venerdì, maggio 23, 2014
giovedì, maggio 22, 2014
Gli avvocati civilisti lanciano la corte nazionale arbitrale per abbattere i costi della giustizia.
Le procedure arbitrali sono una «importante e alternativa forma di giustizia privata». Ma fino a oggi la diffusione dell'arbitrato ha avuto i limiti dei «costi elevati delle procedure e della natura degli organismi arbitrali che, anche al di fuori degli arbitrati ad hoc, hanno sempre avuto vocazione localistica».
Limiti riguardanti anche «l'insufficiente terzietà, spesso la scarsa preparazione tecnico-deontologica degli arbitri e la carenza di forme certe di tutela». Lo afferma in una nota l'Unione nazionale camere civili che ha costituito la corte nazionale arbitrale, come istituzione «autonoma e indipendente presente su tutto il territorio nazionale», presentata oggi alla Camera presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini.
Una iniziativa, come spiegano il presidente del Consiglio arbitrale Renzo Menoni (che è anche presidente dei civilisti riuniti nell'Uncc) e il segretario Serenella Ferrara «tesa a garantire l'assoluta terzietà e preparazione degli arbitri, a costi contenuti predeterminati sulla base di tariffe certe, e che, in analogia con la parallela giurisdizione statale, possa offrire anche il rimedio della revisione del lodo».
Per la nomina degli arbitri, selezionati attraverso corsi di alta formazione, «ci si è ispirati - spiegano i civilisti -a principi di apertura e trasparenza». La trasparenza, spiega ancora la nota, è data dalla istituzione di un elenco nazionale degli arbitri, ma anche dalle tariffe stabilite per gli onorari.
Ad esempio, per le controversie con valore fino ai 5mila euro, l'onorario dell'arbitro unico va dai 400 ai 700 euro (dagli 850 ai 1.500 per il collegio arbitrale); per le controversie tra i 100 e i 150mila euro, l'onorario varia dai 3.500 minimi di spesa per l'arbitro unico ai 7.400 per il collegio; e ancora, nei casi di controversie milionarie fino ai 10 milioni di euro, l'onorario varia dagli 80mila ai 210mila euro.
Il regolamento della Corte prevede che l'arbitro non possa accettare alcun accordo diretto o indiretto con le parti o i loro difensori e che debba evitare spese superflue che possano far lievitare immotivatamente i costi della procedura.
L'iniziativa, affermano nella nota i civilisti, è stata molto apprezzata dal sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri, che intervenendo alla presentazione della Corte ha parlato di «sfida per l'avvocatura, grazie ai criteri di trasparenza e imparzialità assicurati nella selezione degli arbitri».
«Positivo anche - ha aggiunto Ferri - il rimedio offerto per la revisione del lodo che finora per vari motivi non ha funzionato».
Il guardasigilli Andrea Orlando ha inviato il proprio messaggio di saluto ai civilisti, sottolineando che le procedure alternative «rafforzano l'offerta di giustizia» per i cittadini e «rientrano in quelle forme di innovazione di cui il sistema giustizia ha bisogno».
Orlando ha riconosciuto il «prezioso lavoro dell'Unione camere civili nel cammino di riforme» intrapreso attraverso i tavoli istituiti presso il ministero.
Limiti riguardanti anche «l'insufficiente terzietà, spesso la scarsa preparazione tecnico-deontologica degli arbitri e la carenza di forme certe di tutela». Lo afferma in una nota l'Unione nazionale camere civili che ha costituito la corte nazionale arbitrale, come istituzione «autonoma e indipendente presente su tutto il territorio nazionale», presentata oggi alla Camera presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini.
Una iniziativa, come spiegano il presidente del Consiglio arbitrale Renzo Menoni (che è anche presidente dei civilisti riuniti nell'Uncc) e il segretario Serenella Ferrara «tesa a garantire l'assoluta terzietà e preparazione degli arbitri, a costi contenuti predeterminati sulla base di tariffe certe, e che, in analogia con la parallela giurisdizione statale, possa offrire anche il rimedio della revisione del lodo».
Per la nomina degli arbitri, selezionati attraverso corsi di alta formazione, «ci si è ispirati - spiegano i civilisti -a principi di apertura e trasparenza». La trasparenza, spiega ancora la nota, è data dalla istituzione di un elenco nazionale degli arbitri, ma anche dalle tariffe stabilite per gli onorari.
Ad esempio, per le controversie con valore fino ai 5mila euro, l'onorario dell'arbitro unico va dai 400 ai 700 euro (dagli 850 ai 1.500 per il collegio arbitrale); per le controversie tra i 100 e i 150mila euro, l'onorario varia dai 3.500 minimi di spesa per l'arbitro unico ai 7.400 per il collegio; e ancora, nei casi di controversie milionarie fino ai 10 milioni di euro, l'onorario varia dagli 80mila ai 210mila euro.
Il regolamento della Corte prevede che l'arbitro non possa accettare alcun accordo diretto o indiretto con le parti o i loro difensori e che debba evitare spese superflue che possano far lievitare immotivatamente i costi della procedura.
L'iniziativa, affermano nella nota i civilisti, è stata molto apprezzata dal sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri, che intervenendo alla presentazione della Corte ha parlato di «sfida per l'avvocatura, grazie ai criteri di trasparenza e imparzialità assicurati nella selezione degli arbitri».
«Positivo anche - ha aggiunto Ferri - il rimedio offerto per la revisione del lodo che finora per vari motivi non ha funzionato».
Il guardasigilli Andrea Orlando ha inviato il proprio messaggio di saluto ai civilisti, sottolineando che le procedure alternative «rafforzano l'offerta di giustizia» per i cittadini e «rientrano in quelle forme di innovazione di cui il sistema giustizia ha bisogno».
Orlando ha riconosciuto il «prezioso lavoro dell'Unione camere civili nel cammino di riforme» intrapreso attraverso i tavoli istituiti presso il ministero.
martedì, maggio 20, 2014
Nessun obbligo di POS. Dal CNF una circolare di precisazione in merito all’art. 15 del decreto Sviluppo Bis.
Nessun obbligo di possedere un POS in studio. Piuttosto un onere per gli avvocati, in funzione di semplificazione e di facilitazione per i clienti circa le modalità di pagamento a fronte di una prestazione professionale.
Modalità che possono prevedere anche -ma non solo- il pagamento elettronico, tramite POS ma anche tramite bonifico bancario.
E’ in questi termini che si configura correttamente, secondo il CNF, l’adempimento richiesto ai professionisti dall’articolo 15 del decreto legge 179/2012 (Sviluppo bis), in vigore dal 30 giugno prossimo.
Che è cosa ben diversa dall’esistenza di un presunto obbligo di dotarsi di POS. Per chiarire la portata dell’articolo 15 il CNF ha diramato oggi una circolare agli Ordini (CNF N. 10-C-2014), chiedendone la più ampia diffusione.
Riportando il testo della norma, la circolare chiarisce che “la previsione corrisponde a chiari intendimenti di semplificazione e non stabilisce affatto che tutti i professionisti debbano dotarsi di POS, né che tutti i pagamenti indirizzati agli avvocati dovranno essere effettuati in questo modo a partire dalla data indicata, ma solo che, nel caso il cliente voglia pagare con una carta di debito, il professionista sia tenuto ad accettare tale forma di pagamento”.
La circolare, in altre parole, ribadisce la centralità della volontà della parti del contratto d’opera professionale (cliente ed avvocato) per la individuazione delle forme di pagamento. “Ad esempio, i clienti che sono soliti effettuare i pagamenti tramite assegno o bonifico bancario potranno continuare a farlo”.
Qualora, poi, il cliente dovesse effettivamente richiedere di effettuare il pagamento tramite carta di debito, e l’avvocato ne fosse sprovvisto, la circolare specifica che “si determinerebbe semplicemente la fattispecie della mora del creditore, che, come noto, non libera il debitore dall’obbligazione. Nessuna sanzione è infatti prevista in caso di rifiuto di accettare il pagamento tramite carta di debito”.
Ovviamente rimangono fermi i limiti vigenti nell’ordinamento previsti da altre fonti normative , come ad esempio il divieto di pagamento in contanti oltre la soglia di mille euro, previsto dalla normativa antiriciclaggio, espressamente richiamata dalla disposizione del dl.
Modalità che possono prevedere anche -ma non solo- il pagamento elettronico, tramite POS ma anche tramite bonifico bancario.
E’ in questi termini che si configura correttamente, secondo il CNF, l’adempimento richiesto ai professionisti dall’articolo 15 del decreto legge 179/2012 (Sviluppo bis), in vigore dal 30 giugno prossimo.
Che è cosa ben diversa dall’esistenza di un presunto obbligo di dotarsi di POS. Per chiarire la portata dell’articolo 15 il CNF ha diramato oggi una circolare agli Ordini (CNF N. 10-C-2014), chiedendone la più ampia diffusione.
Riportando il testo della norma, la circolare chiarisce che “la previsione corrisponde a chiari intendimenti di semplificazione e non stabilisce affatto che tutti i professionisti debbano dotarsi di POS, né che tutti i pagamenti indirizzati agli avvocati dovranno essere effettuati in questo modo a partire dalla data indicata, ma solo che, nel caso il cliente voglia pagare con una carta di debito, il professionista sia tenuto ad accettare tale forma di pagamento”.
La circolare, in altre parole, ribadisce la centralità della volontà della parti del contratto d’opera professionale (cliente ed avvocato) per la individuazione delle forme di pagamento. “Ad esempio, i clienti che sono soliti effettuare i pagamenti tramite assegno o bonifico bancario potranno continuare a farlo”.
Qualora, poi, il cliente dovesse effettivamente richiedere di effettuare il pagamento tramite carta di debito, e l’avvocato ne fosse sprovvisto, la circolare specifica che “si determinerebbe semplicemente la fattispecie della mora del creditore, che, come noto, non libera il debitore dall’obbligazione. Nessuna sanzione è infatti prevista in caso di rifiuto di accettare il pagamento tramite carta di debito”.
Ovviamente rimangono fermi i limiti vigenti nell’ordinamento previsti da altre fonti normative , come ad esempio il divieto di pagamento in contanti oltre la soglia di mille euro, previsto dalla normativa antiriciclaggio, espressamente richiamata dalla disposizione del dl.
lunedì, maggio 19, 2014
I SOLITI NOTI DELL'AVVOCATURA SI SONO STANCATI DELLA DEMOCRAZIA ?
Forse qualcuno di voi si è chiesto che fine hanno fatto e/o come stanno procedendo i lavori della Commissione ex art. 39 legge professionale, per valutare modifiche alla strutturazione dell'organismo di rappresentanza politica.
Dopo qualche sommaria informativa da parte di qualcuno, tutto si è improvvisamente zittito. E il silenzio, in queste cose, l'esperienza insegna e' un segnale da non sottovalutare.
I lavori, però, sono proseguiti, e sconcerta sapere che la più parte dei partecipanti al tavolo, e anche coloro che della democrazia fecero una bandiera, oggi stanno cercando di realizzare una sorta di direttorio, di soli 21 componenti, dei quali 7 designati dai Consigli dell'Ordine, 7 dalle Associazioni e 7 (si, avete capito bene, solo 7) liberamente eletti dal Congresso.
E per di più c'è qualcuno che ritiene che i consiglieri dell'ordine, in quanto facenti parte delle associazioni o come congressisti, possano essere eletti non solo nel terzo di spettanza dei Consigli, ma anche negli altri 2 terzi......
E così il Congresso sarà sostanzialmente espropriato della elezione dei componenti dell'organismo politico, e con il Congresso anche l'avvocatura, in quanto saranno inevitabilmente i soliti noti ( gli stessi che stanno partorendo ed avallando questa soluzione) a sedere nel nuovo organismo.....
Se così sarà, e personalmente farò di tutto perché non sia, potrei sin da ora depositare l'elenco nominativo dei componenti...... E non è detto che non lo faccia.
Il tutto senza che nell'avvocatura si discutano seriamente queste opzioni, che ai più sono del tutto sconosciute.
E così, nel ventennale dell'organismo politico, che neppure l'attuale dirigenza ha voluto celebrare, si celebrerà di fatto il funerale della rappresentanza politica democratica dell'Avvocatura, per far piacere e chi in un modo o nell'altro vuole conservarsi una cadrega!!!
Io amo parlare chiaro, e mi piacerebbe che lo facessero anche gli altri.......e soprattutto che potessero dire la loro gli avvocati.....i quali dovrebbero sapere come la pensano i candidati delegati al congresso, prima di votarli!
Non possiamo eleggere i delegati al Congresso con un mandato in bianco: dobbiamo sapere se sono o meno disposti a votare un direttorio o se, pur con modifiche, vogliono che la rappresentanza politica rimanga eletta su base democratica e non per posti e quote riservate.
Michelina Grillo
Dopo qualche sommaria informativa da parte di qualcuno, tutto si è improvvisamente zittito. E il silenzio, in queste cose, l'esperienza insegna e' un segnale da non sottovalutare.
I lavori, però, sono proseguiti, e sconcerta sapere che la più parte dei partecipanti al tavolo, e anche coloro che della democrazia fecero una bandiera, oggi stanno cercando di realizzare una sorta di direttorio, di soli 21 componenti, dei quali 7 designati dai Consigli dell'Ordine, 7 dalle Associazioni e 7 (si, avete capito bene, solo 7) liberamente eletti dal Congresso.
E per di più c'è qualcuno che ritiene che i consiglieri dell'ordine, in quanto facenti parte delle associazioni o come congressisti, possano essere eletti non solo nel terzo di spettanza dei Consigli, ma anche negli altri 2 terzi......
E così il Congresso sarà sostanzialmente espropriato della elezione dei componenti dell'organismo politico, e con il Congresso anche l'avvocatura, in quanto saranno inevitabilmente i soliti noti ( gli stessi che stanno partorendo ed avallando questa soluzione) a sedere nel nuovo organismo.....
Se così sarà, e personalmente farò di tutto perché non sia, potrei sin da ora depositare l'elenco nominativo dei componenti...... E non è detto che non lo faccia.
Il tutto senza che nell'avvocatura si discutano seriamente queste opzioni, che ai più sono del tutto sconosciute.
E così, nel ventennale dell'organismo politico, che neppure l'attuale dirigenza ha voluto celebrare, si celebrerà di fatto il funerale della rappresentanza politica democratica dell'Avvocatura, per far piacere e chi in un modo o nell'altro vuole conservarsi una cadrega!!!
Io amo parlare chiaro, e mi piacerebbe che lo facessero anche gli altri.......e soprattutto che potessero dire la loro gli avvocati.....i quali dovrebbero sapere come la pensano i candidati delegati al congresso, prima di votarli!
Non possiamo eleggere i delegati al Congresso con un mandato in bianco: dobbiamo sapere se sono o meno disposti a votare un direttorio o se, pur con modifiche, vogliono che la rappresentanza politica rimanga eletta su base democratica e non per posti e quote riservate.
Michelina Grillo
domenica, maggio 18, 2014
sabato, maggio 17, 2014
Deontologia forense: vietata la spendita “suggestiva” della qualità di ex magistrato.
La spendita da parte di un avvocato, nel concreto esercizio dell’attività professionale, della qualità di ex Magistrato è evidentemente funzionale (a prescindere, poi, dal conseguimento dell’intento voluto) ad esaltare subdolamente la propria autorevolezza ed il proprio prestigio nonché la propria competenza, tanto agli occhi dei colleghi che della clientela, quanto degli stessi Giudici, nei cui confronti anzi l’uso del titolo già posseduto può assumere valore anche di una sorta di tentativo di condizionamento psicologico, sicché essa va senz’altro censurata sul piano della correttezza e della lealtà.
(Nel caso di specie, l’avvocato era solito presentare se stesso, anche nel corpo di atti relativi a procedimenti in cui egli era parte in causa, come ‘già magistrato di Cassazione a riposo’).
Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Baffa), sentenza del 28 dicembre 2013, n. 213
NOTA: Sul divieto di indicare il titolo di giudice onorario nella carta intestata dello Studio professionale, cfr. Cassazione Civile, sez. U, 13 gennaio 2006, n. 00486- Pres. Nicastro G- Rel. Falcone G- P.M. Palmieri R (Conf.); Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f CRICRI’, rel. MARIANI MARINI), sentenza del 22 dicembre 2007, n. 242; Consiglio Nazionale Forense (pres. ALPA, rel. PETIZIOL), sentenza del 22 marzo 2005, n. 55.
(Nel caso di specie, l’avvocato era solito presentare se stesso, anche nel corpo di atti relativi a procedimenti in cui egli era parte in causa, come ‘già magistrato di Cassazione a riposo’).
Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Baffa), sentenza del 28 dicembre 2013, n. 213
NOTA: Sul divieto di indicare il titolo di giudice onorario nella carta intestata dello Studio professionale, cfr. Cassazione Civile, sez. U, 13 gennaio 2006, n. 00486- Pres. Nicastro G- Rel. Falcone G- P.M. Palmieri R (Conf.); Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f CRICRI’, rel. MARIANI MARINI), sentenza del 22 dicembre 2007, n. 242; Consiglio Nazionale Forense (pres. ALPA, rel. PETIZIOL), sentenza del 22 marzo 2005, n. 55.
venerdì, maggio 16, 2014
martedì, maggio 13, 2014
domenica, maggio 11, 2014
sabato, maggio 10, 2014
E' rottura tra il CNF ed il COA di Roma.
Roma, 10 mag. - (Adnkronos) - Il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma si schiera con il suo presidente, Mauro Vaglio, nella vicenda che lo vede contrapposto al Consiglio nazionale forense in relazione al caso dell'esposto presentato nei suoi confronti da 4 ex consiglieri e ''rimarca la gravità dell'accaduto e la necessità di intraprendere ogni iniziativa a tutela del prestigio dell'istituzione forense romana e, dunque, del suo presidente'', disponendo la trasmissione della delibera approvata nell'adunanza di oggi al ministero della Giustizia, al Cnf, all'Oua, alla Cassa Forense e a tutti gli iscritti ''dichiarandola immediatamente esecutiva''.
E' quanto si legge nell'estratto del verbale dell'adunanza di oggi nell'Ordine degli avvocati di Roma. Nel corso della riunione, come si legge nel verbale, Vaglio ha stigmatizzato il comportamento del Cnf, ripercorrendo i passi salienti del caso che lo vede coinvolto, e ha annunciato ''un'istanza di accesso agli atti relativamente alle modalità di assunzione da parte del Cnf del proprio responsabile comunicazione e media, nonché dei precedenti addetti alla comunicazione'' e ''all'elenco dettagliato di tutte le spese sostenute dal Cnf a decorrere dal 1 gennaio 2013 che non sono state pubblicate sull'apposita pagina del proprio sito web''.
Vaglio ha posto l'accento sui ''forti attriti esistenti'' nei suoi confronti da parte della ''vecchia dirigenza del Cnf (attualmente ancora in maggioranza) per averla apertamente criticata in varie occasioni'', ricordando tra l'altro alcuni episodi specifici che ritiene essere alla base della ''grave inimicizia del Cnf'' nei suoi confronti. Secondo il presidente dell'Ordine di Roma, dunque, ''non c'è da meravigliarsi se i componenti di 'questa' maggioranza del Cnf abbiamo colto al volo l'occasione dell'esposto di predetti consiglieri, bocciati dall'elettorato romano, per avviare un vero e proprio attacco su tutti i fronti''.
In particolare, Vaglio contesta al Cnf di aver, ''immediatamente e senza alcuna preventiva interlocuzione con l'Ordine di Roma'', trasmesso l'esposto nei suoi confronti al Consiglio dell'Ordine di Perugia, al ministero della Giustizia e alla Procura della Repubblica, senza darne neanche avviso al diretto interessato''.
Ma non solo. Il presidente sottolinea anche come, ''con una tempistica davvero emblematica'', subito prima ''che la richiesta di archiviazione del 26 luglio 2013, già decisa, fosse trasmessa al gip, il Consiglio nazionale forense, dopo solo 11 giorni, faceva pervenire al sostituto, in extremis il 6 agosto 2013, una relazione sui fatti attribuiti al presidente Vaglio, fondata su norme inapplicabili a qualsiasi ordine professionale'', tanto che il pm ''di fronte alla chiara indicazione di un organo istituzionale come il Cnf di individuare un illecito pur dove lui non l'aveva rilevato'' ha revocato, ''in assenza di alcun supplemento di indagine'', la richiesta di archiviazione, procedendo alla chiusura delle indagini e al ''relativo avviso ai sensi dell'articolo 415 bis cpp, ipotizzando come capo d'imputazione provvisiorio il reato di abuso d'ufficio sulla scorta proprio di quelle norme inapplicabili suggerite nella relazione del Cnf''.
E' quanto si legge nell'estratto del verbale dell'adunanza di oggi nell'Ordine degli avvocati di Roma. Nel corso della riunione, come si legge nel verbale, Vaglio ha stigmatizzato il comportamento del Cnf, ripercorrendo i passi salienti del caso che lo vede coinvolto, e ha annunciato ''un'istanza di accesso agli atti relativamente alle modalità di assunzione da parte del Cnf del proprio responsabile comunicazione e media, nonché dei precedenti addetti alla comunicazione'' e ''all'elenco dettagliato di tutte le spese sostenute dal Cnf a decorrere dal 1 gennaio 2013 che non sono state pubblicate sull'apposita pagina del proprio sito web''.
Vaglio ha posto l'accento sui ''forti attriti esistenti'' nei suoi confronti da parte della ''vecchia dirigenza del Cnf (attualmente ancora in maggioranza) per averla apertamente criticata in varie occasioni'', ricordando tra l'altro alcuni episodi specifici che ritiene essere alla base della ''grave inimicizia del Cnf'' nei suoi confronti. Secondo il presidente dell'Ordine di Roma, dunque, ''non c'è da meravigliarsi se i componenti di 'questa' maggioranza del Cnf abbiamo colto al volo l'occasione dell'esposto di predetti consiglieri, bocciati dall'elettorato romano, per avviare un vero e proprio attacco su tutti i fronti''.
In particolare, Vaglio contesta al Cnf di aver, ''immediatamente e senza alcuna preventiva interlocuzione con l'Ordine di Roma'', trasmesso l'esposto nei suoi confronti al Consiglio dell'Ordine di Perugia, al ministero della Giustizia e alla Procura della Repubblica, senza darne neanche avviso al diretto interessato''.
Ma non solo. Il presidente sottolinea anche come, ''con una tempistica davvero emblematica'', subito prima ''che la richiesta di archiviazione del 26 luglio 2013, già decisa, fosse trasmessa al gip, il Consiglio nazionale forense, dopo solo 11 giorni, faceva pervenire al sostituto, in extremis il 6 agosto 2013, una relazione sui fatti attribuiti al presidente Vaglio, fondata su norme inapplicabili a qualsiasi ordine professionale'', tanto che il pm ''di fronte alla chiara indicazione di un organo istituzionale come il Cnf di individuare un illecito pur dove lui non l'aveva rilevato'' ha revocato, ''in assenza di alcun supplemento di indagine'', la richiesta di archiviazione, procedendo alla chiusura delle indagini e al ''relativo avviso ai sensi dell'articolo 415 bis cpp, ipotizzando come capo d'imputazione provvisiorio il reato di abuso d'ufficio sulla scorta proprio di quelle norme inapplicabili suggerite nella relazione del Cnf''.
mercoledì, maggio 07, 2014
lunedì, maggio 05, 2014
Tavolo sull’Avvocatura: Orlando incontra avvocati, via alla fase operativa.
Roma, 5 maggio 2014 - Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha incontrato oggi i rappresentanti degli avvocati nell’ambito dei lavori del “Tavolo sull’Avvocatura”, annunciato e fortemente voluto dal Guardasigilli a pochi giorni dal suo insediamento in Via Arenula con l’obiettivo di creare un luogo di confronto e condivisione utile e necessario nella logica del coinvolgimento e dell’ascolto dell’avvocatura, quale attore decisivo nel quadro del sistema-Giustizia.
Nel corso della riunione, il Ministro ha raccolto le disponibilità dei rappresentanti degli Avvocati per la formazione dei seguenti tavoli di lavoro: accesso, formazione e tirocinio; società tra professionisti e organizzazioni degli studi professionali; specializzazioni ed esercizio della professione davanti alle giurisdizioni superiori; obblighi assicurativi e sostegno alle nuove figure professionali e giovane avvocatura; difesa d’ufficio e patrocinio a spese dello Stato; degiurisdizionalizzazione e partecipazione dell’Avvocatura alla giurisdizione; forme di collaborazione con la Pubblica Amministrazione.
Questi tavoli dovranno chiudere i loro lavori entro due settimane, poi, alla fine del mese di maggio, nuova riunione plenaria con la partecipazione del Ministro per il raccordo sul lavoro svolto. Infine, entro la metà del mese di giugno, la formulazione delle proposte dell’Avvocatura per l’elaborazione da parte dell’Ufficio legislativo del Ministero.
Nel corso della riunione, il Ministro ha raccolto le disponibilità dei rappresentanti degli Avvocati per la formazione dei seguenti tavoli di lavoro: accesso, formazione e tirocinio; società tra professionisti e organizzazioni degli studi professionali; specializzazioni ed esercizio della professione davanti alle giurisdizioni superiori; obblighi assicurativi e sostegno alle nuove figure professionali e giovane avvocatura; difesa d’ufficio e patrocinio a spese dello Stato; degiurisdizionalizzazione e partecipazione dell’Avvocatura alla giurisdizione; forme di collaborazione con la Pubblica Amministrazione.
Questi tavoli dovranno chiudere i loro lavori entro due settimane, poi, alla fine del mese di maggio, nuova riunione plenaria con la partecipazione del Ministro per il raccordo sul lavoro svolto. Infine, entro la metà del mese di giugno, la formulazione delle proposte dell’Avvocatura per l’elaborazione da parte dell’Ufficio legislativo del Ministero.
domenica, maggio 04, 2014
venerdì, maggio 02, 2014
giovedì, maggio 01, 2014
Giustizia amministrativa: 15 mln di affitti per poco più di 300 magistrati?
Quindici milioni di euro. E’ questa la cifra approssimativa che si spende all’incirca – ogni anno - per gli affitti dei lussuosi palazzi del Consiglio di Stato e dei TAR, ove lavorano poco più di 300 magistrati, come emerge dallo stesso sito della giustizia amministrativa (link amministrazione trasparente, e poi immobili).
Ecco solo alcune delle cifre: 4.524.027,46 per il TAR del Lazio, € 3.400.000,00 per la sede del Monte di Pietà (che ospita il “CSM” dei giudici amministrativi), 675.000,00 euro per il TAR Bologna, 369.704,40 per il TAR Palermo, 840.000,00 per il TAR Milano, 480.000,00 per il TAR Venezia, e così via per tutte le sedi dei 20 TAR.
Avendo fatto il giudice amministrativo per quasi 10 anni ho avuto la fortuna di lavorare in sedi come il lussuoso palazzo Butera di Palermo, in quello affrescato di via Ricasoli in Firenze, di sbrigare pratiche amministrative presso uno dei (mancati) musei più belli di Roma: Palazzo Spada, sede obiettivamente scomoda ed inadatta alle funzioni del Consiglio di Stato, immortalata ne La grande Bellezza vincitrice dell’Oscar come miglior film straniero e di recente oggetto di aspri dibattiti per la realizzazione di un parcheggio sotterraneo negli antichi giardini, ma riservata ai pochi magistrati amministrativi privilegiati che vi lavorano.
Una cosa però mi ha sempre colpito più di ogni altra: le stanze quasi sempre vuote. La maggior parte dei giudici amministrativi, infatti, risiede fuori dalla sede ove lavora e in cui ogni giudice si deve recare per ben… due volte (due!) al mese!
Non di rado quando vivevo a Firenze facevo il giro delle stanze dei colleghi e, trovandole immancabilmente vuote, spegnevo almeno la luce nelle varie stanze: uno spreco assoluto tenerle acceso.
Per non parlare della elefantiaca sede del Monte di Pietà, in cui si contano ancora oggi alcune stanze vuote, fortemente voluta dal presidente de Lise e costosissima. E’ davvero necessaria? Sia chiaro, un lusso è sempre piacevole per chi lavora in palazzi con stucchi, quadri d’epoca e statue catalogate, ma in periodo di spending review forse andrebbe tagliato il superfluo.
Certamente prima di tagliare gli stipendi dei giudici ordinari, specie di quelli che lavorano in sedi “di frontiera” e con mezzi a dir poco arcaici.
Avendo vissuto sia la realtà dei giudici amministrativi che quella dei giudici ordinari, sono fortemente convinto che tre o quattro stanze ricavate nei tribunali ordinari ben sarebbero sufficienti ad ospitare il (poco) lavoro dei giudici TAR.
Ed allora, ben venga l’abolizione di questi uffici, costosi e (a mio avviso) non troppo efficienti, come ormai sostenuto da molti.
Oltre alle autorevolissime opinioni in tal senso formulate dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, dall’ex presidente Romano Prodi, dal Vice Presidente del CSM Vietti, si è aggiunta ora quella, altrettanto autorevole, del Sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri.
Un movimento di pensiero che ormai tocca trasversalmente le varie forze politiche. Non resta solo che augurarsi che quanto recentemente detto da tutti i protagonisti sopra menzionati diventi quanto prima realtà.
di Alessio Liberati (Magistrato)
Ecco solo alcune delle cifre: 4.524.027,46 per il TAR del Lazio, € 3.400.000,00 per la sede del Monte di Pietà (che ospita il “CSM” dei giudici amministrativi), 675.000,00 euro per il TAR Bologna, 369.704,40 per il TAR Palermo, 840.000,00 per il TAR Milano, 480.000,00 per il TAR Venezia, e così via per tutte le sedi dei 20 TAR.
Avendo fatto il giudice amministrativo per quasi 10 anni ho avuto la fortuna di lavorare in sedi come il lussuoso palazzo Butera di Palermo, in quello affrescato di via Ricasoli in Firenze, di sbrigare pratiche amministrative presso uno dei (mancati) musei più belli di Roma: Palazzo Spada, sede obiettivamente scomoda ed inadatta alle funzioni del Consiglio di Stato, immortalata ne La grande Bellezza vincitrice dell’Oscar come miglior film straniero e di recente oggetto di aspri dibattiti per la realizzazione di un parcheggio sotterraneo negli antichi giardini, ma riservata ai pochi magistrati amministrativi privilegiati che vi lavorano.
Una cosa però mi ha sempre colpito più di ogni altra: le stanze quasi sempre vuote. La maggior parte dei giudici amministrativi, infatti, risiede fuori dalla sede ove lavora e in cui ogni giudice si deve recare per ben… due volte (due!) al mese!
Non di rado quando vivevo a Firenze facevo il giro delle stanze dei colleghi e, trovandole immancabilmente vuote, spegnevo almeno la luce nelle varie stanze: uno spreco assoluto tenerle acceso.
Per non parlare della elefantiaca sede del Monte di Pietà, in cui si contano ancora oggi alcune stanze vuote, fortemente voluta dal presidente de Lise e costosissima. E’ davvero necessaria? Sia chiaro, un lusso è sempre piacevole per chi lavora in palazzi con stucchi, quadri d’epoca e statue catalogate, ma in periodo di spending review forse andrebbe tagliato il superfluo.
Certamente prima di tagliare gli stipendi dei giudici ordinari, specie di quelli che lavorano in sedi “di frontiera” e con mezzi a dir poco arcaici.
Avendo vissuto sia la realtà dei giudici amministrativi che quella dei giudici ordinari, sono fortemente convinto che tre o quattro stanze ricavate nei tribunali ordinari ben sarebbero sufficienti ad ospitare il (poco) lavoro dei giudici TAR.
Ed allora, ben venga l’abolizione di questi uffici, costosi e (a mio avviso) non troppo efficienti, come ormai sostenuto da molti.
Oltre alle autorevolissime opinioni in tal senso formulate dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, dall’ex presidente Romano Prodi, dal Vice Presidente del CSM Vietti, si è aggiunta ora quella, altrettanto autorevole, del Sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri.
Un movimento di pensiero che ormai tocca trasversalmente le varie forze politiche. Non resta solo che augurarsi che quanto recentemente detto da tutti i protagonisti sopra menzionati diventi quanto prima realtà.
di Alessio Liberati (Magistrato)
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