesima parte contumace, esso sia documentato dall'altra parte o notificato o certificato dall'ufficiale giudiziario ex art. 300, quarto comma, cpc (cfr. Cass. Civ. Sez. Unite Sent. n. 15295 del 04/07/2014).
Peraltro deve ribadirsi che nel giudizio di cassazione, dominato dall'impulso d'ufficio, non trova applicazione l'istituto dell’interruzione del processo per uno degli eventi previsti dagli artt. 299 e ss. cpc sicché, una volta instaurato il contraddittorio con la notifica del ricorso, la morte dell'intimato non produce l'interruzione del processo neppure se intervenuta prima della notifica del ricorso presso il difensore costituito nel giudizio di merito, dalla cui relata non emerga il decesso del patrocinato» (cfr. Cass. Civ. Sez. III, Sent. n. 24635 del 2015)”.

giovedì, aprile 18, 2019

Divisione ereditaria: differenze tra transazione divisionale, divisione transattiva ed accordi paradivisori.

Corte Cass. Civile Sez. II - Ord. Num. 8240/2019 - Presidente: MANNA -Relatore: VARRONE - Data pubblicazione: 22/03/2019. 

 “Le censure poste dal ricorrente hanno ad oggetto l'interpretazione della scrittura privata con la quale i fratelli D.L. si erano accordati per lo scioglimento della comunione sui beni ricevuti in eredità dal padre.
In sintesi, ciò che è in contestazione è la natura di tale atto: secondo il ricorrente si tratta di un progetto di divisione, non ancora compiuto in tutti i suoi elementi costitutivi, destinato ad essere integrato con la previsione di conguagli, che, in ogni caso, devono ritenersi già implicitamente ricompresi nel testo della scrittura.
Si verte, pertanto, nel campo dell'ermeneutica negoziale, in presenza della quale il sindacato di questa Corte è limitato soltanto ai profili relativi all'inosservanza dei canoni legali di interpretazione, salvo il diverso profilo dell'omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti.
Ciò premesso, nel caso di specie, i giudici del gravame hanno posto l'accento esclusivamente sulla sproporzione del valore dei beni, affermando che tale sproporzione era talmente evidente da essere necessariamente nota agli eredi.
Poiché il discrimen tra la transazione divisionale e la divisione transattiva risiede appunto nella sproporzione dei beni, l'atto stipulato non poteva che essere qualificato alla stregua del primo dei due termini messi a confronto. 
Osserva questa Corte che il giudice del gravame, nell'indagare la reale volontà delle parti, avrebbe dovuto tener conto, ai sensi degli artt. 1362 e ss. del cod. civ., del tenore letterale della scrittura privata, unitamente al complesso delle circostanze e dei comportamenti delle parti.
Secondo l'orientamento consolidato di questa Corte, infatti, «nell'interpretazione del contratto, il criterio letterale e quello del comportamento delle parti, anche successivo al contratto medesimo ex art. 1362 c.c., concorrono, in via paritaria, a definire la comune volontà dei contraenti.
Ne consegue che il dato letterale, pur di fondamentale rilievo, non è, da solo, decisivo, atteso che il significato delle dichiarazioni negoziali può ritenersi acquisito esclusivamente al termine del processo interpretativo che deve considerare tutti gli ulteriori elementi, testuali ed extratestuali, indicati dal legislatore, anche quando le espressioni appaiano di per sé non bisognose di approfondimenti interpretativi, dal momento che un'espressione "prima facie" chiara può non apparire più tale se collegata alle altre contenute nella stessa dichiarazione o posta in relazione al comportamento complessivo delle parti» (Sez. Lav. , Sent. n. 24560 del 2016).
La Corte d'appello ha violato entrambi i criteri interpretativi, sia quello letterale, che quello derivante dal comportamento anche processuale delle parti. In particolare, risulta erroneo: l'aver valutato la sola alternativa secca tra divisione transattiva e transazione divisoria, senza valutare ipotesi terze quali il negozio preparatorio di divisione; l'aver optato per la soluzione della transazione divisoria senza ter conto né del tenore letterale della scrittura privata né della condotta successiva delle parti, ancorché quest'ultima risultasse accertata dalla stessa sentenza d'appello; l'avere omesso di considerare che l'unico elemento apprezzato come decisivo (la cosciente sproporzione del valore dei cespiti) è significativo solo a patto di escludere motivatamente la suddetta ipotesi terza, cioè il negozio preparatorio di divisione, il quale proprio per la sua natura non definitiva osta ad un giudizio di tal fatta, richiedendo ulteriori accordi sui conguagli.
Con riferimento al criterio letterale, infatti, nella scrittura privata non si rinviene alcuna espressione volta a manifestare la volontà di risolvere in via transattiva l'insorgere di future controversie aventi ad oggetto la divisione ereditaria e, tantomeno, si rinviene alcuna rinuncia a far valere i propri diritti, pur essendo, l'atto negoziale, di data antecedente al sorgere anche di una soltanto di tali circostanze.
Quel che emerge è la volontà di procedere alla divisione con una preliminare assegnazione dei beni oggetto della comunione in relazione alle personali aspettative, com'è naturale tra fratelli, senza alcuna animosità o litigiosità.
Peraltro, questa Corte già in passato ha affermato proprio con riferimento agli accordi divisionali che: «al fine di escludere la rescindibilità dell'atto di divisione ai sensi del secondo comma dell'art. 764 cod. civ., non è sufficiente accertare che essa contenga una contestuale transazione, ma occorre anche accertare che quest'ultima, regolando ogni controversia, anche potenziale, in ordine alla determinazione delle porzioni corrispondenti alle quote, abbia riguardato proprio le questioni costituenti il presupposto e l'oggetto dell'azione di rescissione (Sent. n. 3396 del 1981).
Inoltre, la Corte d'Appello ha omesso di valutare anche il fatto che non fosse stata effettuata alcuna stima dei beni, anche tale circostanza induce a ritenere mancante l'intento transattivo. Come si è detto, risulta violato anche l'ulteriore criterio interpretativo della ricerca della volontà negoziale desumibile dal comportamento delle parti. Infatti, nella specie, il complessivo  comportamento dei fratelli D.L. depone nel senso che la loro reale volontà, al momento della stipula della scrittura privata del 15 gennaio 1999, non fosse quella di porre fine alla comunione ereditaria, risolvendo definitivamente le future controversie, quanto piuttosto quello di formalizzare un accordo preparatorio della divisione.
In particolare, oltre alla mancata stima, alla mancata indicazione del valore dei beni e alla mancata manifestazione della volontà di transigere, deve evidenziarsi che nella scrittura privata si rimandava ad un atto da stipularsi davanti il notaio dopo l'avverarsi della condizione relativa alla voltura della licenza di panificazione.
Infatti, gli stessi controricorrenti, in primo grado avevano agito in giudizio ex art 2932 cod. civ., intendendo, quindi, l'atto da loro sottoscritto, come un accordo preliminare di divisione. Inoltre, il fratello F.D.L., nelle sue prime difese, aveva condiviso le ragioni del fratello M., salvo poi cambiare difensore e linea di difesa.
Deve, infine, ribadirsi che gli accordi c.d. «paradivisori», volti alla formazione di porzioni dei beni da assegnare a determinate condizioni, pur non producendo l’effetto distributivo dei beni stessi, tipico del contratto di divisione, hanno finalità preparatoria di quest'ultimo, ovvero - ove insorgano successivi contrasti su punti non risolti col negozio stesso - del provvedimento del giudice.
Tali accordi secondo la giurisprudenza di legittimità, una volta perfezionati, possono essere revocati o risolti solo col consenso unanime delle parti contraenti e possono essere impugnati con i mezzi di annullamento previsti per i contratti in genere, ma dagli stessi non si può recedere unilateralmente. Dunque, deve ammettersi anche la loro rescindibilità ex artt. 763 e 764 cod. civ. per lesione oltre il quarto.
D'altra parte, attribuire esclusivo ed automatico rilievo all'evidente sproporzione dei beni oggetto dell'accordo divisorio, comporta come effetto del tutto ingiustificato, quello di rendere impossibile la proposizione della azione di rescissione nella quasi totalità dei casi e, comunque, ogni qual volta la lesione della parte è di maggiore portata.
La rescissione ex art. 763 cod. civ., infatti, si differenzia dall'azione di rescissione ordinaria, perché non richiede l'elemento soggettivo dell'approfittamento dello stato di bisogno e, come si è detto, riduce la lesione rilevante dalla misura della metà a quella di un quarto. Sulla base di tali presupposti, pertanto, se l'elemento discriminante per individuare la causa transattiva del negozio fosse esclusivamente la proporzionalità dei beni, risulterebbe sempre preclusa la rescissione per lesione oltre il quarto, che appunto presuppone una sproporzione della quale la parte difficilmente potrebbe rivendicare l'inconsapevolezza.
Deve dunque affermarsi il seguente principio di diritto: «Ai fini dell'interpretazione di un negozio come transazione divisionale, nel quale la causa transattiva prevale su quella divisionale, non è possibile presumere la volontà di transigere con rinuncia ai propri diritti, sulla base della semplice consapevolezza della sproporzione delle quote o dei beni indicati nell'accordo divisorio, in mancanza non solo dell’aliquid datum aliquid retentum, ma anche di un mero disaccordo tra gli eredi e di qualsiasi espressa rinuncia o menzione della volontà di comporre future controversie»”.

mercoledì, marzo 27, 2019

Omessa pronuncia sull'istanza di distrazione spese: va proposto procedimento di correzione errori materiali.

Cass. Civile Sez. VI Ord. Num. 8436/2019 - Presidente: D'ASCOLA - Relatore: TEDESCO - Data pubblicazione: 26/03/2019. 

“In caso d’omessa pronuncia sull'istanza di distrazione delle spese proposta dal difensore, il rimedio esperibile, in assenza di un'espressa indicazione legislativa, è costituito dal procedimento di correzione degli errori materiali di cui agli artt. 287 e 288 c.p.c., e non dagli ordinari mezzi di impugnazione, non potendo la richiesta di distrazione qualificarsi come domanda autonoma. La procedura di correzione, oltre ad essere in linea con il disposto dell'art. 93, secondo comma, c.p.c. - che ad essa si richiama per il caso in cui la parte dimostri di aver soddisfatto il credito del difensore per onorari e spese - consente il migliore rispetto del principio costituzionale della ragionevole durata del processo, garantisce con maggiore rapidità lo scopo del difensore distrattario di ottenere un titolo esecutivo ed è un rimedio applicabile, ai sensi dell'art. 391 bis c.p.c., anche nei confronti delle pronunce della Corte di cassazione (Cass. S.U., n. 16037/2010; n. 12437/2017). I rilievi proposti nel controricorso sono irrilevanti.
In tema di spese giudiziali, il difensore munito di procura, il quale chieda la distrazione, a proprio favore, delle spese di giudizio e degli onorari, dichiarando di avere anticipato le prime e di non aver ricevuto i secondi, agisce per un diritto proprio e autonomo, con la conseguenza che il credito sorge direttamente a favore del difensore nei confronti del soccombente e che per disporre la distrazione è sufficiente la sua dichiarazione, senza alcun margine di sindacato sulla rispondenza al vero della stessa (Cass. n. 21070/2009; n. 6184/2010).
Posto che il credito sorge direttamente a favore del difensore (conseguentemente abilitato in proprio a proporre la relativa istanza nei confronti del soccombente se nel corso del giudizio ne aveva formulato specifica richiesta: Cass. n. 3566/2016), non si configura una ipotesi di cessione di credito, da parte del cliente, al proprio difensore, il che esclude a sua volta la possibilità che al medesimo sia opposta in compensazione dal soccombente il credito vantato verso la parte vittoriosa (Cass. n. 3037/1972; n. 2870/1984)”.

giovedì, marzo 14, 2019

Deontologia forense: il principio di presunzione di non colpevolezza (“in dubio pro reo”) vale anche in sede disciplinare.

“Il procedimento disciplinare è di natura accusatoria, sicché va accolto il ricorso avverso la decisione del Consiglio territoriale allorquando la prova della violazione deontologica non si possa ritenere sufficientemente raggiunta, per mancanza di prove certe o per contraddittorietà delle stesse, giacché l’insufficienza di prova su un fatto induce a ritenere fondato un ragionevole dubbio sulla sussistenza della responsabilità dell’incolpato, che pertanto va prosciolto dall’addebito, in quanto per l’irrogazione della sanzione disciplinare non incombe all’incolpato l’onere di dimostrare la propria innocenza né di contestare espressamente le contestazioni rivoltegli, ma al Consiglio territoriale di verificare in modo approfondito la sussistenza e l’addebitabilità dell’illecito deontologico”.  

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Baffa), sentenza del 16 ottobre 2018, n. 125.

domenica, febbraio 24, 2019

Deontologia forense: decorso prescrizione nel caso d’appropriazione somme.





Cass. Civile Sez. Unite - Sent. Num. 5200/2019 - Presidente: SCHIRO' - Relatore: GIUSTI - Data pubblicazione: 21/02/2019.

“Ai sensi dell'art. 51 del regio decreto-legge n. 1578 del 1933, l'azione disciplinare nei confronti dell'avvocato si prescrive nel termine di cinque anni, che decorrono dal giorno di realizzazione dell'illecito, ovvero, se questo consista in una condotta protratta, definibile in termini penalistici permanente o continuata, dalla data di cessazione della condotta stessa (Cass., Sez. U., 1° ottobre 2003, n. 14620; Cass., Sez. U., 26 novembre 2008, n. 28159; Cass., Sez. U., 2 febbraio 2015, n. 1822).
Contrariamente all'assunto del ricorrente, la norma deontologica contestata all'incolpato non può essere interpretata nel senso della irrilevanza del successivo indebito trattenimento del denaro incassato. La condotta del professionista, nel caso in esame, presenta i connotati tipici della continuità della violazione deontologica, per tale sua natura destinata a protrarsi fino alla restituzione delle somme che il medesimo avrebbe dovuto mettere a disposizione del cliente (cfr. Cass., Sez. U., 30 giugno 2016, n. 13379).
Invero, la condotta appropriativa posta in essere dall'avvocato non si è esaurita nell'incasso dell'assegno destinato al proprio cliente, ma si è accompagnata ad una mancata messa a disposizione delle somme riscosse, realizzata attraverso l'omessa informazione circa la definizione del processo civile in esito del quale l'assegno era stato emesso dalla controparte soccombente in quel giudizio.
Correttamente, pertanto, la sentenza impugnata ha escluso il carattere istantaneo della condotta addebitata al professionista e rigettato l'eccezione di prescrizione.
Infatti, l'avvocato il quale s’appropri dell'importo dell'assegno emesso a favore del proprio assistito dalla controparte soccombente in un giudizio civile, omettendo di informare il cliente dell'esito del processo che lo aveva visto vittorioso e di restituirgli le somme di sua pertinenza, pone in essere una condotta connotata dalla continuità della violazione deontologica, destinata a protrarsi fino alla messa a disposizione del cliente delle somme di sua spettanza, sicché, ove tale comportamento persista fino alla decisione del Consiglio dell'ordine, non decorre la prescrizione di cui all'art. 51 del regio decreto-legge n. 1578 del 1933”. 

sabato, febbraio 16, 2019

La sospensione del processo per pregiudiziale ex art. 295 cpc.


Cass. Civile Sez. Lavoro - Sent. Num. 3910/2019 - Presidente: NAPOLETANO - Relatore: DI PAOLANTONIO - Data pubblicazione: 11/02/2019. 

“L'art. 295 cod. proc. civ., nel prevedere la sospensione necessaria del giudizio civile quando la decisione dipenda dalla definizione di altra causa, allude ad un vincolo di stretta ed effettiva consequenzialità tecnico-giuridica fra due emanande statuizioni e non ad un mero collegamento logico.
Affinché una questione possa essere ritenuta pregiudiziale in senso tecnico è necessario dunque «non solo che sia investito un punto costituente un antecedente logico indispensabile di fatto o di diritto, rispetto alla decisione principale e del quale il giudice non può conoscere incidenter tantum e neppure giudicare sul merito essendone imposto dalla legge l’accertamento con efficacia di giudicato, ma anche che tale punto assuma rilievo autonomo, in quanto destinato a proiettare le sue conseguenze giuridiche, oltre che sul rapporto controverso, su altri rapporti, al di fuori della causa, con la formazione, appunto, della cosa giudicata, a tutela di un interesse che trascende quello inerente alla soluzione della controversia nel cui ambito la questione è stata sollevata.» (Cass. 2.8.2007 n. 16995).
Pertanto non è sufficiente che nei due giudizi venga in rilievo la medesima questione giuridica, poiché in tal caso il giudice, essendo investito della questione stessa, ha il potere di decidere, a meno che non ricorra, con l'altra controversia, un'ipotesi di riunione, di litispendenza o di continenza (Cass. 19.6.2004 n. 11463; Cass. 8.9.2006 n. 19291)”.

venerdì, febbraio 15, 2019

La risalente collocazione temporale delle condotte, affievolisce le esigenze cautelari.

Corte Cassazione Penale Sez. VI - Sent. Num. 7148/2019 Presidente: PAOLONI - Relatore: DE AMICIS - Data Udienza: 31/01/2019. 

“Il Tribunale del riesame dovrà prendere in esame i rilievi attinenti alla collocazione temporale delle vicende storico-fattuali oggetto dei temi d'accusa enucleati nel provvedimento applicativo della misura cautelare in essere e alla loro correlazione o meno alla fase temporale in cui si è verificato il recesso dall'ipotizzato sodalizio: l'ultimo degli episodi di cessione di sostanze stupefacenti oggetto di contestazione risale, infatti, al 2 dicembre 2013. 
E' pacifica, al riguardo, l'affermazione del principio secondo cui la distanza temporale tra i fatti e il momento della decisione cautelare, giacché tendenzialmente dissonante con l'attualità e l'intensità dell'esigenza cautelare, comporta un rigoroso obbligo di motivazione sia in relazione a detta attualità sia in relazione alla scelta della misura, con il logico corollario che ad una maggiore distanza temporale dai fatti corrisponde un affievolimento delle esigenze cautelari (Sez. Unite n. 40538 del 24/09/2009, Lattanzi)”.

mercoledì, febbraio 13, 2019

La debenza della provvigione nel caso di "mediazione occulta".




"Secondo  l'univoca giurisprudenza di questa Corte (cfr., ad es., Cass. n. 6004/2007 e Cass. n. 12390/2011) il rapporto di mediazione non può configurarsi - e non sorge quindi il diritto alla provvigione - qualora le parti, pur avendo concluso l'affare grazie all'attività del mediatore, non siano state messe in grado di conoscere (ed abbiano pertanto potuto ignorare incolpevolmente) l'opera di intermediazione svolta dal predetto, e non siano perciò messe in condizione di valutare l'opportunità o meno di avvalersi della relativa prestazione e di soggiacere ai conseguenti oneri.
Ciò si verifica nel caso in cui il mediatore abbia, con il suo comportamento, potuto ingenerare nelle parti una falsa rappresentazione della qualità attraverso la quale egli si è ingerito nelle trattative che hanno condotto alla conclusione dell'affare, con la precisazione che la prova della menzionata conoscenza incombe, ai sensi dell'art. 2697 c.c., al mediatore che voglia far valere in giudizio il diritto alla provvigione (onere che, nel caso di specie, il giudice di merito ha ritenuto non assolto dall'odierna ricorrente).
In altri termini (v. anche Cass. n. 11521/2008), affinché sorga il diritto del mediatore alla provvigione è necessario che l'attività di mediazione sia da questi svolta in modo palese, e cioè rendendo note ai soggetti intermediati la propria qualità e la propria terzietà. 
Ove, per contro, il mediatore celi tale sua veste, presentandosi formalmente come mandatario di una delle parti (cosiddetta "mediazione occulta") egli non ha diritto alla provvigione e l'accertamento della relativa circostanza è demandato al giudice di merito che è incensurabile in sede di legittimità, se correttamente motivato".

Cass. Civile Sez. II - Ord.  num. 4107/2019 - Presidente: LOMBARDO - Relatore: CARRATO - Data pubblicazione: 12/02/2019.

martedì, gennaio 29, 2019

Appello civile e caratteri della cd “acquiescenza” (art. 329 cpc).

Cass. Civile Sez. V - Ord. Num. 1950/2019 Presidente: BRUSCHETTA -Relatore: SUCCIO - Data pubblicazione: 24/01/2019. 

“La formazione della cosa giudicata per mancata impugnazione - su un determinato capo della sentenza investita dal gravame - può verificarsi soltanto con riferimento ai capi della stessa sentenza completamente autonomi, in quanto concernenti questioni affatto indipendenti da quelle investite dai motivi di impugnazione, perché fondate su autonomi presupposti di fatto e di diritto, tali da consentire che ciascun capo conservi efficacia precettiva anche se gli altri vengono meno, mentre, invece, non può verificarsi sulle affermazioni contenute nella sentenza che costituiscano ad esempio mera premessa logica della statuizione adottata, ove quest'ultima sia oggetto del gravame (vedi, tra le tante, Cass. n. 85 del 2015, e Cass. 4363 del 2009), o sua connessa conseguenza logico-giuridica.
Ne deriva che l'acquiescenza alle parti della sentenza non impugnata, si verifica solo quando le parti della sentenza siano del tutto autonome l'una rispetto all'altra e non anche quando la parte non impugnata si ponga in nesso conseguenziale con l'altra e trovi in essa il suo presupposto, perché in tal caso gli effetti dell'accoglimento dell'impugnazione si estendono ai capi dipendenti o che ne costituiscano un conseguenziale sviluppo, pur se non espressamente e direttamente investiti dall'impugnazione e dalla pronuncia (Cass. n. 6494 del 1988, n. 438 del 1996, n. 2747 del 1998, n. 2062 del 2001, n. 9141 del 2007, n. 85 del 2015)”. ;

martedì, gennaio 22, 2019

L’indennizzo per irragionevole durata del processo va negato in caso di lite temeraria.

Corte di Cassazione Civile Sez. 6 - Ord. Num. 1528/2019 Presidente: D'ASCOLA - Relatore: SCARPA - Data pubblicazione: 21/01/2019. 


 “Secondo consolidato orientamento di questa Corte, l'indennizzo per irragionevole durata del processo, stante il carattere non tassativo dell'elenco di cui all'art. 2, comma 2 quinquies, della I. n. 89 del 2001, può essere negato a chi abbia agito o resistito temerariamente nel giudizio presupposto, anche in assenza di un condanna, all'esito dello stesso, per responsabilità aggravata, potendo il giudice del procedimento di equa riparazione, già prima della novella apportata dalla I. n. 208 del 2015 (e perciò senza che abbia rilievo la censura inerente all'irretroattività del testo introdotto dall'art. 1, comma 777, lettera c, della legge n. 208/2015) autonomamente valutare tale temerarietà, come evincibile Ric. 2018 n. 17153 sez. M2 - ud. 06-12-2018 dalla lett. f) dello stesso art. 2, comma 2 quinquies cit.; che attribuisce carattere ostativo ad ogni altra ipotesi di abuso dei poteri processuali. Tale valutazione, che il giudice deve compiere anche d'ufficio, in quanto relativa ad un requisito negativo dell'esistenza del diritto, non è soggetta al sindacato di legittimità motivazionale, per effetto dei limiti introdotti dal nuovo testo dell'art. 360, n. 5, c.p.c., né è censurabile in cassazione per pretesa violazione dell'art. 115 c.p.c. (che può essere dedotta solo denunciando che il giudice ha deciso sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre) (cfr. Cass. Sez. 2 , 13/10/2017, n. 24190; Cass. Sez. 6 - 2, 05/05/2016, n. 9100)”.

mercoledì, gennaio 16, 2019

Condominio: poteri dell’Amministratore per la nomina dei difensori.

“E' da respingere l'eccezione d’inammissibilità del ricorso formulata dai controricorrenti per carenza di poteri dell'amministratore allorquando sottoscrisse la procura al giudizio di legittimità, non avendogli conferito mandato l'assemblea.
L'art. 1131, comma 2, c.c. afferma che l'amministratore può essere convenuto in giudizio per qualunque azione concernente le parti comuni dell'edificio.
Nel ricostruire la portata di questa disposizione, Cass. 23 gennaio 2014, n. 1451, richiamandosi a Cass. sez. un. 6 agosto 2010, n. 18331, circa la regola della necessità dell'autorizzazione o della ratifica assembleare per la costituzione in giudizio dell'amministratore, ha precisato come tale autorizzazione o ratifica occorra soltanto per le cause che esorbitano dalle attribuzioni dell'amministratore, ai sensi dell'art. 1131, commi 2 e 3, c.c., sicché essa non necessita, sussistendo al riguardo autonoma ed incondizionata legittimazione dell'amministratore, per i giudizi che abbiano ad oggetto l'esecuzione di una deliberazione assembleare o, come nel caso in esame, la resistenza all'impugnazione di una delibera proposta da un condomino (vedi anche Cass., 25 ottobre 2010, n. 21841).
Ciò significa che per questo giudizio non occorre che l'amministratore si munisca d’autorizzazione dell'assemblea per resistere nella lite, né che l'assemblea dia mandato all'amministratore per conferire la procura "ad litem" al difensore, che, quindi, lo stesso amministratore ha il potere di nominare.
L'amministratore di un condominio, per conferire procura al difensore al fine di costituirsi in giudizio nelle cause che non esorbitano dalle sue attribuzioni, agli effetti dell'art. 1131, comma 2 e 3 c.c. (quale, nella specie, la resistenza all'impugnazione di una delibera proposta da un condomino), non ha bisogno dell'autorizzazione dell'assemblea dei condomini, sicché un'eventuale delibera sul punto avrebbe il significato di mero assenso alla scelta già validamente effettuata dall'amministratore (cfr. Cass. 25 maggio 2016, n. 10865; Cass. 3 dicembre 1999, n. 13504; Cass. 26 novembre 2004, n. 22294)”.  

Corte di Cassazione Civile Sez. 6 - Ord. Num. 853/2019 Presidente: D'ASCOLA - Relatore: SCARPA - Data pubblicazione: 15/01/2019.

venerdì, gennaio 04, 2019

Elezioni forensi, interpretazioni, ricorsi.......

E così abbiamo avviato una nuova stagione di ricorsi, di interpretazioni, di distinguo.
La domanda è: cosa volete? Perchè questo accanimento? Volete avere ragione? Allora si, avete ragione voi, prendetevi i COA, le sedie, gli strapuntini, i divani, i tavoli nei corridoi dei Tribunali.
Volevo dire questo: ho perso una causa in Cassazione. Non improcedibile, cassata con rinvio.
Adesso chiamo l'assistito e gli dico che ci facciamo fare un bel parere pro veritate, e disattendiamo la sentenza, che tra l'altro è pure scritta male.
Ma si, avete ragione voi. Fate i ricorsi, fate finta di non avere capito, fate.
Però, per favore, spiegatemi quali sono le parti della legge professionale che si possono interpretare, stirare, disattendere, allungare, ignorare, e quali sono le parti che devono essere rigorosamente applicate.
Alessandro Cassiani, Livia Rossi, Antonio Conte: grazie.

Giuseppe Caravita di Toritto 
Avvocato del libero foro di Roma 
(e quando dico libero, so cosa sto dicendo)