giovedì, gennaio 31, 2013
mercoledì, gennaio 30, 2013
IL BAR DI HELGA E GLI “SBORNIA BOND”.
Helga è la proprietaria di un bar, di quelli dove si beve forte.
Rendendosi conto che quasi tutti i suoi clienti sono disoccupati e che quindi dovranno ridurre le consumazioni e frequentazioni, escogita un geniale piano di marketing, consentendo loro di bere subito e pagare in seguito.
Segna quindi le bevute su un libro che diventa il libro dei crediti (cioè dei debiti dei clienti). La formula “bevi ora, paga dopo” è un successone: la voce si sparge, gli affari aumentano e il bar di Helga diventa il più importante della città.
Lei ogni tanto rialza i prezzi delle bevande e naturalmente nessuno protesta, visto che nessuno paga: è un rialzo virtuale. Così il volume delle vendite aumenta ancora. La banca di Helga, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido.
In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito da tutti i crediti che il bar vanta verso i clienti: il collaterale a garanzia. Intanto l’Ufficio Investimenti & Alchimie Finanziarie della banca ha una pensata geniale. Prendono i crediti del bar di Helga e li usano come garanzia per emettere un’obbligazione nuova fiammante e collocarla sui mercati internazionali: gli Sbornia Bond.
I bond ottengono subito un rating di AA+ come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono di fatto garantiti da debiti di ubriaconi disoccupati. Così, dato che rendono bene, tutti li comprano.
Conseguentemente il prezzo sale, quindi arrivano anche i gestori dei Fondi pensione a comprare, attirati dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating, che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. E i portafogli, in giro per il mondo, si riempiono di Sbornia Bond.
Un giorno però, alla banca di Helga arriva un nuovo direttore che, visto che in giro c’è aria di crisi, tanto per non rischiare le riduce il fido e le chiede di rientrare per la parte in eccesso al nuovo limite. A questo punto Helga, per trovare i soldi, comincia a chiedere ai clienti di pagare i loro debiti.
Il che è ovviamente impossibile essendo loro dei disoccupati che si sono anche bevuti tutti i risparmi. Helga non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi.
Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada. Il prezzo degli Sbornia Bond crolla del 90%. La banca che li ha emessi entra in crisi di liquidità e congela immediatamente l’attività: niente più prestiti alle aziende.
L’attività economica locale si paralizza. Intanto i fornitori di Helga, che in virtù del suo successo, le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento, si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili visto che lei non può più pagare.
Purtroppo avevano anche investito negli Sbornia Bond, sui quali ora perdono il 90%. Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce.
Il fornitore di vino viene invece acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza.
Per fortuna la banca viene invece salvata da un mega prestito governativo senza richiesta di garanzie e a tasso zero.
Per reperire i fondi necessari il governo ha semplicemente tassato tutti quelli che non erano mai stati al bar di Helga perché astemi o troppo impegnati a lavorare.
Bene, ora potete dilettarvi ad applicare la dinamica degli Sbornia Bond alle cronache di questi giorni, giusto per aver chiaro chi è ubriaco e chi sobrio.
Avv. Giuseppe Valenti
Segna quindi le bevute su un libro che diventa il libro dei crediti (cioè dei debiti dei clienti). La formula “bevi ora, paga dopo” è un successone: la voce si sparge, gli affari aumentano e il bar di Helga diventa il più importante della città.
Lei ogni tanto rialza i prezzi delle bevande e naturalmente nessuno protesta, visto che nessuno paga: è un rialzo virtuale. Così il volume delle vendite aumenta ancora. La banca di Helga, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido.
In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito da tutti i crediti che il bar vanta verso i clienti: il collaterale a garanzia. Intanto l’Ufficio Investimenti & Alchimie Finanziarie della banca ha una pensata geniale. Prendono i crediti del bar di Helga e li usano come garanzia per emettere un’obbligazione nuova fiammante e collocarla sui mercati internazionali: gli Sbornia Bond.
I bond ottengono subito un rating di AA+ come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono di fatto garantiti da debiti di ubriaconi disoccupati. Così, dato che rendono bene, tutti li comprano.
Conseguentemente il prezzo sale, quindi arrivano anche i gestori dei Fondi pensione a comprare, attirati dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating, che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. E i portafogli, in giro per il mondo, si riempiono di Sbornia Bond.
Un giorno però, alla banca di Helga arriva un nuovo direttore che, visto che in giro c’è aria di crisi, tanto per non rischiare le riduce il fido e le chiede di rientrare per la parte in eccesso al nuovo limite. A questo punto Helga, per trovare i soldi, comincia a chiedere ai clienti di pagare i loro debiti.
Il che è ovviamente impossibile essendo loro dei disoccupati che si sono anche bevuti tutti i risparmi. Helga non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi.
Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada. Il prezzo degli Sbornia Bond crolla del 90%. La banca che li ha emessi entra in crisi di liquidità e congela immediatamente l’attività: niente più prestiti alle aziende.
L’attività economica locale si paralizza. Intanto i fornitori di Helga, che in virtù del suo successo, le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento, si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili visto che lei non può più pagare.
Purtroppo avevano anche investito negli Sbornia Bond, sui quali ora perdono il 90%. Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce.
Il fornitore di vino viene invece acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza.
Per fortuna la banca viene invece salvata da un mega prestito governativo senza richiesta di garanzie e a tasso zero.
Per reperire i fondi necessari il governo ha semplicemente tassato tutti quelli che non erano mai stati al bar di Helga perché astemi o troppo impegnati a lavorare.
Bene, ora potete dilettarvi ad applicare la dinamica degli Sbornia Bond alle cronache di questi giorni, giusto per aver chiaro chi è ubriaco e chi sobrio.
Avv. Giuseppe Valenti
Giustizia senza controllori.
Bologna, 29 gennaio 2013 - Piccola grande domanda: quanto tempo ci si mette con un qualunque lavoratore a considerarlo assente ingiustificato, quanto tempo gli lascia una qualunque azienda con le pratiche in sospeso?
Un giudice tributario non deposita 91 sentenze che doveva motivare dal 2005 al 2008. Poi non si fa vedere in udienza, non risponde ai solleciti e infine deve andare la Guardia di Finanza a riprendere i fascicoli processuali. Un anno fa era stato rinviato a giudizio ma per un vizio tecnico di notifica, tutto da rifare. Bisogna ammettere che ciò fa parte di un capitolo del grande libro delle assurdità italiane, alle quali Bologna dà un suo contributo notevole.
Ricorderete la storia della super assenteista del Sant’Orsola, è molto fresca quella dell’impiegato in convalescenza ai Caraibi. Ci sono cose strane, persino consentite dalla legge anche se rifiutate dal buon senso.
Ma quella del giudice è una brutta faccenda, perché di rimbalzo va a pesare su tanta gente che alla giustizia chiede garanzie e tutele.
Se un operatore sanitario si mette in malattia pluriennale viene da chiedersi come si vigila in quell’ospedale. Se un dipendente Ausl può andare dall’altra parte del mondo per cercare di guarire una gamba malandata, viene da chiedersi se non è il caso di guardare dentro una legge che lascia fare.
Ma se un giudice ritarda per anni la consegna delle sentenze, occorre chiudersi cosa ci stia a fare la giustizia e cosa faccia chi deve controllare che una fondamentale funzione pubblica venga amministrata non dico con celerità ma almeno in tempi non biblici.
Il cittadino sa che quando ricorre al magistrato deve avere un sacco di pazienza perché l’unico ad avere fretta è chi chiede riparazione di un torto.
Ma è necessario domandarsi cosa facciano i controllori. Il discorso vale per ogni sede giudiziaria.
Prima di lamentarsi di cause esterne, meglio un’autodiagnosi interna.
di Gianni Pecci
http://www.ilrestodelcarlino.it
Un giudice tributario non deposita 91 sentenze che doveva motivare dal 2005 al 2008. Poi non si fa vedere in udienza, non risponde ai solleciti e infine deve andare la Guardia di Finanza a riprendere i fascicoli processuali. Un anno fa era stato rinviato a giudizio ma per un vizio tecnico di notifica, tutto da rifare. Bisogna ammettere che ciò fa parte di un capitolo del grande libro delle assurdità italiane, alle quali Bologna dà un suo contributo notevole.
Ricorderete la storia della super assenteista del Sant’Orsola, è molto fresca quella dell’impiegato in convalescenza ai Caraibi. Ci sono cose strane, persino consentite dalla legge anche se rifiutate dal buon senso.
Ma quella del giudice è una brutta faccenda, perché di rimbalzo va a pesare su tanta gente che alla giustizia chiede garanzie e tutele.
Se un operatore sanitario si mette in malattia pluriennale viene da chiedersi come si vigila in quell’ospedale. Se un dipendente Ausl può andare dall’altra parte del mondo per cercare di guarire una gamba malandata, viene da chiedersi se non è il caso di guardare dentro una legge che lascia fare.
Ma se un giudice ritarda per anni la consegna delle sentenze, occorre chiudersi cosa ci stia a fare la giustizia e cosa faccia chi deve controllare che una fondamentale funzione pubblica venga amministrata non dico con celerità ma almeno in tempi non biblici.
Il cittadino sa che quando ricorre al magistrato deve avere un sacco di pazienza perché l’unico ad avere fretta è chi chiede riparazione di un torto.
Ma è necessario domandarsi cosa facciano i controllori. Il discorso vale per ogni sede giudiziaria.
Prima di lamentarsi di cause esterne, meglio un’autodiagnosi interna.
di Gianni Pecci
http://www.ilrestodelcarlino.it
martedì, gennaio 29, 2013
ELEZIONI, L'OUA PRESENTA IL SUO DECALOGO DI DOMANDE E PROPOSTE AI POLITICI: PER UNA GIUSTIZIA GIUSTA E UN'AVVOCATURA MODERNA.
DIECI DOMANDE SULLA GIUSTIZIA
-1)
Come intervenire in tempi rapidi per risolvere il problema carceri, restituendo dignità (e speranza) ai detenuti in linea con il grado di civiltà del paese e con le prescrizioni internazionali?-2) Quali interventi attuare per ridurre i tempi dei processi civili: facendo ulteriormente lievitare il costo delle procedure o migliorando l’efficienza e la celerità della macchina giudiziaria?
-3) Quali strategie adottare per migliorare l'offerta di giustizia nei confronti di cittadini ed imprese, soprattutto quelle straniere, particolarmente attente alla durata de i processi civili?
-4) Come pensate di intervenire per incentivare soluzioni negoziate che diminuiscano il carico processuale, assicurando tuttavia la qualità del procedimento e la tutela del diritto di difesa di cittadini ed imprese?
-5) Quali tipi di intervento porre in essere per tutelare adeguatamente i minori nell’ambito dei conflitti familiari?
-6) Ogni anno vengono destinati alla Giustizia circa sette miliardi di euro. Ove le esigenze di bilancio non consentissero un aumento degli stanziamenti, come intendereste procedere ad una revisione e razionalizzazione dell’uso delle risorse disponibili, umane e materiali?
-7) Ritenete o meno opportuno che un progetto di revisione della geografia giudiziaria valuti la situazione caso per caso, consultando le realtà locali professionali, economiche e sociali interessate, oltre che verificando i prevedibili costi indotti da accorpamenti e soppressioni?
-8) Come giudicate una professione, quale quella forense, che, unica in Europa, conta ben oltre 200.000 iscritti e il cui reddito medio è in costante flessione? Inflazionata o meno? Ritenete auspicabile intervenire sull’accesso, prevedendo percorsi specializzanti a numero programmato all’Università e individuando ulteriori ambiti di attività, soprattutto a favore dei Colleghi più giovani?
-9) Che intervento pensate di poter attuare in tempi brevi per ridurre la pressione fiscale gravante sui professionisti? In particolare, sono ipotizzabili forme di sostegno della giovane avvocatura, quali la reintroduzione del c.d. regime dei minimi ed una riduzione degli adempimenti di ordine burocratico?
-10) Ritenete di assumere un impegno concreto per la modifica nel corso della legislatura delle lacune più rilevanti della legge professionale forense appena approvata, di concerto con gli organi istituzionali e politici dell’avvocatura?
lunedì, gennaio 28, 2013
sabato, gennaio 26, 2013
venerdì, gennaio 25, 2013
Anno Giudiziario-Il presidente CNF Alpa: "Con il nuovo Statuto, Avvocatura più forte nella giurisdizione".
25/01/2013 - Il presidente del CNF Guido Alpa è intervenuto oggi alla cerimonia di inaugurazione del nuovo anno giudiziario in Corte di Cassazione.
La riforma dell’ordinamento forense, che entrerà in vigore il 2 febbraio prossimo, “conferma all'Avvocatura uno statuto speciale in considerazione del suo ruolo costituzionale. Essa si intreccia con il sistema di amministrazione della giustizia estendendo le competenze dell’Avvocatura in materia, soprattutto favorendone la collaborazione con la Magistratura, con il Ministero della Giustizia e con le altre Istituzioni che cooperano al funzionamento della complessa macchina processuale”.
Così ha esordito oggi il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa, intervenuto alle cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario in Corte di cassazione alla presenza del presidente della Repubblica e delle più alte cariche dello Stato, passando in rassegna le novità del nuovo ordinamento dell’Avvocatura, che darà rinnovato impulso al suo impegno nell’amministrazione della giustizia.
"Rispetto alle riforme finora avviate, altre sono le iniziative da assumere nell'amministrazione della giustizia. Auspichiamo che, oltre al Tribunale delle imprese, Governo e Parlamento si occupino degli interesse deboli, del Tribunale della famiglia, dei diritti fondamentali ancora negati".
Il presidente Alpa ha escluso che la riorganizzazione della geografia giudiziaria, così come formulata, potrà dare i benefici attesi; ed ha invitato Governo e Parlamento aoccuparsi, oltre che di Tribunale delle imprese, anche di Tribunale della famiglia, interessi deboli, diritti dei cittadini. Più in generale ha richiamato l'attenzione sulla inadeguatezza del sistema carcerario e sulla mortificazione dei diritti della persona che esso produce.
"I diritti della persona sono al centro della nostra Carta Costituzionale, della Carta fondamentale dei diritti e dell'azione dell'Avvocatura".
La riforma dell’ordinamento forense, che entrerà in vigore il 2 febbraio prossimo, “conferma all'Avvocatura uno statuto speciale in considerazione del suo ruolo costituzionale. Essa si intreccia con il sistema di amministrazione della giustizia estendendo le competenze dell’Avvocatura in materia, soprattutto favorendone la collaborazione con la Magistratura, con il Ministero della Giustizia e con le altre Istituzioni che cooperano al funzionamento della complessa macchina processuale”.
Così ha esordito oggi il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa, intervenuto alle cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario in Corte di cassazione alla presenza del presidente della Repubblica e delle più alte cariche dello Stato, passando in rassegna le novità del nuovo ordinamento dell’Avvocatura, che darà rinnovato impulso al suo impegno nell’amministrazione della giustizia.
"Rispetto alle riforme finora avviate, altre sono le iniziative da assumere nell'amministrazione della giustizia. Auspichiamo che, oltre al Tribunale delle imprese, Governo e Parlamento si occupino degli interesse deboli, del Tribunale della famiglia, dei diritti fondamentali ancora negati".
Il presidente Alpa ha escluso che la riorganizzazione della geografia giudiziaria, così come formulata, potrà dare i benefici attesi; ed ha invitato Governo e Parlamento aoccuparsi, oltre che di Tribunale delle imprese, anche di Tribunale della famiglia, interessi deboli, diritti dei cittadini. Più in generale ha richiamato l'attenzione sulla inadeguatezza del sistema carcerario e sulla mortificazione dei diritti della persona che esso produce.
"I diritti della persona sono al centro della nostra Carta Costituzionale, della Carta fondamentale dei diritti e dell'azione dell'Avvocatura".
AIGA: INTERVENTO PER L'INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2013.
Eccellentissimo Sig. Presidente della Corte d’Appello,
Eccellentissimo Sig. Procuratore Generale,
Onorevole rappresentante del Consiglio Superiore della Magistratura,
Onorevole rappresentante del Governo,
Illustrissimo Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati,
Illustrissime Autorità,
Colleghe e Colleghi Avvocati,
Signori Magistrati,
porgo a Voi il saluto dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati, augurando a tutta la Giustizia Italiana e al nostro meraviglioso Paese un 2013 che possa contraddistinguersi per la definitiva uscita dalla crisi sociale ed economica, in cui siamo piombati ormai da troppi anni.
La prima attenzione desidero rivolgerla ad una problematica che colpisce i soggetti maggiormente indifesi della nostra società; mi riferisco alla quotidiana violazione dei diritti fondamentali dell’individuo che si perpetra nella carceri italiani, che ha comportato – purtroppo ancora una volta – la condanna dell’Italia innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Usando le parole del Capo dello Stato, c’è la necessità di affrontare con "senso di responsabilità, di umanità e di civiltà costituzionale" la "vergognosa realtà carceraria che marchia l'Italia".
Bisogna prendere atto dell’estrema urgenza e spiace constatare come, nell’attuale campagna elettorale, il tema venga ignorato dalle principali forze politiche in competizione.
I numeri della Giustizia Italiana, illustrati ieri dal Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione ed oggi, per il nostro distretto, da S.E. Presidente della Corte d’Appello, testimoniano ancora una volta la forte crisi di sistema.
E’ ormai evidente che le cerimonie d’inaugurazione degli anni giudiziari nei vari anni sono tra loro per lo più identiche nelle relazioni, negli interventi, nella promesse. Ma dobbiamo anche dare atto che l’anno appena concluso ha portato importanti novità.
Desidero segnalarne tre:
a) È stata dichiarata l’incostituzionalità della mediazione obbligatoria nel processo civile; l’Avvocatura italiana nel suo complesso aveva a più riprese segnalato l’inopportunità della normativa ed ha salutato con favore la decisione della Consulta. La mediazione obbligatoria era sbagliata e frutto di grandi iniquità, nonché incapace di migliorare la qualità del sistema giudiziario. Resta però ferma la necessità di implementare strumenti alternativi di risoluzione delle controversie e di sviluppare percorsi deflattivi del contenzioso. Sotto questo profilo la Giovane Avvocatura italiana è pronta a fare la sua parte in termini di contributi di idee e proposte. b) È stata rivoluzionata la geografia giudiziaria del nostro Paese. È evidente che essa doveva essere aggiornata alle mutate esigenze socio-economiche del nostro Paese e che la distribuzione degli Uffici Giudiziari presentava diversi profili di irrazionalità. Ma la chiusura indiscriminata di tutte le Sezioni Distaccate di Tribunale, di tutti gli Uffici dei Giudici di Pace con sedi diverse da quelle del Tribunale, e la soppressione di alcuni Tribunali e Procure della Repubblica comporterà indubbiamente un impoverimento di molte realtà territoriali (già disagiate), di cui il legislatore delegato avrebbe dovuto tenere conto. Sotto questo profilo l’Aiga ha più volte denunciato l’eccessività e irrazionalità dell’intervento e manifestato dubbi circa eccessi di delega che sono stati già rimessi all’attenzione della Consulta.
c) La terza novità riguarda la nostra professione ed è stata l’approvazione nell’ultimo giorno disponibile prima dello scioglimento delle Camere della legge di Riforma Forense, attesa da 79 anni dall’Avvocatura italiana.
Pur essendo soddisfatti della regolamentazione della nostra professione per norma primaria, essendo stata superata la disciplina regolamentare del DPR 137 dell’agosto 2012, non possiamo che segnalare che la novella sia stata un’occasione persa per la nostra categoria e per il Sistema Giudiziario italiano.
La Riforma Forense si presenta senza evidenti spinte verso la modernità, verso la necessità di ridisegnare la figura dell’avvocato nella società informatica, calato nella realtà europea, verso la ricerca di nuovi spazi di mercato che possano consentire all’Avvocatura, specie quella giovane, di affrontare nuove sfide fuori dal ristretto recinto dei Palazzi di Giustizia.
Una Riforma dove la meritocrazia non viene valorizzata e dove soltanto l’anzianità è un merito. Significativamente nel testo le parole “anziano”, “anziani” e “anzianità” si ripetono 18 volte, mentre quella “giovani” è presente una sola.
Ma proprio quest’oggi, dinanzi alle Autorità giudiziarie e politiche nazionali e del nostro Distretto, intendo ribadire quanto ha formato oggetto della mozione proposta dall’AIGA all’ultimo Congresso Nazionale Forense tenutosi a Bari a Novembre scorso e che ha ottenuto oltre il 70% dei consensi tra gli avvocati delegati congressuali di tutte le età.
Chiediamo nella prossima legislatura la modifica del testo, perché il sistema di governo e di amministrazione dell’Avvocatura non è democratico e vogliamo liberamente scegliere i nostri rappresentanti nazionali senza sbarramenti anagrafici; perché la specializzazione forense non può essere attribuita soltanto frequentando uno sterile corso universitario o per mera anzianità; perché l’obbligo di aggiornarsi costantemente durante l’attività professionale non può essere imposto soltanto ai Giovani Avvocati; perché l’accesso della professione deve impedire che l’albo professionale sia il comodo approdo per la disoccupazione intellettuale di chi non è stato capace o non è riuscito a fare altro.
Concludo il mio intervento ringraziandovi per l’attenzione e con l’augurio che l’anno giudiziario 2013 possa essere finalmente l’anno della svolta; l’anno in cui i cittadini possano ricominciare a guardare con fiducia i Palazzi di Giustizia; l’anno in cui l’Italia possa nuovamente affermare con orgoglio di essere la culla del diritto; l’anno in cui il nostro Paese possa finalmente rialzarsi.
Eccellentissimo Sig. Procuratore Generale,
Onorevole rappresentante del Consiglio Superiore della Magistratura,
Onorevole rappresentante del Governo,
Illustrissimo Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati,
Illustrissime Autorità,
Colleghe e Colleghi Avvocati,
Signori Magistrati,
porgo a Voi il saluto dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati, augurando a tutta la Giustizia Italiana e al nostro meraviglioso Paese un 2013 che possa contraddistinguersi per la definitiva uscita dalla crisi sociale ed economica, in cui siamo piombati ormai da troppi anni.
La prima attenzione desidero rivolgerla ad una problematica che colpisce i soggetti maggiormente indifesi della nostra società; mi riferisco alla quotidiana violazione dei diritti fondamentali dell’individuo che si perpetra nella carceri italiani, che ha comportato – purtroppo ancora una volta – la condanna dell’Italia innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Usando le parole del Capo dello Stato, c’è la necessità di affrontare con "senso di responsabilità, di umanità e di civiltà costituzionale" la "vergognosa realtà carceraria che marchia l'Italia".
Bisogna prendere atto dell’estrema urgenza e spiace constatare come, nell’attuale campagna elettorale, il tema venga ignorato dalle principali forze politiche in competizione.
I numeri della Giustizia Italiana, illustrati ieri dal Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione ed oggi, per il nostro distretto, da S.E. Presidente della Corte d’Appello, testimoniano ancora una volta la forte crisi di sistema.
E’ ormai evidente che le cerimonie d’inaugurazione degli anni giudiziari nei vari anni sono tra loro per lo più identiche nelle relazioni, negli interventi, nella promesse. Ma dobbiamo anche dare atto che l’anno appena concluso ha portato importanti novità.
Desidero segnalarne tre:
a) È stata dichiarata l’incostituzionalità della mediazione obbligatoria nel processo civile; l’Avvocatura italiana nel suo complesso aveva a più riprese segnalato l’inopportunità della normativa ed ha salutato con favore la decisione della Consulta. La mediazione obbligatoria era sbagliata e frutto di grandi iniquità, nonché incapace di migliorare la qualità del sistema giudiziario. Resta però ferma la necessità di implementare strumenti alternativi di risoluzione delle controversie e di sviluppare percorsi deflattivi del contenzioso. Sotto questo profilo la Giovane Avvocatura italiana è pronta a fare la sua parte in termini di contributi di idee e proposte. b) È stata rivoluzionata la geografia giudiziaria del nostro Paese. È evidente che essa doveva essere aggiornata alle mutate esigenze socio-economiche del nostro Paese e che la distribuzione degli Uffici Giudiziari presentava diversi profili di irrazionalità. Ma la chiusura indiscriminata di tutte le Sezioni Distaccate di Tribunale, di tutti gli Uffici dei Giudici di Pace con sedi diverse da quelle del Tribunale, e la soppressione di alcuni Tribunali e Procure della Repubblica comporterà indubbiamente un impoverimento di molte realtà territoriali (già disagiate), di cui il legislatore delegato avrebbe dovuto tenere conto. Sotto questo profilo l’Aiga ha più volte denunciato l’eccessività e irrazionalità dell’intervento e manifestato dubbi circa eccessi di delega che sono stati già rimessi all’attenzione della Consulta.
c) La terza novità riguarda la nostra professione ed è stata l’approvazione nell’ultimo giorno disponibile prima dello scioglimento delle Camere della legge di Riforma Forense, attesa da 79 anni dall’Avvocatura italiana.
Pur essendo soddisfatti della regolamentazione della nostra professione per norma primaria, essendo stata superata la disciplina regolamentare del DPR 137 dell’agosto 2012, non possiamo che segnalare che la novella sia stata un’occasione persa per la nostra categoria e per il Sistema Giudiziario italiano.
La Riforma Forense si presenta senza evidenti spinte verso la modernità, verso la necessità di ridisegnare la figura dell’avvocato nella società informatica, calato nella realtà europea, verso la ricerca di nuovi spazi di mercato che possano consentire all’Avvocatura, specie quella giovane, di affrontare nuove sfide fuori dal ristretto recinto dei Palazzi di Giustizia.
Una Riforma dove la meritocrazia non viene valorizzata e dove soltanto l’anzianità è un merito. Significativamente nel testo le parole “anziano”, “anziani” e “anzianità” si ripetono 18 volte, mentre quella “giovani” è presente una sola.
Ma proprio quest’oggi, dinanzi alle Autorità giudiziarie e politiche nazionali e del nostro Distretto, intendo ribadire quanto ha formato oggetto della mozione proposta dall’AIGA all’ultimo Congresso Nazionale Forense tenutosi a Bari a Novembre scorso e che ha ottenuto oltre il 70% dei consensi tra gli avvocati delegati congressuali di tutte le età.
Chiediamo nella prossima legislatura la modifica del testo, perché il sistema di governo e di amministrazione dell’Avvocatura non è democratico e vogliamo liberamente scegliere i nostri rappresentanti nazionali senza sbarramenti anagrafici; perché la specializzazione forense non può essere attribuita soltanto frequentando uno sterile corso universitario o per mera anzianità; perché l’obbligo di aggiornarsi costantemente durante l’attività professionale non può essere imposto soltanto ai Giovani Avvocati; perché l’accesso della professione deve impedire che l’albo professionale sia il comodo approdo per la disoccupazione intellettuale di chi non è stato capace o non è riuscito a fare altro.
Concludo il mio intervento ringraziandovi per l’attenzione e con l’augurio che l’anno giudiziario 2013 possa essere finalmente l’anno della svolta; l’anno in cui i cittadini possano ricominciare a guardare con fiducia i Palazzi di Giustizia; l’anno in cui l’Italia possa nuovamente affermare con orgoglio di essere la culla del diritto; l’anno in cui il nostro Paese possa finalmente rialzarsi.
Giustizia: per il Procuratore generale della Cassazione Ciani occorre legge su toghe in lista.
(ANSA) ROMA, 25 GEN - Sono destinati a "rafforzarsi" i "dubbi" sull'imparzialità della magistratura nel caso dei pm che prima assumono "comportamenti protagonistici" dimostrando "l'incapacità di resistere alla lusinga dell'immagine" e poi scelgono la strada della "diretta partecipazione alla competizione politica".
Lo sottolinea il Procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani nelle sue considerazioni sull'anno giudiziario.
Ciani chiede una legge che disciplini l'entrata in politica delle toghe.
Lo sottolinea il Procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani nelle sue considerazioni sull'anno giudiziario.
Ciani chiede una legge che disciplini l'entrata in politica delle toghe.
Un software per velocizzare la Giustizia: "In Puglia risparmiamo così".
La soluzione hi-tech contro la malagiustizia c'è e arriva dalla Puglia. Nichi Vendola lo ha ribadito di recente in due trasmissioni televisive, prima nel talk di approfondimento "Piazza Pulita" di La7 e poi nella trasmissione Ballarò.
"In Puglia abbiamo due progetti, Auror@ e Gnosis, finanziati dalla Regione con meno di 5 milioni di euro, che rappresentano il più avanzato processo di informatizzazione al servizio dei cittadini", ha puntualizzato il leader di Sel.
"Una buona pratica del sud che qualche volta andrebbe detta". Vendola si riferiva a due programmi open source pensati e realizzati da un'azienda di Lecce, la Links Management and Technology. Auror@ è un sistema informativo integrato per la gestione del fascicolo processuale e dei flussi documentali, attiva in buona parte della Puglia.
Il sistema riceve in automatico le notizie di reato provenienti dagli uffici di Polizia giudiziaria, le classifica e le collega al fascicolo penale di appartenenza.
Gli inquirenti hanno così a disposizione una mole di dati disponibile con un click risparmiando 8 euro per ogni singola operazione che avrebbe richiesto fotocopie, spostamenti e deposito in cancelleria. Secondo i promotori la diffusione di un sistema di questo tipo in tutto il territorio italiano potrebbe far risparmiare 13,2 milioni l'anno di carta ipotizzando la digitalizzazione del 50% dei documenti.
Altro esempio, la notifica di un atto penale.
Nella procedura ordinaria il cancelliere firma l'atto, scannerizza il cartaceo, lo registra inserendo dati, tipologia di notifica e i destinatari (directory di indirizzi Pec), firma elettronicamente l'immagine del documento, conferma l'invio dell'e-mail. Il sistema digitale di notifiche penali esegue queste operazioni in automatico e porterebbe a un risparmio di 8,4 milioni l'anno se fosse utilizzato in tutta Italia.
Ma Autor@ è pensato anche per gli avvocati: grazie al software evitano lunghe file in cancelleria collegandosi al portale "avvocati" della Procura per scaricare i documenti che gli servono in tempo reale. Tutto questo nella massima sicurezza grazie all'utilizzo di una smart card personale con un certificato digitale rilasciata dall'ordine.
Il programma è in uso gratuito presso il Ministero della Giustizia, eppure di sperimentazioni in Italia se ne vedono ancora poche. In questo momento nelle procure di Monza e di Milano è stata attivata una versione light del software che permette alle forze di polizia di comunicare le notizie di reato in forma digitale attraverso la rete.
La fase di sperimentazione di Gnosis si è invece conclusa da poco ed ora è attivo in tutta la Puglia. In buona sostanza, il software rappresenta uno strumento informatico di supporto all'azione investigativa, una sorta di sistema di ricerca che permette di selezionare in tempo reale tutta la mole di documenti raccolta. Il programma si basa su un sistema di crawling che permette, ad esempio, di trovare informazioni nei giornali e nei siti attraverso ricerche semantiche.
I pubblici ministeri indicano l'oggetto e ricevono in automatico gli articoli collegati alla chiave di ricerca inserita, risparmiando ore di lavoro. Gnosis prevede anche l'opzione della gestione del traffico telefonico con la mappatura delle chiamate di un indagato, la geolocalizzazione dei numeri contattati e l'identificazione degli spostamenti della persona.
"In Puglia abbiamo due progetti, Auror@ e Gnosis, finanziati dalla Regione con meno di 5 milioni di euro, che rappresentano il più avanzato processo di informatizzazione al servizio dei cittadini", ha puntualizzato il leader di Sel.
"Una buona pratica del sud che qualche volta andrebbe detta". Vendola si riferiva a due programmi open source pensati e realizzati da un'azienda di Lecce, la Links Management and Technology. Auror@ è un sistema informativo integrato per la gestione del fascicolo processuale e dei flussi documentali, attiva in buona parte della Puglia.
Il sistema riceve in automatico le notizie di reato provenienti dagli uffici di Polizia giudiziaria, le classifica e le collega al fascicolo penale di appartenenza.
Gli inquirenti hanno così a disposizione una mole di dati disponibile con un click risparmiando 8 euro per ogni singola operazione che avrebbe richiesto fotocopie, spostamenti e deposito in cancelleria. Secondo i promotori la diffusione di un sistema di questo tipo in tutto il territorio italiano potrebbe far risparmiare 13,2 milioni l'anno di carta ipotizzando la digitalizzazione del 50% dei documenti.
Altro esempio, la notifica di un atto penale.
Nella procedura ordinaria il cancelliere firma l'atto, scannerizza il cartaceo, lo registra inserendo dati, tipologia di notifica e i destinatari (directory di indirizzi Pec), firma elettronicamente l'immagine del documento, conferma l'invio dell'e-mail. Il sistema digitale di notifiche penali esegue queste operazioni in automatico e porterebbe a un risparmio di 8,4 milioni l'anno se fosse utilizzato in tutta Italia.
Ma Autor@ è pensato anche per gli avvocati: grazie al software evitano lunghe file in cancelleria collegandosi al portale "avvocati" della Procura per scaricare i documenti che gli servono in tempo reale. Tutto questo nella massima sicurezza grazie all'utilizzo di una smart card personale con un certificato digitale rilasciata dall'ordine.
Il programma è in uso gratuito presso il Ministero della Giustizia, eppure di sperimentazioni in Italia se ne vedono ancora poche. In questo momento nelle procure di Monza e di Milano è stata attivata una versione light del software che permette alle forze di polizia di comunicare le notizie di reato in forma digitale attraverso la rete.
La fase di sperimentazione di Gnosis si è invece conclusa da poco ed ora è attivo in tutta la Puglia. In buona sostanza, il software rappresenta uno strumento informatico di supporto all'azione investigativa, una sorta di sistema di ricerca che permette di selezionare in tempo reale tutta la mole di documenti raccolta. Il programma si basa su un sistema di crawling che permette, ad esempio, di trovare informazioni nei giornali e nei siti attraverso ricerche semantiche.
I pubblici ministeri indicano l'oggetto e ricevono in automatico gli articoli collegati alla chiave di ricerca inserita, risparmiando ore di lavoro. Gnosis prevede anche l'opzione della gestione del traffico telefonico con la mappatura delle chiamate di un indagato, la geolocalizzazione dei numeri contattati e l'identificazione degli spostamenti della persona.
ANAI: NELLA GIUSTIZIA MANCA TRASPARENZA SU INTROITI, SPESE E RISORSE. I CITTADINI HANNO IL DIRITTO DI SAPERE COME VENGONO GESTITI I FONDI.
DE TILLA: IL CONTROLLO DELLE SPESE AD UNA COMMISSIONE PARITETICA CON SOCIETÀ CIVILE, AVVOCATI, MAGISTRATI, OPERATORI DEL SETTORE.
Invece che sopprimere mille uffici giudiziari, per migliorare la giustizia basterebbe introdurre seriamente e diffusamente il processo telematico. L’Associazione nazionale avvocati italiani (Anai) interviene sulle spese del “sistema giustizia”.
Per il presidente Maurizio De Tilla, bisognerebbe innanzitutto rendere obbligatorio il processo civile telematico, per il resto molte sono le domande a proposito della gestione delle risorse da parte di via Arenula.
“Il processo civile telematico – ha detto il presidente ANAI – può portare a formidabili risparmi in ore di lavoro e ad incrementi di qualità del sistema. Appaiono necessari forti investimenti e cambiamenti di mentalità per produrre la massima produttività di giudici, di dirigenti e di personale, va eliminato al più presto l’ibridismo tra fascicolo cartaceo e telematico”. Il “Tribunale telematico” è la più seria proposta presentata dall’Avvocatura che va al più presto esaminata in una sinergia collaborativa tra i CISIA, gli Ordini e le Associazioni degli avvocati.
“La prima domanda sulla gestione delle risorse allora è questa: dove finiscono ogni anno i fondi dell’Amministrazione della giustizia che ammontano a più di sette miliardi di euro all’anno? – si chiede il presidente De Tilla – Cittadini, avvocati, giudici, dirigenti, dipendenti, operatori della giustizia hanno il diritto sacrosanto di sapere nel dettaglio come vengono gestiti i fondi della giustizia (che sono stati incrementati sensibilmente con i notevoli aumenti dei contributi a carico degli utenti)”. “Manca trasparenza – denuncia il presidente ANAI – su investimenti, introiti, spese, somme e beni gestiti, risorse impiegate, obiettivi perseguiti e raggiunti. Si sa solo che si sono spesi malamente 84 milioni per inutili braccialetti elettronici e che per l’esternalizzazione dei servizi si spendono all’incirca 700 milioni all’anno”.
Le domande dell’Associazione nazionale avvocati italiani allora sono:-Quanto si è speso fino ad oggi per il processo telematico?- Sono state utilizzate bene le risorse impiegate?- Si possono razionalizzare le risorse?- Quanti sono gli sprechi? Ma soprattutto, conclude il presidente De Tilla: “È necessario affidare ad una commissione paritetica, formata da cittadini, avvocati, giudici, personale, il controllo delle ingenti spese”.
Invece che sopprimere mille uffici giudiziari, per migliorare la giustizia basterebbe introdurre seriamente e diffusamente il processo telematico. L’Associazione nazionale avvocati italiani (Anai) interviene sulle spese del “sistema giustizia”.
Per il presidente Maurizio De Tilla, bisognerebbe innanzitutto rendere obbligatorio il processo civile telematico, per il resto molte sono le domande a proposito della gestione delle risorse da parte di via Arenula.
“Il processo civile telematico – ha detto il presidente ANAI – può portare a formidabili risparmi in ore di lavoro e ad incrementi di qualità del sistema. Appaiono necessari forti investimenti e cambiamenti di mentalità per produrre la massima produttività di giudici, di dirigenti e di personale, va eliminato al più presto l’ibridismo tra fascicolo cartaceo e telematico”. Il “Tribunale telematico” è la più seria proposta presentata dall’Avvocatura che va al più presto esaminata in una sinergia collaborativa tra i CISIA, gli Ordini e le Associazioni degli avvocati.
“La prima domanda sulla gestione delle risorse allora è questa: dove finiscono ogni anno i fondi dell’Amministrazione della giustizia che ammontano a più di sette miliardi di euro all’anno? – si chiede il presidente De Tilla – Cittadini, avvocati, giudici, dirigenti, dipendenti, operatori della giustizia hanno il diritto sacrosanto di sapere nel dettaglio come vengono gestiti i fondi della giustizia (che sono stati incrementati sensibilmente con i notevoli aumenti dei contributi a carico degli utenti)”. “Manca trasparenza – denuncia il presidente ANAI – su investimenti, introiti, spese, somme e beni gestiti, risorse impiegate, obiettivi perseguiti e raggiunti. Si sa solo che si sono spesi malamente 84 milioni per inutili braccialetti elettronici e che per l’esternalizzazione dei servizi si spendono all’incirca 700 milioni all’anno”.
Le domande dell’Associazione nazionale avvocati italiani allora sono:-Quanto si è speso fino ad oggi per il processo telematico?- Sono state utilizzate bene le risorse impiegate?- Si possono razionalizzare le risorse?- Quanti sono gli sprechi? Ma soprattutto, conclude il presidente De Tilla: “È necessario affidare ad una commissione paritetica, formata da cittadini, avvocati, giudici, personale, il controllo delle ingenti spese”.
Il nuovo redditometro è figlio di un fisco senza etica.
Il 24 dicembre scorso il Ministro delle finanze del già dimissionario governo Monti ha emanato il decreto attuativo del redditometro, una specifica tipologia di accertamento sintetico, basato cioè sulla capacità di spesa e di contribuzione della persona fisica ed al cui risultato si perviene con metodo induttivo.
Pochi giorni fa lo stesso Monti , che aspira a diventare un po’ più pop, ne ha preso le distanze, con sorpresa di chi scrive, come se la responsabilità politica e tecnica fosse, per assurdo, di qualche burocrate o forse del precedente governo.
Non si nega che lo strumento di accertamento sia stato introdotto su iniziativa di Tremonti nel 2010 e prevedesse già allora l’inversione sulle spalle del contribuente di provare il minore reddito conseguito a fronte di quello ricostruito con l’accertamento.
Non si nega la sonora bocciatura su questo punto, prima che dalla Corte di Cassazione, dalla logica più banale: se lo strumento è essenzialmente induttivo e si avvale di coefficienti moltiplicatori applicati a beni indice, è ovvio che il reddito determinato statisticamente sia tutto da dimostrare a cura dell’amministrazione finanziaria.
Ma con tale previsione normativa succede che una visione molto empirica, non suffragata in maniera apodittica, debba essere sconfessata, al contrario, con tutte le dimostrazioni del caso dal contribuente. Fatto che evidentemente non lo pone neppure sullo stesso piano del fisco.
E’ pur vero tutto ciò. Ma la chicca confezionata alla vigilia di Natale non solo ha attuato questa stortura, ha potenziato nella maniera più indecorosa ed illiberale l’utilizzo del redditometro, tradendo di gran lunga le finalità di quello progettato durante il precedente governo Berlusconi, che si sarebbe limitato a considerare tra i beni indice di capacità contributiva i mezzi di trasporto, le residenze, le assicurazioni, i cavalli da corsa, il servizio di collaboratori familiari nella disponibilità del contribuente, in linea di massima quelli già previsti nel D.M. 19 novembre 1992 con l’aggiunta di alcuni beni di lusso.
Tanto per capirci, avrebbe operato da grossolano setaccio sui contribuenti per selezionare situazioni paradossali, come i reddito zero in possesso dell’ultimo modello di suv tedesco. Le voci di spesa del nuovo redditometro: quelle sì che lasciano letteralmente basiti!
Laddove non siano documentabili con quanto è già in possesso dell’amministrazione finanziaria, si tiene conto della spesa media Istat per nucleo familiare; una presunzione, quella statistica, destinata ad essere usata in molti casi, se si considera che fanno testo anche i libri non scolastici (e non è una battuta) o le borse e le valige o la bigiotteria!
Una presunzione che fa prevalere il metodo di accertamento induttivo su quello analitico, in ausilio del quale è nato il primo quando l’amministrazione finanziaria non era ancora informatizzata.
Tralasciando l’aspetto terroristico della complicazione statistica, mettendo da parte la intricata legislazione tributaria, situazioni non superabili neppure dalla media diligenza e perizia del contribuente modello e che, anzi, favoriscono il clima di odiosità nei confronti del fisco, il problema è anche etico.
La famiglia viene radiografata ed inibita nei consumi, viene scoraggiato quel “darsi una mano a vicenda” che ha fatto sempre parte della storia delle famiglie e delle imprese italiane, gran parte delle quali fondano il proprio benessere e la propria sopravvivenza su un’architettura familiare.
Le persone vengono considerate sempre meno persone e sempre più “particelle catastali”, la comunità viene sempre più divisa in favore di uno Stato giacobino che tutto controlla ed in tutto interviene come un automa.
E questo sta succedendo in un Paese come l’Italia, che come unica regola ha l’eccezione, ed accade, come nella migliore tradizione giacobina, in un crescendo di terrore.
Sarà l’ennesima conferma di come sull’agenda Monti non ci sia spazio per coniugare rigore e crescita?
Pochi giorni fa lo stesso Monti , che aspira a diventare un po’ più pop, ne ha preso le distanze, con sorpresa di chi scrive, come se la responsabilità politica e tecnica fosse, per assurdo, di qualche burocrate o forse del precedente governo.
Non si nega che lo strumento di accertamento sia stato introdotto su iniziativa di Tremonti nel 2010 e prevedesse già allora l’inversione sulle spalle del contribuente di provare il minore reddito conseguito a fronte di quello ricostruito con l’accertamento.
Non si nega la sonora bocciatura su questo punto, prima che dalla Corte di Cassazione, dalla logica più banale: se lo strumento è essenzialmente induttivo e si avvale di coefficienti moltiplicatori applicati a beni indice, è ovvio che il reddito determinato statisticamente sia tutto da dimostrare a cura dell’amministrazione finanziaria.
Ma con tale previsione normativa succede che una visione molto empirica, non suffragata in maniera apodittica, debba essere sconfessata, al contrario, con tutte le dimostrazioni del caso dal contribuente. Fatto che evidentemente non lo pone neppure sullo stesso piano del fisco.
E’ pur vero tutto ciò. Ma la chicca confezionata alla vigilia di Natale non solo ha attuato questa stortura, ha potenziato nella maniera più indecorosa ed illiberale l’utilizzo del redditometro, tradendo di gran lunga le finalità di quello progettato durante il precedente governo Berlusconi, che si sarebbe limitato a considerare tra i beni indice di capacità contributiva i mezzi di trasporto, le residenze, le assicurazioni, i cavalli da corsa, il servizio di collaboratori familiari nella disponibilità del contribuente, in linea di massima quelli già previsti nel D.M. 19 novembre 1992 con l’aggiunta di alcuni beni di lusso.
Tanto per capirci, avrebbe operato da grossolano setaccio sui contribuenti per selezionare situazioni paradossali, come i reddito zero in possesso dell’ultimo modello di suv tedesco. Le voci di spesa del nuovo redditometro: quelle sì che lasciano letteralmente basiti!
Laddove non siano documentabili con quanto è già in possesso dell’amministrazione finanziaria, si tiene conto della spesa media Istat per nucleo familiare; una presunzione, quella statistica, destinata ad essere usata in molti casi, se si considera che fanno testo anche i libri non scolastici (e non è una battuta) o le borse e le valige o la bigiotteria!
Una presunzione che fa prevalere il metodo di accertamento induttivo su quello analitico, in ausilio del quale è nato il primo quando l’amministrazione finanziaria non era ancora informatizzata.
Tralasciando l’aspetto terroristico della complicazione statistica, mettendo da parte la intricata legislazione tributaria, situazioni non superabili neppure dalla media diligenza e perizia del contribuente modello e che, anzi, favoriscono il clima di odiosità nei confronti del fisco, il problema è anche etico.
La famiglia viene radiografata ed inibita nei consumi, viene scoraggiato quel “darsi una mano a vicenda” che ha fatto sempre parte della storia delle famiglie e delle imprese italiane, gran parte delle quali fondano il proprio benessere e la propria sopravvivenza su un’architettura familiare.
Le persone vengono considerate sempre meno persone e sempre più “particelle catastali”, la comunità viene sempre più divisa in favore di uno Stato giacobino che tutto controlla ed in tutto interviene come un automa.
E questo sta succedendo in un Paese come l’Italia, che come unica regola ha l’eccezione, ed accade, come nella migliore tradizione giacobina, in un crescendo di terrore.
Sarà l’ennesima conferma di come sull’agenda Monti non ci sia spazio per coniugare rigore e crescita?
Marika Franchini
www.L’Occidentale.it
RIFORMA FORENSE, OUA: NECESSARIO DIALOGO CON TUTTA L‘AVVOCATURA PER REDAZIONE CONDIVISA DEI REGOLAMENTI ATTUATIVI.
NICOLA MARINO, PRESIDENTE OUA: “Eppur si muove, siamo lieti che la riforma finalmente possa entrare in vigore, anche se la piena attuazione è ancora lontana. L’Oua, auspicando un dialogo che coinvolga tutta l’avvocatura, seguirà la definizione dei regolamenti attuativi, tenendo ben presenti le mozioni approvate dal recente Congresso Forense in cui si chiedevano precise modifiche”.
TRAI PUNTI CRITICI: I PARAMETRI, LA TUTELA DEI GIOVANI, L'ECCESSIVO NUMERO DI AVVOCATI E LA RIFORMA DELL'ACCESSO UNIVERSITARIO CON IL NUMERO PROGRAMMATO.
Dialogo, condivisione e rispetto delle decisioni del Congresso Forense. Con queste linee guida l’Organismo Unitario dell’Avvocatura valuterà l'effettiva entrata in vigore della riforma professionale e seguirà con attenzione la definizione dei numerosi regolamenti attuativi previsti dalla nuova legge forense. Di oggi, intanto, la prima, attesa, circolare esplicativa del Cnf.
Per Nicola Marino, presidente Oua: “Eppur si muove. E anche se la riforma è ben lungi dall’essere compiuta, siamo lieti che la situazione si sia sbloccata e che sia giunta anche la prima circolare esplicativa del Cnf. Certo occorrerà continuare a dare vigile impulso a questo iter, non solo per darvi compiuta attuazione, ma anche allo scopo di porre rimedio ad alcuni errori, storture, anomalie che, come ha sancito anche il recente Congresso Forense di Bari, rischiano di compromettere l'esito da tutti auspicato”.
“Pur apprezzando che, dopo circa 70 anni, sia stata varata la necessariamente migliorabile legge professionale - aggiunge Marino - registriamo, assieme alla costante modifica in senso peggiorativo del sistema di quantificazione dei compensi professionali, come dimostra anche l’ultimo parere del Consiglio di Stato (18 gennaio) che censura la proposta concordata a dicembre con il Ministero di Giustizia, mettendo in discussione, tra gli altri aspetti, l’accordo sulla quantificazione delle spese forfettarie. Urgono, perciò, una maggiore e più consona considerazione dell’attività forense in sede di definizione dei parametri e di liquidazione giudiziale (la gestione degli Studi è pari a quella di piccole aziende) e l’adozione di interventi a tutela dei giovani, che vanno sostenuti per affrontare un mercato oggi poco capace di assorbirli: gli avvocati sono oltre 230mila. Tra le proposte da mettere in campo una effettiva programmazione del numero in sede di accesso all’Università e mettendo a disposizione una migliore formazione e competenze specifiche orientate al diverso panorama (sovranazionale) in cui si muoverà il giurista del futuro”.
“Su tutti questi nodi strategici per la professione forense – conclude Marino - (e ne abbiamo citato solo alcuni) promettiamo, assieme ad una vigile attenzione, una aperta disponibilità al dialogo con tutte le componenti dell'avvocatura ai fini della ricerca di soluzioni condivise che consentano auspicabili modifiche della nuova legge professionale”.
TRAI PUNTI CRITICI: I PARAMETRI, LA TUTELA DEI GIOVANI, L'ECCESSIVO NUMERO DI AVVOCATI E LA RIFORMA DELL'ACCESSO UNIVERSITARIO CON IL NUMERO PROGRAMMATO.
Dialogo, condivisione e rispetto delle decisioni del Congresso Forense. Con queste linee guida l’Organismo Unitario dell’Avvocatura valuterà l'effettiva entrata in vigore della riforma professionale e seguirà con attenzione la definizione dei numerosi regolamenti attuativi previsti dalla nuova legge forense. Di oggi, intanto, la prima, attesa, circolare esplicativa del Cnf.
Per Nicola Marino, presidente Oua: “Eppur si muove. E anche se la riforma è ben lungi dall’essere compiuta, siamo lieti che la situazione si sia sbloccata e che sia giunta anche la prima circolare esplicativa del Cnf. Certo occorrerà continuare a dare vigile impulso a questo iter, non solo per darvi compiuta attuazione, ma anche allo scopo di porre rimedio ad alcuni errori, storture, anomalie che, come ha sancito anche il recente Congresso Forense di Bari, rischiano di compromettere l'esito da tutti auspicato”.
“Pur apprezzando che, dopo circa 70 anni, sia stata varata la necessariamente migliorabile legge professionale - aggiunge Marino - registriamo, assieme alla costante modifica in senso peggiorativo del sistema di quantificazione dei compensi professionali, come dimostra anche l’ultimo parere del Consiglio di Stato (18 gennaio) che censura la proposta concordata a dicembre con il Ministero di Giustizia, mettendo in discussione, tra gli altri aspetti, l’accordo sulla quantificazione delle spese forfettarie. Urgono, perciò, una maggiore e più consona considerazione dell’attività forense in sede di definizione dei parametri e di liquidazione giudiziale (la gestione degli Studi è pari a quella di piccole aziende) e l’adozione di interventi a tutela dei giovani, che vanno sostenuti per affrontare un mercato oggi poco capace di assorbirli: gli avvocati sono oltre 230mila. Tra le proposte da mettere in campo una effettiva programmazione del numero in sede di accesso all’Università e mettendo a disposizione una migliore formazione e competenze specifiche orientate al diverso panorama (sovranazionale) in cui si muoverà il giurista del futuro”.
“Su tutti questi nodi strategici per la professione forense – conclude Marino - (e ne abbiamo citato solo alcuni) promettiamo, assieme ad una vigile attenzione, una aperta disponibilità al dialogo con tutte le componenti dell'avvocatura ai fini della ricerca di soluzioni condivise che consentano auspicabili modifiche della nuova legge professionale”.
mercoledì, gennaio 23, 2013
LA RIFORMA FORENSE: PREGI E DIFETTI.
1. La funzione costituzionale dell’avvocato.
Tra i principi della Costituzione sono fondamentali:
a) il principio di inviolabilità del diritto di difesa in ogni stato e grado di giudizio e, collegato a questo, il principio della tutela dei non abbienti (art. 24); b) il principio della parità delle parti nel processo (art. 111).
All’attuazione degli indicati principi è preposta l’avvocatura che è una componente essenziale della giurisdizione che trova una giustificazione sostanziale nel fatto che l’avvocato, con la difesa del cittadino, assume la veste di protagonista nel processo.
E se è vero che il processo risulta essere la sede dell’esercizio della funzione giurisdizionale è innegabile che la rilevanza costituzionale di quest’ultima debba estendersi a tutti i soggetti che ad esso partecipano da protagonisti: giudici ed avvocati.
La magistratura e l’avvocatura sono, con pari dignità, le componenti della giurisdizione. La rilevanza della pari dignità assume il significato di un concreto bilanciamento all’interno dell’assetto costituzionale della giurisdizione, che si presenta come garanzia di neutralizzazione delle possibili distorsioni e degenerazioni.
L’avvocato diventa, quindi, il depositario e l’affidatario della quota di sovranità appartenente alle parti processuali che non possono restare nella totale disponibilità del giudice. L’Avvocatura assume il ruolo di indispensabile sostegno alla correttezza e alla pienezza del ruolo del giudice per la rappresentazione della situazione giuridica delle parti.
Se la presenza dell’avvocato è garanzia di terzietà del processo, l’Avvocatura deve concorrere, con propri rappresentanti, all’Amministrazione della giustizia nelle diverse articolazioni, con un bilanciamento di ruoli e funzioni. La recente nuova disciplina di riforma dell’ordinamento della professione forense parla, all’art. 1 n. 2, di specificità della funzione difensiva e di “primaria rilevanza giuridica e sociale dei diritti alla cui tutela essa è proposta”.
Ma la dicitura legislativa non è sufficiente. Appare necessaria una riforma costituzionale. L’Avvocatura ha, infatti, proposto di modificare il titolo IV della Seconda Parte della Costituzione intitolandola “La Giurisdizione” con l’articolazione in tre sezioni: la prima dedicata ai principi fondamentali della funzione giurisdizionale; la seconda ai principi riguardanti la Magistratura, la terza ai principi che regolano la difesa e l’Avvocatura.
Viene così rafforzato il principio costituzionale del diritto di difesa come funzione essenziale in ogni procedimento giudiziario e viene, allo stesso tempo, costituzionalizzata l’attività dell’avvocato nella sua funzione di rilevanza pubblica.
2. La riforma forense è un primo passo. Ma non basta.
Occorre porre immediato rimedio al sovraffollamento degli albi degli avvocati ponendo regole selettive per l’accesso alla professione. Sul punto la riforma è completamente carente avendo il Parlamento disatteso alcune indicazioni dell’Avvocatura (selezione nell’accesso al tirocinio e all’esame di stato, limite di età, scadenza del certificato di abilitazione, eliminazione delle iscrizioni di diritto, etc.). Sul tema bisogna intervenire con incisività ed urgenza stabilendo il numero chiuso per la iscrizione all’albo e, se con ciò non fosse possibile, il numero programmato all’Università (nelle iscrizioni e/o nel corso del quinquennio di laurea).
Non c’è altra soluzione. La presenza record di 240 mila avvocati rende difficoltoso l’esercizio di una qualificata difesa del cittadino. In Francia gli avvocati sono 47 mila e in Inghilterra vi sono 10 mila barrister (gli avvocati che esercitano nel processo) ai quali si aggiungono 120 mila solicitors che hanno funzioni anche non forensi e non svolgono, in massima parte, funzioni difensive.
3. La eccessiva ingerenza dello Stato nella formazione dei regolamenti attuativi della riforma forense. Il potere di autonomazione è molto diffuso negli ordinamenti forensi europei. L’autonomia ed indipendenza delle avvocature europee è facilitata con la predisposizione di regole da parte delle organizzazioni forensi con il controllo dello Stato. Con la recente riforma forense è avvenuto il contrario. Quasi tutto il potere regolamentare è attribuito al Ministero della Giustizia, con il parere delle Commissioni parlamentari competenti e il parere del CNF. Anzitutto è da segnalare che le modalità per il riconoscimento del titolo di specialista vengono stabilite dal Ministero ed i percorsi formativi vengono organizzati esclusivamente presso le facoltà di giurisprudenza, espropriando così gli ordini e le associazioni di ogni potere.
Ma vi è di più: le Università provvedono a tanto nell’ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. E poiché i fondi notoriamente mancano, le specializzazioni se ne vanno alla malora!
E rimangono, così, solo i titoli degli avvocati docenti universitari di ruolo in materie giuridiche, i quali possono indicare il relativo titolo con le opportune specificazioni.
Anche in tema di assicurazione per la responsabilità civile ed assicurazione contro gli infortuni vi è l’ingerenza dello Stato laddove si stabilisce che le condizioni essenziali e i massimali minimi delle polizze sono stabiliti ed aggiornati ogni cinque anni dal Ministro della Giustizia.
Che probabilmente sarà favorevole alle Assicurazioni (poteri forti) e non terrà alcun conto dei giovani e della parte debole dell’avvocatura che versa in grave difficoltà per la grave crisi economica e per le liberalizzazioni selvagge.
Con un regolamento emanato dal Ministro della Giustizia, sentito CNF e Commissioni parlamentari, sono altresì disciplinati la tenuta e l’aggiornamento dell’albo, degli elenchi e dei registri, le modalità di trasferimento, i casi di cancellazione e le relative impugnazioni di provvedimenti adottati in materia dei Consigli degli Ordini, dei quali si è esclusa qualsiasi autonomia.
Compete, inoltre, al Ministro della Giustizia di adottare il regolamento che disciplina: a) le modalità che giustificano le modalità di svolgimento del tirocinio e le relative procedure di controllo da parte del competente Consiglio dell’Ordine; b) le ipotesi che giustificano l’interruzione del tirocinio e le relative procedure di accertamento. Ancora. Il Ministro della giustizia, sentito il CNF, disciplina con regolamento: a) le modalità e le condizioni per l’istituzione dei corsi di formazione da parte degli ordini e delle associazioni forensi giudicate idonee, in maniera da garantire la libertà ed il pluralismo dell’offerta formativa e della relativa scelta individuale; b) i contenuti formativi dei corsi di formazione in modo da ricomprendervi, in quanto essenziali, l’insegnamento del linguaggio giuridico, la redazione degli atti giudiziari, la tecnica impugnatoria dei provvedimenti giurisdizionali e degli atti amministrativi, la tecnica di redazione del parere stragiudiziale e la tecnica di ricerca; c) la durata minima dei corsi di formazione, prevedendo un carico didattico non inferiore a centosessanta ore per l’intero periodo; d) le modalità e le condizioni per la frequenza dei corsi di formazione da parte del praticante avvocato nonché quelle per le verifiche intermedie e finale del profitto, che sono affidate ad una commissione composta da avvocati, magistrati e docenti universitari, in modo da garantire omogeneità di giudizio su tutto il territorio nazionale.
Ai componenti della commissione non sono riconosciuti compensi, indennità o gettoni di presenza. Anche qui nessuna autonomia dagli Ordini che devono seguire pedissequamente le prescrizioni del Ministero.
4. I pregi e i difetti della riforma forense.
Qualcuno si è chiesto se valeva la pena di dare il consenso ad una riforma che, in definitiva, non tratta bene l’avvocatura e la sottopone ad una disciplina imposta dallo Stato (Ministero della Giustizia e Commissioni parlamentari) senza porre in essere alcuna innovativa politica legislativa di selezione nell’accesso al tirocinio e all’esame di Stato.
Qualcuno ha ribattuto che qualche risultato positivo c’è: l’eliminazione dei soci di capitale dalle società tra avvocati (se e quando sarà approvato il decreto legislativo del Governo); il ripristino del procedimento di formazione dei parametri (le vecchie tariffe) che impone di sentire il CNF (senza però che vengano reintrodotti i minimi di tariffa).
Per alcuni vi sono altri vantaggi per le istituzioni forensi: il prolungamento a quattro anni del mandato per gli Ordini con una proroga di un altro anno per le nuove elezioni; il prolungamento a quattro anni dal mandato per il CNF con una proroga di quasi due anni per le nuove elezioni. Il tutto con il limite invalicabile di due mandati.
Il tutto con elezioni consiliari che dovranno tener conto della rappresentanza di genere nella percentuale almeno del terzo dei consiglieri eletti.
Tra i principi della Costituzione sono fondamentali:
a) il principio di inviolabilità del diritto di difesa in ogni stato e grado di giudizio e, collegato a questo, il principio della tutela dei non abbienti (art. 24); b) il principio della parità delle parti nel processo (art. 111).
All’attuazione degli indicati principi è preposta l’avvocatura che è una componente essenziale della giurisdizione che trova una giustificazione sostanziale nel fatto che l’avvocato, con la difesa del cittadino, assume la veste di protagonista nel processo.
E se è vero che il processo risulta essere la sede dell’esercizio della funzione giurisdizionale è innegabile che la rilevanza costituzionale di quest’ultima debba estendersi a tutti i soggetti che ad esso partecipano da protagonisti: giudici ed avvocati.
La magistratura e l’avvocatura sono, con pari dignità, le componenti della giurisdizione. La rilevanza della pari dignità assume il significato di un concreto bilanciamento all’interno dell’assetto costituzionale della giurisdizione, che si presenta come garanzia di neutralizzazione delle possibili distorsioni e degenerazioni.
L’avvocato diventa, quindi, il depositario e l’affidatario della quota di sovranità appartenente alle parti processuali che non possono restare nella totale disponibilità del giudice. L’Avvocatura assume il ruolo di indispensabile sostegno alla correttezza e alla pienezza del ruolo del giudice per la rappresentazione della situazione giuridica delle parti.
Se la presenza dell’avvocato è garanzia di terzietà del processo, l’Avvocatura deve concorrere, con propri rappresentanti, all’Amministrazione della giustizia nelle diverse articolazioni, con un bilanciamento di ruoli e funzioni. La recente nuova disciplina di riforma dell’ordinamento della professione forense parla, all’art. 1 n. 2, di specificità della funzione difensiva e di “primaria rilevanza giuridica e sociale dei diritti alla cui tutela essa è proposta”.
Ma la dicitura legislativa non è sufficiente. Appare necessaria una riforma costituzionale. L’Avvocatura ha, infatti, proposto di modificare il titolo IV della Seconda Parte della Costituzione intitolandola “La Giurisdizione” con l’articolazione in tre sezioni: la prima dedicata ai principi fondamentali della funzione giurisdizionale; la seconda ai principi riguardanti la Magistratura, la terza ai principi che regolano la difesa e l’Avvocatura.
Viene così rafforzato il principio costituzionale del diritto di difesa come funzione essenziale in ogni procedimento giudiziario e viene, allo stesso tempo, costituzionalizzata l’attività dell’avvocato nella sua funzione di rilevanza pubblica.
2. La riforma forense è un primo passo. Ma non basta.
Occorre porre immediato rimedio al sovraffollamento degli albi degli avvocati ponendo regole selettive per l’accesso alla professione. Sul punto la riforma è completamente carente avendo il Parlamento disatteso alcune indicazioni dell’Avvocatura (selezione nell’accesso al tirocinio e all’esame di stato, limite di età, scadenza del certificato di abilitazione, eliminazione delle iscrizioni di diritto, etc.). Sul tema bisogna intervenire con incisività ed urgenza stabilendo il numero chiuso per la iscrizione all’albo e, se con ciò non fosse possibile, il numero programmato all’Università (nelle iscrizioni e/o nel corso del quinquennio di laurea).
Non c’è altra soluzione. La presenza record di 240 mila avvocati rende difficoltoso l’esercizio di una qualificata difesa del cittadino. In Francia gli avvocati sono 47 mila e in Inghilterra vi sono 10 mila barrister (gli avvocati che esercitano nel processo) ai quali si aggiungono 120 mila solicitors che hanno funzioni anche non forensi e non svolgono, in massima parte, funzioni difensive.
3. La eccessiva ingerenza dello Stato nella formazione dei regolamenti attuativi della riforma forense. Il potere di autonomazione è molto diffuso negli ordinamenti forensi europei. L’autonomia ed indipendenza delle avvocature europee è facilitata con la predisposizione di regole da parte delle organizzazioni forensi con il controllo dello Stato. Con la recente riforma forense è avvenuto il contrario. Quasi tutto il potere regolamentare è attribuito al Ministero della Giustizia, con il parere delle Commissioni parlamentari competenti e il parere del CNF. Anzitutto è da segnalare che le modalità per il riconoscimento del titolo di specialista vengono stabilite dal Ministero ed i percorsi formativi vengono organizzati esclusivamente presso le facoltà di giurisprudenza, espropriando così gli ordini e le associazioni di ogni potere.
Ma vi è di più: le Università provvedono a tanto nell’ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. E poiché i fondi notoriamente mancano, le specializzazioni se ne vanno alla malora!
E rimangono, così, solo i titoli degli avvocati docenti universitari di ruolo in materie giuridiche, i quali possono indicare il relativo titolo con le opportune specificazioni.
Anche in tema di assicurazione per la responsabilità civile ed assicurazione contro gli infortuni vi è l’ingerenza dello Stato laddove si stabilisce che le condizioni essenziali e i massimali minimi delle polizze sono stabiliti ed aggiornati ogni cinque anni dal Ministro della Giustizia.
Che probabilmente sarà favorevole alle Assicurazioni (poteri forti) e non terrà alcun conto dei giovani e della parte debole dell’avvocatura che versa in grave difficoltà per la grave crisi economica e per le liberalizzazioni selvagge.
Con un regolamento emanato dal Ministro della Giustizia, sentito CNF e Commissioni parlamentari, sono altresì disciplinati la tenuta e l’aggiornamento dell’albo, degli elenchi e dei registri, le modalità di trasferimento, i casi di cancellazione e le relative impugnazioni di provvedimenti adottati in materia dei Consigli degli Ordini, dei quali si è esclusa qualsiasi autonomia.
Compete, inoltre, al Ministro della Giustizia di adottare il regolamento che disciplina: a) le modalità che giustificano le modalità di svolgimento del tirocinio e le relative procedure di controllo da parte del competente Consiglio dell’Ordine; b) le ipotesi che giustificano l’interruzione del tirocinio e le relative procedure di accertamento. Ancora. Il Ministro della giustizia, sentito il CNF, disciplina con regolamento: a) le modalità e le condizioni per l’istituzione dei corsi di formazione da parte degli ordini e delle associazioni forensi giudicate idonee, in maniera da garantire la libertà ed il pluralismo dell’offerta formativa e della relativa scelta individuale; b) i contenuti formativi dei corsi di formazione in modo da ricomprendervi, in quanto essenziali, l’insegnamento del linguaggio giuridico, la redazione degli atti giudiziari, la tecnica impugnatoria dei provvedimenti giurisdizionali e degli atti amministrativi, la tecnica di redazione del parere stragiudiziale e la tecnica di ricerca; c) la durata minima dei corsi di formazione, prevedendo un carico didattico non inferiore a centosessanta ore per l’intero periodo; d) le modalità e le condizioni per la frequenza dei corsi di formazione da parte del praticante avvocato nonché quelle per le verifiche intermedie e finale del profitto, che sono affidate ad una commissione composta da avvocati, magistrati e docenti universitari, in modo da garantire omogeneità di giudizio su tutto il territorio nazionale.
Ai componenti della commissione non sono riconosciuti compensi, indennità o gettoni di presenza. Anche qui nessuna autonomia dagli Ordini che devono seguire pedissequamente le prescrizioni del Ministero.
4. I pregi e i difetti della riforma forense.
Qualcuno si è chiesto se valeva la pena di dare il consenso ad una riforma che, in definitiva, non tratta bene l’avvocatura e la sottopone ad una disciplina imposta dallo Stato (Ministero della Giustizia e Commissioni parlamentari) senza porre in essere alcuna innovativa politica legislativa di selezione nell’accesso al tirocinio e all’esame di Stato.
Qualcuno ha ribattuto che qualche risultato positivo c’è: l’eliminazione dei soci di capitale dalle società tra avvocati (se e quando sarà approvato il decreto legislativo del Governo); il ripristino del procedimento di formazione dei parametri (le vecchie tariffe) che impone di sentire il CNF (senza però che vengano reintrodotti i minimi di tariffa).
Per alcuni vi sono altri vantaggi per le istituzioni forensi: il prolungamento a quattro anni del mandato per gli Ordini con una proroga di un altro anno per le nuove elezioni; il prolungamento a quattro anni dal mandato per il CNF con una proroga di quasi due anni per le nuove elezioni. Il tutto con il limite invalicabile di due mandati.
Il tutto con elezioni consiliari che dovranno tener conto della rappresentanza di genere nella percentuale almeno del terzo dei consiglieri eletti.
Maurizio de Tilla
(Presidente A.N.A.I.)
martedì, gennaio 22, 2013
lunedì, gennaio 21, 2013
IN ARRIVO MODIFICHE AI PARAMETRI DI CUI AL D.M. 140/2012.
Testo dell'accordo Ministero Giustizia/Associazioni professionali.
Premessa
Con la Riforma delle Professioni ed il Decreto Parametri si è inteso abbandonare una logica di predeterminazione “amministrativa” di liquidazione giurisdizionale dei compensi.Si tratta di un passaggio di grande apertura nel mondo delle professioni, su cui non si ritiene di dover tornare indietro.
Si ritiene, invece, possano essere individuati, ed affrontati, aspetti sui quali l’operatività ha evidenziato profili di criticità; di questi si ritiene poter tenere conto nel contesto di un intervento di modifica del Decreto.
Alcuni interventi sono ancora in corso di valutazione tecnica e di impatto.
Intervento di modifica
Si riportano di seguito riassuntivamente gli interventi di modifica al D.M. n.
140/2012:
1) aggiunta (per tutte le professioni) delle spese forfettarie liquidate nella misura compresa tra il 10 e il 20 per cento del corrispettivo;
2) eliminazione (per tutte le professioni) della valutazione negativa da parte dell’organo giurisdizionale dell’assenza di prova della mancata consegna del preventivo di massima (Riserva di valutazione in relazione all’art. 9 DL 1/2012);
3) introduzione di un parametro numerico per la liquidazione dell’attività stragiudiziale, consistente nella percentuale compresa tra il 5% e il 20% del valore dell’affare;
4) introduzione di un possibile incremento del compenso nel caso di assistenza stragiudiziale nel procedimento di mediazione;
5) introduzione di un possibile incremento del compenso liquidato giudizialmente a carico del soccombente costituito, quando le difese della parte vittoriosa siano risultate manifestamente fondate;
6) possibilità di aumento anche oltre il doppio nel caso di assistenza di più parti (Riserva di valutazione);
7) soppressione della riduzione del 50% del compenso nella liquidazione delle prestazioni svolte a favore di soggetti in patrocinio a spese dello stato e del compenso per l’assistenza d’ufficio a minori;
8) introduzione di due ulteriori scaglioni per le controversie di valore superiore ad euro 1.500.000,00: a) 1.500.001,00 – 5.000.000,00, b) oltre
5.000.000,00;
9) introduzione della voce “studio” nella fase esecutiva (sia mobiliare che immobiliare) che contiene valori corrispondenti al 35% - 50% degli importi previsti per la voce “procedimento”;
10) incremento (in misura oscillante tra il 30% - 50%) di tutti i valori previsti per il procedimento per ingiunzione e per il precetto;
11) previsione della nuova fase di investigazione relativamente all’attività giudiziale penale, a cui corrispondono valori pari a circa il 70% di quelli previsti per la fase istruttoria davanti all’autorità giudiziaria.
sabato, gennaio 19, 2013
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