venerdì, novembre 20, 2009

L'unico tiranno che accetto.......

Alfano: la riforma non la detta l'Anm.


"Noi lavoriamo affinchè il sistema della giustizia possa prevedere ordinariamente che un procedimento penale si concluda in sei anni. Mi sembra un tempo congruo. Non si può rimanere impelagati nella giustizia a vita. È una norma di civiltà". Il ministro della Giustizia Angelino Alfano al VI Congresso della Conferenza nazionale dell'Avvocatura e torna a parlare della discussa riforma del "processo breve".
Il Guardasigilli afferma con chiarezza che la riforma della giustizia sarà fatta e non verrà scritta "sotto dettatura dell'Anm", ma, sottolinea, non c'è alcuna intenzione di portare i pm sotto il controllo del governo. Alfano, rivolgendosi alla platea della Conferenza nazionale dell'avvocatura, spiega: "Vogliamo solo migliorare ciò che c'è scritto nella Costituzione. Non intendiamo variare l'equilibrio dei poteri assegnato dal Costituente". E' però necessario, sottolinea, dare all'avvocatura pari dignità rispetto ai pm, che "si danno del tu con i giudici, mentre gli avvocati danno del lei ai giudici".
Tra gli obiettivi della riforma fissati dal Guardasigilli c'è quello di prevedere un limite di sei anni, più le indagini, per i processi. Si tratta di un tempo "congruo", ma è anche necessario che la Finanziaria stanzi più risorse per il settore della giustizia "perchè non intendiamo farci dire che con una mano chiediamo ai giudici di completare i processi in sei anni e con l'altra sottraiamo le risorse necessarie". Alfano ribadisce l'intenzione di andare avanti col "processo breve": "Sei anni, più gli anni delle indagini, quindi in totale otto, nove, dieci anni, mi paiono un tempo congruo perchè un processo venga portato a compimento".
Spiega Alfano: "Noi non intendiamo mettere il pm sotto l'esecutivo. Il pm indipendente è garanzia di giustizia ed equità di fronte ai cittadini". Insiste il ministro: "Non intendiamo farlo innanzitutto perchè non lo riteniamo giusto; e poi perchè abbiamo il buon senso di non considerarci eterni: oggi abbiamo un esecutivo liberale, democratico e garantista... Vi immaginate come sarebbe se ci fossero i pm sotto il controllo di altri esecutivi non così liberali?". Alfano dice di ritenere "sacro il recinto di autonomia e indipendenza dei magistrati": "Come recita la Costituzione, i magistrati sono soggetti soltanto alla legge. Ma alla legge sì, e la legge la fa il Parlamento in nome dello stesso popolo sovrano in nome del quale i magistrati pronunciano le sentenze".
Il problema, spiega il ministro, è quello di dare pari dignità a pm e avvocati: "Io sono per chiamare i pm 'avvocati dell'accusa'". Continua Alfano: "I pm e i giudici frequentano lo stesso ufficio, lo stesso bar, hanno anche la possibilità di fidanzarsi se sono uomo e donna e il giorno dopo in tribunale si danno del tu; mentre i giudici agli avvocati danno del lei. Questa non è parità e noi vogliamo cambiare. Dico con grande franchezza ai magistrati e alle componenti associate della magistratura che non vogliamo mettere i pm sotto l'esecutivo. Ma la riforma della giustizia la faremo seguendo i nostri programmi, i nostri convincimenti e non sotto dettatura dell'Anm". La platea esplode in un'ovazione e il ministro aggiunge: "Anche perchè se la facessimo sotto dettatura dell'Anm temo che il foglio resterebbe bianco, perchè mi sa che non vogliono fare alcuna riforma".

Scatti dalla VI Conferenza Nazionale Avvocatura.






/>

La diretta in streaming della VI Conferenza Nazionale Avvocatura.



LA DIRETTA IN STREAMING DELLA VI CONFERENZA NAZIONALE AVVOCATURA (CLICCA QUI)

PROCESSO BREVE:AVVOCATI, SENZA INTERVENTI STRUTTURALI E FONDI DDL DUBBIO.


(ASCA) - Roma, 20 nov - Il ddl sul processo breve per ''avere credibilita''' dovra' essere accompagnato ''da interventi strutturali e da risorse adeguate'', altrimenti ''assisteremo al varo di una riforma che verrebbe giustamente criticata perche' parziale, alimentando cosi' il dubbio che sia stata realizzata con finalita' diverse da quelle esposte in piu' occasioni''.
E' quanto ha affermato il presidente dell'Organismo unitario dell'Avvocatura (OUA), Maurizio de Tilla intervenendo alla VI conferenza nazionale dell'Avvocatura.

POF Diritto Amministrativo (20/11/2009-Palazzo di Città).

giovedì, novembre 19, 2009

La favoletta della rana di Fedro è ancora attuale.


La rana vide una volta il bue al pascolo e presa da invidia per tanta grandezza gonfiò la pelle rugosa: poi chiese ai suoi figli se fosse più grossa del bue. Loro risposero di no.
Tese di nuovo la pelle con sforzo maggiore e nello stesso modo domandò chi fosse più grande. Loro dissero il bue.
Alla fine, esasperata, mentre cercava di gonfiare ancora di più tutta se stessa, il suo corpo scoppiò e così giacque.
Fedro- I,24

Riforma Avvocatura, Alpa (Cnf): “Giudizio altamente positivo".


Roma. “Apprezziamo molto il lavoro della commissione giustizia del Senato sulla riforma dell’ordinamento professionale forense: il risultato è un testo bipartisan, che ha preso spunto dal lavoro unitario dell’avvocatura che con questa riforma ha voluto imprimere alla categoria forense una maggiore assunzione di responsabilità e maggior rigore”.
Così il presidente del Cnf Guido Alpa ha commentato oggi a caldo, conversando con i giornalisti, l’esito dei lavori parlamentari sul testo di riforma dell’ordinamento forense.
Nella mattinata, la commissione giustizia del Senato aveva terminato l’esame degli emendamenti, e ora è atteso il parere della commissione bilancio prima del voto definitivo sull’articolato.
“Ci auguriamo che il Parlamento possa approvare definitivamente la riforma entro l’anno. Ci risulta che il testo andrà in aula il prima possibile. Speriamo che lo spirito bipartisan sia conservato anche alla Camera”, ha riferito Alpa.
Il presidente del Cnf ha sottolineato come siano significative le novità della riforma che inseriscono “regole di maggior rigore nell’esercizio della professione, volute fortemente dalla stessa avvocatura nonostante impongano dei costi. Questo per smentire insinuazioni di un testo ispirato a criteri corporativi”.
Il riferimento specifico riguarda le norme che riscrivono l’accesso, rendendolo più severo anche con la previsione di prove informatiche per la iscrizione al registro dei praticanti; quelle che modificano radicalmente i procedimenti disciplinari per rendere il giudice domestico più terzo e imparziale; la previsione dell’obbligo della formazione permanente e di quello di una polizza assicurativa. Nonostante siano state espunte le norme che escludevano la iscrizione all’albo ai professionisti che avessero compiuto i cinquant’anni e per coloro che avessero superato l’esame di abilitazione nei cinque anni precedenti al domanda, rimane il principio della necessaria verifica delle continuità ed effettività dell’esercizio professionale per mantenere l’iscrizione all’albo, le cui modalità saranno disciplinate da un regolamento del ministero della giustizia.
“Non solo. La regola è che non ci si potrà iscrivere all’albo se non si supera un esame. Non saranno più previste iscrizioni ope legis, fatti salvi i diritti quesiti”, ha spiegato Alpa.
Sulle esclusive, riscritte dagli emendamenti votati in commissione (sono mantenute quelle relative all’assistenza negli arbitrati rituali ma non nelle conciliazioni e anche quella relativa alla consulenza legale pur ammettendo quella fornita dai giuristi di impresa a vantaggio degli enti dai quali sono dipendenti), Alpa ha voluto precisare che “l’esclusiva non compromette la consulenza legale offerta da società appartenenti allo stesso gruppo societario”. Bene anche la reintroduzione dei minimi tariffari vincolanti “che sono non certo una istanza corporativa ma sono giustificati dalla necessità di garantire prestazioni qualificate ai cittadini”, e a quella del divieto di patto di quota lite.
Qualche zona d’ombra, nel giudizio del presidente del Cnf, rimane per la decisione della commissione giustizia di espungere dal testo l’obbligo di compenso del praticante: “ Lo riteniamo utile e comunque tale obbligo è previsto nel codice deontologico”; e per la modifica delle norme sulla composizione dello stesso Consiglio nazionale forense

Convegno di diritto minorile (27/11/2009-Aula Parrilli).

Riforma forense, de Tilla (Oua): “Buona notizia l’approvazione in commissione. In Aula possibili miglioramenti a partire dal numero chiuso”.


“L’Approvazione in Commissione Giustizia del Senato della riforma dell’Ordinamento forense è un primo passo importante verso una regolamentazione rigorosa della nostra professione”, commenta così il il voto di oggi al Senato il presidente dell’Organismo unitario dell’Avvocatura, Maurizio de Tilla.
“Sono stati reintrodotti i minimi tariffari, stabilita l’esclusiva agli avvocati sulla consulenza, vietato il patto di quota lite. Tutte richieste avanzate con forza in questi mesi dall’Avvocatura – aggiunge de Tilla -. L’ulteriore passo è il “numero programmato” dall’Università alla professione”.
Il presidente dell’Oua sottolinea anche l’importanza del voto di oggi a fronte delle molte pressioni arrivate nelle ultime settimane: “La Commissione Giustizia del Senato ha avuto coraggio, smentendo l’Antitrust che ha contrastato questa riforma rifacendosi a liberalizzazioni selvagge e inesistenti direttive europee”.
Di questi temi si discuterà nell’ambito della VI Conferenza nazionale dell’Avvocatura in programma a Roma il 20 e 21 Novembre (Hotel Cavalieri Hilton).
Roma, 18 novembre 2009

martedì, novembre 17, 2009

Giustizia, tentazione Pdl:"infinocchiare" il Pd.


di Franco Bechis - C’è una idea pazza nel PdL sulla giustizia, ed è quella di accantonare il ddl sul processo breve presentato la scorsa settimana da Maurizio Gasparri e controfirmato da altri 52 parlamentari (perfino 15 finiani) per sostituirlo con il vecchio testo del ddl presentato da Anna Finocchiaro nel lontano 2006. Sarebbe una sfida all’opposizione che certo non può gridare allo scandalo se si propone un testo ideato e scritto dai più fini giuristi del Partito democratico di Pierluigi Bersani ed eventualmente alcune abnormità lì contenute potranno essere corrette con emendamenti durante il percorso parlamentare.
Per questo ieri il ddl Finocchiaro era all’esame dei giuristi del PdL e sarà oggetto di un esame politico fra tutte le componenti di maggioranza nelle prossime ore.
«Certo, se ne devono occupare i nostri tecnici», spiega lo stesso Gasparri, «ma quella del ddl Finocchiaro assunto come testo base è una soluzione politicamente percorribile e che metterebbe spalle al muro chi oggi si scandalizza di norme che solo tre anni fa aveva proposto in modo assai più generoso».
Con il ddl Finocchiaro una cosa sarebbe certa: verrebbero dichiarati subito estinti i processi in corso nei confronti di Silvio Berlusconi perché sarebbero trascorsi i tempi massimi previsti (e le norme sarebbero - come espressamente detto nella relazione di accompagnamento di quel ddl, il n.878 del Senato durante la scorsa legislatura - applicabili a tutti i processi in corso in qualsiasi fase).
Più problematica la sua applicazione materiale ad ogni tipo di reato senza distinzione della sua gravità e della pena edittale prevista come voleva la Finocchiaro: perché in questo caso sì - a differenza del ddl Gasparri - salterebbero in toto processi delicati come quelli a Parmalat e Cirio e come quelli Eternit e Thyssen, precludendo anche i risarcimenti non ancora erogati ai familiari delle vittime.
Ma appunto sarebbe con gli emendamenti presentabili al Senato e alla Camera che si potrebbe correggere questo effetto-terremoto che il ddl Finocchiaro in sé aveva ed ha.
Con piccole modifiche bisognerebbe poi eliminare da quel testo la furia ideologica con cui per fare piazza pulita della odiata legge ex Cirielli si facevano saltare anche gli inasprimenti lì inseriti per il 416-bis, e cioè per i reati di associazione mafiosa.
Per altro l’applicazione letterale del ddl Finocchiaro anche a tutti i processi in corso nei confronti della criminalità organizzata ne farebbe saltare gran parte, ed è un altro difetto clamoroso a cui il PdL dovrà tentare di porre argine.
La senatrice del Pd, che probabilmente non ha ancora avuto il tempo di rileggersi il testo del ddl da lei stessa sottoscritta nel 2006, ha sostenuto in una vibrante intervista a Repubblica che con quelle norme minimo un processo sarebbe durato 12 anni «e prevedeva che dalla notizia di reato alla sentenza di primo grado potessero trascorrere sei anni».
Purtroppo per chi oggi vorrebbe assumerlo come testo base e mettere fine alle polemiche strumentali, quel che ha sostenuto la Finocchiaro non è vero: il ddl da lei firmato prevedeva massimo due anni per le indagini preliminari (nel testo PdL invece queste non hanno limiti di tempo, essendo assai diverse le indagini su un piccolo furto da quelle su una strage o su una associazione di stampo mafioso) e massimo altri due per il processo di primo grado.
E anche se la Finocchiaro prima di fare il politico è stata magistrato e non matematico, non c’è dubbio che due più due faccia quattro e non sei. Con altri due anni per il secondo grado e due per la Cassazione il tempo massimo processuale previsto dal ddl Finocchiaro sarebbe stato sei anni più due di indagini preliminari. Quello del ddl Gasparri sei anni più tutto il tempo necessario alle indagini preliminari.
I ritocchi non sono semplici da fare però per il PdL. Perché proprio le modifiche restrittive sono quelle che stanno causando più problemi con il Quirinale.
Innanzitutto quelle che ha voluto fortemente il presidente della Camera Gianfranco Fini e introdotte via Giulia Buongiorno (la non applicabilità del processo breve a chi non è incensurato), bocciata espressamente dagli sherpa del Quirinale.
In secondo luogo proprio l’esclusione di alcune tipologie di reato grave (ad esempio quelle sugli infortuni e la sicurezza nei luoghi di lavoro) dall’applicabilità della norma. Secondo il Quirinale quelle esclusioni non possono esserci, e Berlusconi può evitare i suoi processi solo se li eviteranno anche Calisto Tanzi e i vertici della Thyssen.

lunedì, novembre 16, 2009

OUA: SI' AL “PROCESSO BREVE”, MA SERVONO RISORSE.


(ANSA) - 'Il ddl sul 'processo breve' deve essere accompagnato da interventi strutturali e da risorse adeguate, come d'altronde piu' volte auspicato anche dallo stesso ministro Alfano, altrimenti assisteremo al varo di una riforma che verrebbe giustamente criticata perche' parziale, alimentando cosi' il dubbio che sia stata realizzata con finalita' diverse da quelle esposte in piu' occasioni'.
Lo dice Maurizio De Tilla, presidente dell' Organismo Unitario dell' Avvocatura, condividendo l'attenzione del Governo sulla Giustizia, ma sottolineando la necessita' di 'aprire un dialogo con avvocati e magistrati'.
'Abbiamo un sistema lento e farraginoso, lontano dagli standard europei e spesso oggetto di richiami e interventi da parte degli organismi di controllo comunitari', osserva De Tilla, rilanciando il 'Patto per la Giustizia e per i cittadini' sottoscritto lo scorso luglio dagli operatori del settore, a cominciare da Oua e Anm in cui si indicavano le proposte per avviare una riforma organica e condivisa della macchina giudiziaria.
'Bisogna fare attenzione - osserva De Tilla - affinche' con questo progetto di legge non si producano effetti indesiderati, proprio per le ragioni sopra esposte. Uno dei rischi è che i tribunali, non essendo ancora attrezzati, non riescano a gestire nei tempi previsti i processi e la conseguenza sarebbe un meccanismo di prescrizione di fatto del reato'.(ANSA)

domenica, novembre 15, 2009

Crediti formativi in diritto ambientale.

COA: integrazione dell'ultimo ODG.




Salerno,15 novembre 2009.


Ai Sigg.i Consiglieri
Loro sedi

CONSIGLIO ORDINE AVVOCATI DI SALERNO

INTEGRAZIONE ORDINE del GIORNO
Tornata del 24 novembre 2009 ore 16,00



VI bis. Esame decreto legislativo in relazione art.60 L.19 giugno 2009
n.69-Iniziative e determinazioni -Rel.Cons.Avv.Majello.
VI ter. Organizzazione POF 2010-Rel.Cons.Avv.Cassandra.


Il Presidente
Avv.Americo Montera

Il Consigliere Segretario
Avv.Gaetano Paolino

giovedì, novembre 12, 2009

L'Anm attacca il Ddl sul c.d. processo breve: "Devastante ed incostituzionale".


Una riforma con "effetti devastanti sul funzionamento della giustizia penale in Italia": così l'Associazione nazionale magistrati giudica il ddl sul processo breve. E parla di "inevitabile prescrizione per reati gravi", esprimendo "forti dubbi di costituzionalità".
La lettura del disegno di legge sul "processo breve" "conferma e aggrava le forti perplessità già espresse dall'Anm nell'incontro con la Consulta per la giustizia del Pdl", affermano in una nota il presidente Luca Palamara e il segretario Giuseppe Cascini.
"Gli unici processi che potranno essere portati a termine saranno quelli nei confronti dei recidivi e quelli relativi ai fatti indicati in un elenco di eccezioni, che pone forti dubbi di costituzionalità. E' impensabile, infatti, che il processo per una truffa di milioni di euro nei confronti dell'imputato incensurato si estingua, mentre debba proseguire il processo per una truffa da pochi euro, commessa da una persona già condannata, magari anni prima, per altro reato".
"Saranno invece destinati a inevitabile prescrizione - avvertono - tutti i processi per reati gravi, quali abuso d'ufficio, corruzione semplice e in atti giudiziari, rivelazione di segreti d'ufficio, truffa semplice o aggravata, frodi comunitarie, frodi fiscali, falsi in bilancio, bancarotta preferenziale, intercettazioni illecite, reati informatici, ricettazione, vendita di prodotti con marchi contraffatti; traffico di rifiuti, vendita di prodotti in violazione del diritto d'autore, sfruttamento della prostituzione, violenza privata, falsificazione di documenti pubblici, calunnia e falsa testimonianza, lesioni personali, omicidio colposo per colpa medica, maltrattamenti in famiglia, incendio, aborto clandestino".
Per tutti questi reati "sarà impossibile arrivare a una sentenza di primo grado entro due anni dalla richiesta di rinvio a giudizio, quindi sarà sempre impossibile accertare i fatti.
"Truffatori di professione, evasori fiscali, ricettatori, corrotti e pubblici amministratori infedeli che non abbiano già riportato una condanna, avranno la certezza dell'impunità" sottolineano ancora Palamara e Cascini, che poi puntano l'indice anche contro la norma transitoria che estende ai processi in corso l'applicazione delle nuove disposizioni.
"E' destinata a determinare - dicono - l'immediata estinzione di decine di migliaia di processi, anche per fatti gravi. Per limitarci a qualche esempio, la legge provocherà l'immediata estinzione di gran parte dei reati nei processi per i crac Cirio e Parmalat, per le scalate alle banche Antonveneta e Bnl, per corruzione nel processo Eni-Power”.

Ordine del Giorno della prossima riunione del COA di Salerno.




CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI SALERNO

ORDINE DEL GIORNO
Tornata del 24 novembre 2009 (ore 16,00)

I. Lettura ed approvazione verbale precedente
II. Comunicazioni del Presidente
III. Iscrizioni e cancellazioni
IV. Compiuta pratica
V. Pareri
VI. Ammissioni Gratuito Patrocinio - Rel. Cons. Avv.Visconti
VII. Sussidi e contributi
VIII. Varie ed eventuali

I nominativi dei Consiglieri assenti e non documentalmente giustificati, saranno pubblicati sul sito internet www.ordavvsa.it, declinando sin da ora, sia il Consigliere Segretario che il Presidente, ogni responsabilità circa il mancato rilascio dei certificati di compiuta pratica, per mancanza del numero legale per poter deliberare.

Il Presidente
Avv.Americo Montera

Il Consigliere Segretario
Avv. Gaetano Paolino

RINGRAZIAMO IL CONSIGLIERE DEL COA DI SALERNO CHE, DOPO LA NOSTRA SOLLECITAZIONE FORMALE DI IERI, CI HA FATTO PERVENIRE IL DOCUMENTO INNANZI PUBBLICATO.

OUA: S'APPROVI SUBITO LA RIFORMA PROFESSIONALE, NON POSSONO CONDIVIDERSI LE CRITICHE DEL “CARTELLO DELLE IMPRESE”.


“Un ingiustificato attacco ad una categoria che conosce, senza sgravi fiscali e aiuti di stato, le leggi del mercato, che si confronta con la competitività, pur con una legge professionale vecchia di più di 80 anni. L’avvocatura ha raggiunto le 230 mila unità e ha già dovuto subire, soprattutto i più giovani, le conseguenze nefaste della legge Bersani. Eppure alla vigilia di una riforma forense finalmente condivisa e di una importante e, forse, decisiva Conferenza Nazionale dell’Avvocatura (a Roma il 20 e 21 novembre), si lancia un’ incauta iniziativa in grande scala per contrastare il percorso parlamentare del ddl all’esame del Senato”.
Così Maurizio de Tilla, presidente Oua, commenta la lettera inviata dalle associazioni di categoria della grande media e piccola impresa, delle assicurazioni, delle banche, delle cooperative, del commercio, inviata a tutti i quotidiani e a Governo e Parlamento.
“ Non è vero che l’Europa esclude la consulenza legale esclusiva. Anzi, dalla direttiva Bolkestein emerge espressamente il contrario. La sinergia, per non dire simbiosi, tra grandi imprese e Antitrust non è certamente corretta sul piano dei rapporti istituzionali.D’altra parte l’esclusività della consulenza dei legali non esclude che all’interno delle imprese si possa svolgere la medesima attività”.
“L’avvocatura è in fase di svolta finale – ha aggiunto - si è presentata una piattaforma di proposte (un decalogo) per una nuova legge dell’ordinamento forense che si articola su principi ben precisi: ristabilire l’inderogabilità dei minimi tariffari, ripristinare il divieto di patto quota-lite, prevedere l’esclusività della consulenza legale e non ammettere le società di capitale e con soci di solo capitale. È, inoltre, importante stabilire l’introduzione del numero chiuso all’università e l’accesso programmato alle scuole di formazione forense, ma anche definire con rigore i criteri della formazione continua e dell’aggiornamento permanente. È necessaria la previsione di titoli di specializzazione come elemento di ulteriore qualificazione e sicurezza del servizio dell’avvocato. Per l’iscrizione all’albo, inoltre, si deve fissare il limite massimo di 50 anni d’età e si deve possedere il certificato di abilitazione valido entro i cinque anni, con alcune possibili deroghe. Serve, inoltre, che ci sia continuità ed effettività nell’esercizio dell’attività e l’applicazione dei criteri stabiliti dalla Cassa forense”.
“Non si facciano illusioni – ha concluso de Tilla – l’avvocatura rilancia: la riforma è urgente e il ddl all’esame del Parlamento non ammette significative mutilazioni. L’obiettivo è ridare concrete prospettive professionali agli avvocati italiani e così dare un rinnovato sostegno ad un importante settore produttivo del Paese”.
Roma, 12 novembre 2009

mercoledì, novembre 11, 2009

…COA di Salerno: già tira aria di elezioni!


Più di un Collega si è lamentato con noi del fatto che gli ordini del giorno delle riunioni consiliari, da qualche tempo, non sono più pubblicati né sul blog “consiglio aperto”, né (ma questo è ovvio) sul sito dell’Ordine.
Purtroppo non possiamo fare altro che allargare sconsolatamente le braccia: la cosa non dipende da nostra volontà, ma semplicemente da quella di chi ha deciso di non inviarci più copia degli avvisi di convocazione.
Abbiamo – ovviamente - chiesto spiegazioni a “colui che tutto può!”, ma la risposta è stata la seguente: “Non ci sono cose nuove e/o interessanti. Hai forse bisogno di “riempire”nel tuo sito?” (sic!).
Resta però inspiegabile – se le novità languono - perché, nel solo mese di novembre 2009, il COA di Salerno è stato convocato per ben tre diverse sedute (che, secondo i maligni, ormai durano solo qualche decina di minuti).
Speriamo di sbagliarci, ma già tira aria di elezioni e – a quanto pare – qualche “cavallo di razza” da sempre dormiente, avrebbe deciso di scendere in campo: da qui il serrate le fila e la guardia alta.
Da parte nostra un solo commento: speriamo che la riforma dell’ordinamento forense arrivi presto, c’è bisogno di aria nuova e davvero non se ne può più!
consiglioaperto

Patrocinio a spese dello Stato – Giornata di studio CNF.

De Tilla: avvocati, ora il numero chiuso – “Limite a 50 anni per iscriversi all’albo. Tetto di 4mila l’anno per le scuole di formazione”.


MILANO - Non sono invisibili. Ma con gli in visibili hanno in comune le difficoltà e i pericoli a cui la crisi li sta esponendo ormai da un anno.
Il mondo dei professionisti iscritti all’albo ha progressivamente scoperto quanto sia duro l’impatto con una fase congiunturale che non sta facendo sconti a nessuno.
A confermarlo è Maurizio de Tilla, presidente Oua (Organismo unitario dell’avvocatura italiana): “Sono oltre 3 milioni e mezzo i soggetti professionali in questo Paese che vedono i loro fatturati ridursi drasticamente. Lo stato di crisi si sentirà pesantemente già dalle prossime dichiarazioni dei redditi, ma una prima previsione testimonia un calo del fatturato degli studi professionali in una media del 25%. Eppure le 'buone ragioni' degli indipendenti rimangono da mesi inascoltate da parte del Governo e del Parlamento e inevase dagli ultimi provvedimenti dell'Esecutivo (vedi la cosiddetta 'Tremonti Ter')”.
Il prossimo banco di prova è rappresentato dalla Finanziaria ormai alle porte, una nuova opportunità per avanzare le proposte di categoria.
“Lo abbiamo già fatto — afferma de Tilla —. Cominciamo con l’affrontare il nodo del rapporto con la pubblica amministrazione: si riscontrano enormi ritardi nei pagamenti. Un esempio per tutti è dato dagli avvocati che esercitano il gratuito patrocinio e le difese a spese dello Stato che da oltre un anno non ricevono un centesimo. Bisognerebbe prevedere almeno l'accelerazione dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni, magari con la previsione di forme di compensazione con altre imposte dovute, come l'Irap. Oppure si potrebbe prevedere quantomeno un esonero dal paga mento dell'Irap per i professionisti più giovani, ma anche per le avvocatesse, soprattutto per il periodo della maternità, durante il quale sono costrette a sospendere la loro attività professionale”.
Intanto però il mondo degli albi professionali si avvita in una polemica interna che riguarda la riforma degli ordini.
Il tutto in un momento in cui ogni singola scelta può mettere fuori mercato decine di migliaia di professionisti.
“Per ridare slancio al settore delle libere professioni — concorda de Tilla — bisogna partire dalle riforme come quella degli Ordini. Per esempio gli avvocati in questi mesi hanno presentato una piattaforma di proposte per una nuova legge dell'ordinamento forense (la si attende da oltre 70 anni) che si articola su principi ben precisi: ristabilire l'inderogabilità dei minimi tariffari, ripristinare il divieto di patto quota-lite, prevedere l'esclusività della consulenza legale e non ammettere le società di capitale e con soci di solo capitale”.
Ma il motivo del contendere è soprattutto legato alle modalità d’accesso all’albo professionale e alle regole per la permanenza.
“Gli avvocati in Italia sono tanti, gli spazi si restringono e la situazione è destinata a peggiorare. Ecco perché è importante definire con rigore i criteri della formazione continua e dell'aggiornamento permanente ma anche stabilire l'introduzione del numero chiuso all'università e soprattutto prevedere scuole di formazione forense che determinino l’accesso all’ordine: quattro mila avvocati all’anno sarebbe il numero ideale”.
E poi ci sono in ballo i nuovi, severi requisiti per rimanere iscritti all’albo. “Per l'iscrizione — conferma de Tilla — si deve fissare il limite massimo di 50 anni d'età e si deve possedere il certificato di abilitazione valido entro i cinque anni. Serve, inoltre, che ci sia continuità ed effettività nell'esercizio dell'attività e l'applicazione dei criteri stabiliti dalla Cassa forense”.
Scelte non certo invisibili che non tarderanno a far sentire il loro peso.

di Isidoro Trovato
Articolo tratto da: Il Corriere della Sera.
Data Pubblicazione 11/11/2009.

Il "problema giustizia" divide il PDL?

martedì, novembre 10, 2009

Prescrizione e liti fiscali: arriva il “pacchetto-Ghedini”.


I processi non potranno durare più di 2anni in primo grado e altrettanti in appello e in Cassazione, altrimenti il reato si estingue.
La nuova norma si applicherebbe ai processi in corso in primo grado per i reati puniti fino a 10 anni (ad eccezione di quelli mafia, terrorismo e di grave allarme sociale come omicidi e rapine) commessi prima del maggio 2006 (quindi indultabili).
Quanto alla prescrizione del reato, i termini già ridotti della ex Cirielli verrebbero ulteriormente tagliati di 1/4, sempre per i reati non gravi puniti con non più di 10 anni e commessi prima di maggio 2006, ad eccezione di chi è recidivo o delinquente abituale.
Anche in questo caso la norma si applicherebbe ai processi in corso.
La strategia è stata illustrata ieri a Fini da Giulia Bongiorno,presidente della commissione Giustizia della Camera, evidenziando pro e contro della bozza consegnatale da Niccolò Ghedini, consigliere giuridico nonché avvocato difensore del premier.
La bozza contiene anche la norma in favore della Mondadori che consente di chiudere i processi tributari, arrivati in Cassazione con due sentenze favorevoli, mediante pagamento del 5% delle tasse evase.
L’intenzione del governo è di inserirla nella Finanziaria già in Senato.
Berlusconi sarebbe disposto a garantire a Fini la condizione posta ieri - per suo conto — dalla Bongiorno in una lettera al Corriere della sera, e cioè che le misure per realizzare il «processo breve» siano «accompagnate, se non addirittura precedute, da una serie di interventi concreti volti a mettere il sistema in condizione di celebrare i processi stessi», dando una risposta concreta all’imperativo del Consiglio d’Europa sulla «ragionevole durata».
Ciò significa trovare anche adeguati stanziamenti finanziari per la giustizia (per esempio i soldi per pagare gli straordinari al cancellieri), come ha ricordato anche l’Amn, d’accordo con l’impostazione Fini-Bongiorno.
Nel pacchetto-Ghedini ci sarebbe poi una modifica della legge Pinto del 2001, che assicura un’equa riparazione a chi ha subito processi troppo lunghi: ogni processo non potrà durare più di 2 anni per ciascun grado di giudizio ma, prima di chiedere l’indennizzo, in parte dovrebbe presentare un’istanza di accelerazione per far scattare una corsia preferenziale e definire il processo in tempi brevi, con tanto di sentenza motivata in modo sintetico.

PICCOLE IMPRESE E PROFESSIONISTI: LE BUONE RAGIONI DEGLI INDIPENDENTI.


C’è una generazione di produttori che merita di essere ascoltata con attenzione. Sono le piccole imprese e i professionisti di questo Paese.
L`architrave di passioni e competenze che regge alla base il sistema economico; la miriade di cellule sociali che innerva la comunità civile.
Autonomi, indipendenti. Ma anche invisibili. E spesso trattati male, come documentano le inchieste di Dario Di Vico.
Se la ripresa è imminente, li vedrà in prima fila. II rischio, però, è che molti, pur scorgendo nella loro attività segni di fiducia, alla fine del tunnel non ci arrivino nemmeno. Un milione di piccole imprese, dell`industria, del commercio e dell`artigianato e 300 mila professionisti sono in pericolo.
È urgente un segnale. Concreto. Bisogna cogliere gli umori di questa vitale generazione pro-pro (produttori e professionisti); riconoscerne la dignità, la funzione sociale, l`insostituibile ruolo civico.
Le idee ci sono. L`occasione immediata anche: la discussione sulla Finanziaria.
L`economia italiana non è fatta solo di grandi imprese e superbanche. Il piccolo non è un`anomalia ma una risorsa. Purtroppo limitata. E fragile. Non gode, salvo rari casi, d’incentivi.
In banca è un cliente guardato più con sospetto che con riguardo. La moratoria sui debiti, buona cosa, l’ha solo sfiorato.
Non ha l’accesso al credito della grande industria, la quale, quando è fornitore, gli ritarda, al pari dello Stato, i pagamenti. Se chiudono cento piccole imprese, negozi o studi, il danno sociale è persino superiore a quello della crisi di una fabbrica importante.
Ma nessuno se ne accorge. Gli ammortizzatori? Ampliati ma insufficienti o inesistenti (per i professionisti). Dunque, che fare?
Approvare, per esempio, la proposta di uno statuto delle imprese avanzata da Raffaello Vignali, vicepresidente della Commissione Attività Produttive della Camera, che ha già 120 firme bipartisan e si aggiunge al pacchetto delle semplificazioni collegato alla Finanziaria.
Basta con la giungla di autorizzazioni e permessi.
E ancora: perché non pensare a un`unica comunicazione (telematica) sull`avvio delle attività, fatta solo alle Camere di Commercio, e all`autocertificazione privata sostitutiva? No a tanti controlli fatti da troppi enti. Una sola verifica può bastare.
La burocrazia pesa sulle aziende per l’uno per cento del Pil:15 miliardi.
Sul piano fiscale, la riduzione dell`Irap dovrebbe partire da una franchigia che favorisca i piccoli o dalla maggiore deducibilità degli interessi passivi.
È da rafforzare la struttura dei Confidi, migliorando le garanzie delle imprese minori, ma soprattutto va eliminato il sovrapprezzo fiscale dell’indebitamento.
La Tremonti ter (detassazione degli acquisti di macchinari) dovrebbe comprendere anche gli investimenti in tecnologia, altri beni strumentali, formazione, migliorie dei pubblici esercizi ed essere estesa agli studi professionali.
In tema di giustizia, se solo si allargasse ulteriormente la mediazione obbligatoria, già in parte lanciata dal governo, coinvolgendo le varie categorie professionali, si abbatterebbe una quantità di cause civili inutili.
Sono solo alcune delle misure che potrebbero trovare un appoggio trasversale. Molte non hanno nemmeno un costo.
Non farle, o ritardarle ancora, darebbe la sensazione a chi ogni giorno s`inventa il proprio futuro che il Paese premia di più i furbi, i protetti e gli arroganti.

di FERRUCCIO DE BORTOLI
fdebortoli@corriere.it
Da "Il Corriere della Sera" di martedì 10 novembre 2009

Direttore TG1: “Immunità per riparare il vulnus".


Roma - "L'abolizione dell'immunità parlamentare ha provocato un vulnus nella Costituzione, si è rotto un equilibrio tra i poteri e non se ne è creato un altro. Ora c'é da auspicare che quel vulnus, al di là delle dispute nominali su immunità, lodi e riforma del sistema giudiziario, sia sanato": è la posizione del direttore del Tg1 Augusto Minzolini che - nell'edizione delle 20 - svolge il suo editoriale contestando le tesi espresse da Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, in una tavola rotonda a Napoli.
Minzolini confuta le parole di Ingroia e sottolinea come l'immunità sia stata voluta dai padri fondatori della Carta: "Dal 1993 invece è stata cancellata, motivo? In quegli anni la classe politica e i partiti per via di tangentopoli avevano perso la fiducia della gente e l'abolizione dell'immunità fu un modo per dimostrare che i costumi sarebbero cambiati. Questa operazione mediatica si trasformò però nei fatti in una sorta di atto di sottomissione alla magistratura, da allora i gruppi parlamentari sono affollati di magistrati e ci sono partiti addirittura fondati da magistrati, governi di destra e di sinistra sono caduti sull'onda delle inchieste della magistratura e il parlamento non è riuscito a mettere in cantiere una riforma della giustizia".

venerdì, novembre 06, 2009

Riaprirà il carcere di Pianosa?

Castelli: “io, ex guardasigilli beffato dalla giustizia”.


La sentenza gli dà ragione, ma resta lì. In un cassetto. Ed è lo stesso giudice a consigliare all’ex guardasigilli Roberto Castelli di farla eseguire a sue spese. Poi, si vedrà come recuperare i soldi.
«Non sapevo che il nostro sistema funzionasse così», spiega sconsolato l’ex ministro della Giustizia. Impotente davanti alle barricate alzate dall’Unità. La vittoria è virtuale.
Capita che il quotidiano, allora diretto da Furio Colombo e oggi da Concita De Gregorio, pubblichi il 18 marzo 2003 un articolo assai ghiotto.
Si ipotizza che lo spensierato Castelli porti a sbafo amici e parenti in Sardegna, sulla spiaggia di Is Arenas. Peccato che la notizia traballi.
Non sta in piedi. È falsa. Può essere un incidente di percorso, diventa una guerra. Castelli, infuriato, querela, giusto tre anni fa il tribunale di Roma riconosce che ha ragione.
L’Unità viene condannata. Attenzione. Il magistrato non assegna neanche un euro a Castelli, ma stabilisce che sarà risarcito con la pubblicità: la sentenza che gli restituisce l’onorabilità dovrà essere pubblicata non una ma tre volte. Su Unità, Corriere della sera, La Repubblica.
Semplice, no? Non proprio, perché L’Unità le prova, tutte, ma proprie tutte per bloccare il verdetto.
Anzitutto, chiede quella che tecnicamente si chiama la sospensione dell’esecutività. Ovvero, parcheggiare nel freezer la sentenza fino ad una successiva pronuncia.
Un po’ come è accaduto recentemente per il Lodo Mondadori: per ora la Fininvest non deve dare alla Cir di Carlo De Benedetti i 750 milioni di euro stabiliti dal giudice Raimondo Mesiano.
Ma a Roma le cose vanno diversamente. Anzi, la corte d’appello specifica che «la pubblicazione della sentenza non sembra comportare un ingiustificato aggravio per il condannato, atteso che, per la nota autorevolezza de L’Unità, deve presumersi che la falsa notizia si sia diffusa come attendibile oltre la cerchia dei suoi lettori».
Niente da fare. L’Unità gioca allora la carta del ricorso d’ urgenza, ma anche questa volta il giudice respinge la domanda.
Che fare? Pubblicare finalmente la verità che attende, addormentata, da anni? Neanche per idea. Si prova a percorrere un altro sentiero stretto: quello dell’errore materiale. Il magistrato si sarebbe sbagliato.
Non dev’essere pubblicato tutto il verdetto, ma solo un estratto. Non funziona.
È invece il senatore della Lega, oggi viceministro della Infrastrutture, a uscire vittorioso dall’ennesima battaglia. Si rivolge al giudice dell’esecuzione perché il provvedimento sia finalmente applicato.
Sorpresa: Castelli, assistito dall’avvocato Emanuele Squarcia, vince anche questo round, ma sempre e solo sulla carta. Perché alla fine il magistrato suggerisce al senatore di anticipare le somme necessarie alla pubblicazione, evidentemente solo su Repubblica e Corriere, del verdetto.
Sarà poi l’ufficiale giudiziario a recuperare i soldi, bussando alla porta de L’Unità con un decreto ingiuntivo fra le mani.
Sono passati tre anni dalla vittoria in tribunale, sei dall’inizio della causa. L’onorabilità deve ancora essere restituita, la sentenza è lettera morta. E per sbloccarla, Castelli dovrebbe mettere mani al portafogli.
Paradossale. Anzi, imbarazzante. Come certe grida manzoniane. E l’ingegner Castelli trae la sua conclusione: «La giustizia mi ha beffato».
Tratto da “Il Giornale”.

mercoledì, novembre 04, 2009

GIUSTIZIA: CONSULTA PDL, INTERCETTAZIONI E RIFORMA PENALE ALL'ODG.


(ASCA) - Roma, 4 nov - Riforma del codice di procedura penale, legge sulle intercettazioni, riforma elettorale del Consiglio superiore della Magistratura e riforma della Costituzione.
Questi i punti all'ordine del giorno della consulta della giustizia del Popolo della liberta', presieduta da Niccolo' Ghedini, riunita oggi a Montecitorio con la partecipazione dell'Unione di centro, con il vicecapogruppo dell'Udc alla Camera, Michele Vietti e il membro della commissione di Vigilanza Rai, Roberto Rao.
Assente invece il Partito democratico.
''E' stato un incontro molto cordiale - ha raccontato al termine Enrico Costa (Pdl) -, in cui abbiamo valutato una serie di provvedimenti all'esame del Senato e altre tematiche, con l'impegno di rivederci e valutare i punti di convergenza e divergenza. Il Pdl esprime apprezzamento per l'Udc per aver accettato l'invito formale e sostanziale ad affrontare insieme temi che non sono ne' di destra ne' di sinistra, ma di tutti i cittadini italiani. E' chiaro che incontri come quello di oggi sono prodromici a un dibattito in Parlamento, sede deputata per le riforme''.
Per l'Udc, nell'incontro di oggi - ha detto Vietti - si e' ''valutato un percorso di analisi per un ragionamento comune.Abbiamo accettato di partecipare perche' siamo convinti che i temi della giustizia non appartengano ne' alla maggioranza ne' all'opposizione''.
Tra questi, intercettazioni e riforma del codice di procedura penale: ''sulle intercettazioni abbiamo ribadito le nostre perplessita' riguardo ai 'gravi indizi di colpevolezza', formula troppo restrittiva, e sulle sanzioni troppo afflittive nei confronti dei giornalisti. Abbiamo per questo ribadito la necessita' di nostre osservazioni modificative.Sul codice di procedura penale, ci siamo riservati di comunicare i nostri eventuali punti di dissenso. Sulla riforma del Csa e della Costituzione ci siamo infine riaggiornati''.
Sull'assenza del Pd, che ha rifiutato di partecipare alla riunione, il vicepresidente del gruppo Udc ha detto di rispettare le scelte degli altri gruppi, ma di essere ''convinto della necessita' di esserci, anche per non dare alibi alla maggioranza''.
Quanto alle ipotesi di modifiche alla prescrizione - ha concluso Vietti - ''mi auguro che non ci siano iniziative del governo in campo e l'ho detto a Ghedini. Mi auguro anche che non ci siano emendamenti in tal senso''. Sul cosiddetto 'lodo Malan', il testo in cui dovrebbe apparire la modifica della prescrizione, l'esponente Udc ha ironizzato: ''i lodi - ha sottolineato - hanno fatto una brutta fine e non credo sia il caso di seguire questa strada''.

...Nuovi "mezzi di trasporto"!

Oggi è il 4 novembre: festa delle forze armate.

L'Europa dei mercanti ha scelto Barabba!

Giustizia, Alfano: governo non lavora su prescrizione breve.


ROMA- mercoledì 4 novembre 2009 11:44- (Reuters) - Il governo non sta studiano nessuna norma o legge per accorciare i tempi di prescrizione e risolvere così le pendenze giudiziarie del premier Silvio Berlusconi.
Così il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha risposto oggi in una conferenza stampa alla domanda se fosse a conoscenza di una bozza di legge sui termini di prescrizione elaborata dal deputato del Pdl e avvocato del premier Niccolo' Ghedini e da presentare a giorni al Senato, come riferiscono stamattina diversi media.
"Il governo non sta studiando nessuna nuova norma in materia di prescrizione", ha risposto il Guardasigilli.
"Le norme che accelerano e rendono più efficace il processo sono quelle già contenute in un progetto di riforma del processo penale depositato al Senato", ha aggiunto.
Questo ddl di riforma, varato dal consiglio dei ministri alcuni mesi fa, comincerà il suo iter parlamentare in commissione Giustizia del Senato molto probabilmente entro la fine di novembre.
Dopo avere negato di stare elaborando norme ad hoc per Berlusconi, Alfano ha ribadito che il governo farà la riforma della giustizia, la quale troverà il suo coronamento in una legge sulle separazione degli ordini nella magistratura, anche senza il contributo dell'opposizione.
Il Pd ha detto che non parteciperà questa sera ad una tavola rotonda convocata dal Pdl sulle riforme.
"Se non si arriva a soluzione condivisa, il governo ha l'obbligo di realizzare ciò che abbiamo detto di volere fare in campagna elettorale. La riforma giustizia non è sfizio del presidente del Consiglio o un capriccio della maggioranza, ma un'esigenza del paese".

martedì, novembre 03, 2009

L'Europa e il crocefisso: la cristianofobia al potere.


Ci siamo. Da diverso tempo s'accumulavano i segnali di un prossimo colpo delle istituzioni europee contro il cristianesimo e la Chiesa Cattolica.
Qualche mese fa, il 4 marzo 2009, avevo avuto occasione di partecipare come esperto a Vienna a una conferenza dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), dove era stato lanciato l’allarme su una montante «cristianofobia», che in diversi Paesi non si limitava più alla propaganda ma si esprimeva in leggi e sentenze contro la libertà religiosa e di predicazione dei cristiani e contro i loro simboli.
L’attacco anticristiano si era finora svolto in modo prevalentemente indiretto, attraverso la proclamazione di presunti «nuovi diritti»: anzitutto, quello degli omosessuali a non essere oggetto di giudizi critici o tali da mettere in dubbio che le unioni fra persone dello stesso sesso debbano godere degli stessi riconoscimenti di quelle fra un uomo e una donna.
Tutelando gli omosessuali non solo – il che sarebbe ovvio e condivisibile – da violenze fisiche, ma da qualunque giudizio ritenuto discriminante ed etichettato come «omofobia», le istituzioni europee violavano fatalmente la libertà di predicazione di tutte quelle comunità religiose, Chiesa Cattolica in testa, le quali hanno come parte normale del loro insegnamento morale la tesi secondo cui la pratica omosessuale è un disordine oggettivo e uno Stato bene ordinato non può mettere sullo stesso piano le unioni omosessuali e il matrimonio eterosessuale.
La sentenza «Lautsi c. Italie» del 3 novembre 2009 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, segna il passaggio della cristianofobia dalla fase indiretta a una diretta.
Non ci si limita più a colpire il cristianesimo attraverso l’invenzione di «nuovi diritti» che, proclamando il loro normale insegnamento morale, le Chiese e comunità cristiane non potranno non violare, ma si attacca la fede cristiana al suo cuore, la croce.
I giudici di Strasburgo – dando ragione a una cittadina italiana di origine finlandese – hanno affermato che l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane viola i diritti dei due figli, di undici e tredici anni, della signora Lautsi, li «perturba emozionalmente» e nega la natura stessa della scuola pubblica che dovrebbe «inculcare agli allievi un pensiero critico».
Ove tornasse in Finlandia, la signora Lautsi dovrebbe chiedere al suo Paese natale di cambiare la bandiera nazionale, dove come è noto figura una croce, con quale perturbazione emozionale dei suoi figlioli è facile immaginare.
Basta questa considerazione paradossale per capire come, per qualunque persona di buon senso, la croce a scuola o sulla bandiera non è uno strumento di proselitismo religioso ma il simbolo di una storia plurisecolare che, piaccia o no, non avrebbe alcun senso senza il cristianesimo.
In Italia la signora Lautsi intascherà cinquemila euro dai contribuenti – un piccolo omaggio della Corte di Strasburgo – e avrà diritto di far togliere i crocefissi dalle aule dove studiano i figli.
Certo, ci sarà l’appello, e giustamente il nostro governo rifiuterà di applicare questa sentenza ridicola e folle.
Ma le «toghe rosse» italiane si sentiranno incoraggiate dai colleghi europei. Che non sono tutti «stranieri» dal momento che uno dei firmatari della sentenza è il giudice italiano a Strasburgo, il dottor Vladimiro Zagrebelsky, campione – insieme al fratello minore Gustavo – del laicismo giuridico nostrano.
di Massimo Introvigne

SCIOPERO PENALISTI IL 27 NOVEMBRE: SITUAZIONE CARCERI E' INTOLLERABILE.


03/11 (ANSA)- La situazione delle carceri è "intollerabile". Per questo l'Unione delle Camere penali ha proclamato uno sciopero per il 27 novembre prossimo.
La decisione è stata presa dalla giunta alla fine d'ottobre, prima cioé della morte di Stefano Cucchi e della brigatista Diana Blefari, ma la notizia è stata appresa oggi.
Il giorno dopo l'astensione dalle udienze, si terrà a Napoli una manifestazione pubblica "per la legalità della pena".
Nella delibera che proclama la protesta e che è stata inviata al capo dello Stato, al premier, al Guardasigilli e ai presidenti di Camera e Senato, i penalisti denunciano "l'inumanità delle condizioni di vita in cui versano attualmente i detenuti" e le "palesi violazioni" dei loro "diritti primari", per effetto di "scelte di politica criminale, che mosse da mere esigenze di propaganda, hanno inasprito il regime sanzionatorio e detentivo".
Un' "emergenza", quella delle carceri, resa "evidente" "dai continui episodi di protesta e persino di condotte di autolesionismo" da parte dei detenuti.
Gli avvocati puntano l'indice contro "la completa assenza di un'adeguata proposta politica a parte del governo così come da parte delle forze politiche di opposizione": "se infatti il piano per l'edilizia carceraria, al di là dei lunghissimi tempi previsti per la sua attuazione, non vale comunque di per sé a garantire la finalità ultima della pena rappresentata dalla piena rieducazione del condannato, non si intravede peraltro alcuna volontà di mettere mano alle necessarie modifiche normative per far fronte adeguatamente alla situazione di emergenza", la più "critica dal dopoguerra".
Nel mirino dell'Unione delle Camere penali c'é anche l'inasprimento del 41 bis, lo speciale regime detentivo a cui sono sottoposti mafiosi e terroristi: sono stati introdotti dal Parlamento "ulteriori profili di illegittimità costituzionale in un trattamento che già viola profondamente i diritti fondamentali della persona", con nuove norme che "violano palesemente il diritto di difesa , limitando nel numero e nella durata i colloqui con il difensore e che 'criminalizzano' l'avvocato".

Cassazione: inattendibile la percezione soggettiva sulla velocità. Nulle le multe rilevate “ad occhio”.


D'ora in avanti dovranno considerarsi nulle le multe per alta velocità inflitte solo sulla base di quello che ha rilevato l'occhio del vigile.
Secondo la Corte di Cassazione un agente accertatore può certamente contestare una guida senza cinture o la mancanza di fari accesi, ma non può fare multe per eccesso di velocità sulla base della sua "percezione soggettiva" che, rilevala Corte, si deve considerare inattendibile.
La recente decisione è della seconda sezione civile (sentenza n.22891/2009) che ha confermato l'annullamento di una contravvenzione per eccesso di velocità inflitta da un carabinere nei confronti di un automobilista che nella circostanza guidava anche con i fari spenti e senza indossare le cinture.
"Il giudice di pace - osserva la Corte - ha chiarito che, dalla stessa descrizione dell'agente, risultavano carenti elementi oggettivi cui ancorare la valutazione operata" sulla velocità eccessiva "che in definitiva era risultata esclusivamente riferita alla sua percezione soggettiva di per sè inattendibile".

...........I "doveri" son sempre quelli che spettano agli altri!

Conciliazione: le modifiche richieste dall’Avvocatura al decreto delegato del Governo.


Niente nullità del contratto ma illecito disciplinare per il legale che non avvisa l’assistito sulla possibilità di conciliare, proposta di conciliazione del mediatore solo se entrambe le parti sono d’accordo. Il CNF suggerisce anche di optare per il regime ordinario sulle spese processuali.



Roma 2/11/2009. Alcuni aspetti da condividere, alcune disposizioni da ripensare e altre ancora da modificare radicalmente.
Il Consiglio nazionale forense ha inviato oggi alle commissioni parlamentari competenti un documento che contiene le osservazioni allo schema di decreto legislativo di attuazione della delega sulla mediazione e conciliazione (legge 69/2009), approvato mercoledì scorso dal consiglio dei ministri su proposta del ministero della giustizia.
Le osservazioni, messe a punto dalla commissione per lo studio della riforma del processo civile e approvate dal plenum del Cnf nella seduta del 30 ottobre, si pongono come un contributo per migliorare un testo che comunque il Cnf ha accolto con favore visto che, ha ricordato il presidente Guido Alpa nella lettera di accompagnamento, da vari anni promuove la cultura delle Adr.
Non solo. Alpa ha ricordato le modalità attraverso cui si è articolato nel tempo l’impegno del Cnf nella materia: promuovendo l’affidamento agli Ordini forensi delle attività di mediazione e conciliazione, “nella considerazione che l’Avvocatura sia la categoria professionale più appropriata per lo svolgimento di queste funzioni, per competenza, esperienza, autorevolezza”; organizzando una rete di coordinamento degli Organismi di conciliazione forense per far sì che le problematiche emerse negli anni passati e quelle che emergeranno dall’applicazione della futura normativa vengano risolte in quadro unitario.
Per favorire l’applicazione delle nuove norme, Alpa ha annunciato che il Cnf sta predisponendo un modello di regolamento per i profili procedimentali e quelli deontologici relativi alle attività di mediazione e conciliazione; e che infine è impegnato ad approfondire i temi connessi all’organizzazione di tali attività (gestione delle pratiche, operazioni di segreteria e così via), nonché nella promozione e nella realizzazione, per il tramite della Scuola Superiore dell’Avvocatura, degli idonei programmi formativi dei conciliatori.
Le osservazioni sono state approvate dal plenum del Cnf nella seduta del 30 ottobre e si articolano su tre piani.
Innanzitutto, vi sono quelle che suggeriscono “modifiche radicali” al testo. In questa direzione vanno quelle che evidenziano la necessità di escludere la nullità del contratto tra legale e assistito come sanzione dell’omessa avvertenza da parte del primo della possibilità di conciliare.
“L’utilizzo della categoria della nullità”, si legge nel documento, “non è in linea con la figure di patologia del contratto che le norme generali colpiscono con tale sanzione”.
Piuttosto, suggerisce il Cnf si potrebbe profilare a carico del legale un illecito disciplinare e comunque prevedere che l’obbligo di informazione scatti prima della proposizione della domanda giudiziale e non in occasione del primo incontro con l’assistito.
Dubbi sulla efficacia sono manifestati anche in ordine all’articolo 11 che prevede l’obbligo per i mediatori di formulare una proposta di conciliazione in assenza di accordo tra le parti, alla quale ricondurre gli effetti sulle spese processuali: “tale sistema rischia di mettere in crisi il concetto stesso di mediazione e preclude possibili esiti positivi della stessa”.
La proposta alternativa è quella di ancorare rigorosamente la proposta di conciliazione da parte del mediatore “a una richiesta concorde delle parti”.
Non convincono gli avvocati altre due previsioni del dlgs: la norma (articolo 4 comma tre) che prevede che il tentativo di conciliazione possa inserirsi nel corso del procedimento giudiziale in qualsiasi momento, “provocando rallentamenti dello stesso e possibili lesioni al diritto delle parti ad una tutela celere ed effettiva”; e quella che (comma 7) prevede il tentativo di conciliazione obbligatoria nei procedimenti davanti agli arbitri, “già procedimenti privati, per loro natura celeri e dotati di attitudine alla conciliazione”.
Tra le norme da ripensare quella sulle spese processuali (articolo 3) e quella sulle controversie sottoposte alla conciliazione obbligatoria (articolo 5).
In ordine alla prima, il Cnf preferirebbe richiamare semplicemente la disciplina ordinaria sulle spese processuali (articolo 91 cpc) come modificata in via generale dalla legge 69/2009: e cioé condanna alle spese per la parte che ha rifiutato senza gisti motivo la proposta di conciliazione.
Quanto alla seconda, il Cnf riscontra una certa disomogeneità tra le controversie annoverate, scelta parametrata non “sulle caratteristiche intrinseche della lite”, cioè in base alla probabilità del risultato conciliativo.
“Sono invece da condividere le disposizioni che prevedono la istituzione di organismi di conciliazione, quelle che disciplinano il procedimento, i doveri e gli obblighi dei mediatori, l’efficacia della conciliazione”.

lunedì, novembre 02, 2009

Per i penalisti la separazione è ineluttabile.


lun. 2/11- I penalisti italiani sono usciti dal recente Congresso nazionale di Torino con posizioni rafforzate, contenute in sei mozioni approvate alla unanimità.
Ribadita, a livello ordinamentale, la necessità di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri e di riformare il Csm per riportarlo agli originati assetti costituzionali, i penalisti hanno accolto con una ovazione il prof Giovanni Conso che ha definito «ineluttabile» la radicale separazione tra chi accusa e chi giudica nel processo penale.
Nell’ambito della necessità di una riforma dei soggetti processuali, l’Unione delle camere penali (Ucpi) ha reiterato l’appello alla politica per l’approvazione della riforma forense in discussione al Senato, nella formulazione comune dell’avvocatura.
Particolarmente importante la specializzazione, con l’avviso alla politica che, se la legge non andrà avanti,, l’Ucpi provvederà autonomamente ad istituire la specializzazione penale.
Il Cnf con un importante comunicato del presidente Alpa, ha segnalato la legittimità di questa posizione.
Sul codice di procedura penale le mozioni esprimono contrarietà a riforme disorganiche, auspicando modifiche razionali e di sistema che recuperino l’assetto accusatorio del codice Vassalli, intaccato da giurisprudenze emergenziali e da interventi del legislatore.
Quanto al diritto penale,pesanti critiche sono state mosse alla impostazione autoritaria delle recenti leggi sulla sicurezza approvate in parlamento; una mozione sulla Corte di cassazione ne stigmatizza la deriva sostanzialistica e d’opportunità; sul carcere, i penalisti si mobiliteranno con una astensione dalle udienze alla fine di novembre

di Renato Borzone
Vicepresidente Ucpi
Articolo tratto da:
Avvocati Oggi-Italia Oggi7

AVVOCATI: Ordine forense ha ampi poteri d’indagine per l'iscrizione dei praticanti nel registro.


Corte di Cassazione - Sezione I civile - Sentenza 22 ottobre 2009 n. 22423

Non viola la privacy del praticante avvocato l'Ordine professionale che, entrato in possesso di un documento nel corso di un procedimento disciplinare a carico di un altro professionista, lo utilizza per verificare la permanenza dei requisiti per l'iscrizione nel registro da parte del praticante stesso.
Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza 22423/2009 che ha respinto il ricorso di un praticante avvocato diretto a ottenere la cancellazione dei propri dati giudiziari, costituiti da una sentenza di patteggiamento, utilizzati a suo dire in maniera illecita dall'Ordine.
La Suprema Corte ha invece stabilito che non vi era stata alcuna violazione in quanto il documento era stato acquisito nel corso di un procedimento disciplinare e, quindi, era entrato in possesso dell'Ordine locale nell'ambito di un procedimento amministrativo di sua competenza.
Riconosciuta la legittimità dell'acquisizione, la Corte ha poi affermato che la sentenza poteva essere legittimamente utilizzata dall'Ordine per verificare la permanenza dei requisiti per l'iscrizione all'albo dei praticanti, in quanto attività rientrante nei poteri previsti dall'articolo 16 del RD 1578/1933.