mercoledì, marzo 12, 2008

Gravina: la giustizia smarrita.


(12 marzo 2008) Perché Pappalardi resta agli arresti? Per "l'estrema negatività della sua personalità". Non ha mostrato mai "senso di colpa", scrive il giudice. I suoi comportamenti sono "ripugnanti".

"Al di là della gravità del fatto", quel tipo lì - che non piange i figli, non si dispera in pubblico per la loro sorte; che non si mortifica per un matrimonio andato a male; che manda al diavolo il codazzo delle telecamere e, durante gli interrogatori, anche i giudici - è "socialmente pericoloso" e merita di starsene agli arresti in casa.

Non c'è dubbio che Filippo Pappalardi abbia una faccia che può non piacere. È violento, arrogante. È un "padre padrone", prepotente e manesco.

Ma la fisiognomica e comportamenti primitivi non possono essere condizione sufficiente per tenere agli arresti un padre "sbagliato" che ha perso due figli, è stato accusato senza alcuna prova di essere l'assassino, è stato incarcerato, innocente.

Negli affari giudiziari bisogna diffidare di chi mena fendenti forsennati nella convinzione di avere tra le dita la corda della verità. Ma in questo affare di Gravina c'è di più e di peggio. C'è la sgradevole sensazione di trovarsi alle prese con una magistratura che, indispettita dai suoi errori, non riesce a correggere se stessa.

Anzi non accetta di vedere censurate le sue decisioni e pretende - in ogni caso - un castigo anche a costo di ritorsioni contro il malcapitato che ha davanti. Una ritorsione, ecco che cosa sembra la decisione del giudice.

Sono decenni che il processo italiano è in crisi di efficienza, di risultati e di credibilità, un ordigno maligno che sanziona prima dell'accertamento e, quando accerta le responsabilità, non riesce a punirle. In questa scena così critica - di cui la magistratura è corresponsabile ma inabilitata a riformare - la responsabilità delle toghe dovrebbe essere raddoppiata e non attenuata, soprattutto a fronte degli errori commessi.

Quando questo non accade, le toghe dimenticano che possono sperperare giorno dopo giorno il loro prestigio dinanzi a un'opinione pubblica che non ne comprende gli orientamenti; non ne apprezza l'ostinazione; non capisce le sue decisioni, contrarie soprattutto al senso comune.

Sono queste le condizioni, sostengono gli studiosi che hanno le loro radici nelle scienze sociali e nella scienza politica, che mettono in movimento contrappesi tecnici, istituzionali, politici.

Gli ultimi sono naturalmente i più importanti. Prevedono che venga aumentato il numero dei giudici; che si riformi la procedura; che si abolisca un tribunale; che si modifichi la giurisdizione; che si diminuiscano le risorse assegnate al sistema giudiziario; che si emendi la Costituzione.

Sono i contrappesi politici alla fine a potenziare i contrappesi tecnici perché sono utili a incentivare nei giudici un atteggiamento di autolimitazione (self-restraint); sono in grado di essere un buon deterrente alla manipolazione delle norme.

Alla vigilia di una nuova stagione politica, la magistratura dovrebbe ricordare che non può reggere, all'infinito, un conflitto con le opinioni diffuse e condivise. Pena, perdere ogni credibilità. È quel che già è affiorato nelle ultime legislature.

Un'opinione pubblica stanca, diffidente, sospettosa della consorteria togata ha "autorizzato" la politica a individuare contrappesi. La Bicamerale era questa cosa qui. È stato il varco politico e istituzionale dentro il quale si è mosso poi il contro-riformismo del centro-destra, di Berlusconi, dei suoi avvocati.

Ci si augura che, nel prossimo Parlamento, non si debba ancora assistere al conflitto infinito tra le toghe e la politica. Anche i magistrati dovrebbero capirlo ed evitarlo. Soltanto applicando la legge con equilibrio e saggezza. Come a Gravina, purtroppo, non è accaduto.

di GIUSEPPE D'AVANZO

tratto da: repubblica.it

martedì, marzo 11, 2008

E' in arrivo il governo "VELTRUSCONI"!!

Indennizzo diretto: l’esclusione delle spese legali nella fase stragiudiziale è incostituzionale.


Escludere le spese per l’assistenza e la consulenza professionale prestata dal legale nella procedura di risarcimento diretto è contrario ai diritti riconosciuti dalla nostra Carta costituzionale.

E’ quanto ha stabilito il giudice di pace di Cagliari (Macciotta) che, con una recentissima ordinanza (6 febbraio 2008), accogliendo l’eccezione difensiva dell’attore-danneggiato al quale era stato negato il rimborso degli onorari legali nella fase stragiudiziale, ha rimesso gli atti alla Consulta per illegittimità costituzionale dell’articolo del regolamento di attuazione del risarcimento diretto (Dpr 254/2006).

La norma regolamentare prevede espressamente che sugli importi corrisposti al danneggiato non sono dovuti compensi per la consulenza o assistenza professionale diversa da quella medico-legale.

In piena aderenza alle motivazioni addotte dal legale del danneggiato nell’eccezione di incostituzionalità, il Giudice rimettente ha ravvisato tre distinti profili di illegittimità della norma in questione.

Il principio di uguaglianza.

Essa sarebbe, innanzitutto, in contrasto con il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione in quanto determina una incomprensibile e ingiustificata situazione di favore per le compagnie di assicurazioni a svantaggio del danneggiato-consumatore, parte debole per antonomasia, il quale, nella prospettiva di evitare fastidiosi costi per l’assistenza legale, deve sottostare alle condizioni e all’offerta della propria compagnia assicurativa senza alcuna preventiva tutela.

La violazione del suddetto principio sarebbe evidente anche con riferimento ad altri due profili di discrimine che la norma in esame introduce, da un lato la disparità di trattamento fra due diverse categorie professionali (medici e legali), e dall’altro la discriminazione degli indigenti rispetto agli abbienti, quest’ultimi in grado di permettersi l’assistenza legale per una migliore tutela dei propri diritti.

Il diritto di difesa.

Il consumatore viene così a trovarsi in totale balia della propria assicurazione in un contesto estremamente ostico, come la materia dell’infortunistica stradale, che invece richiede specifiche conoscenze e competenze per poter valutare la congruità del risarcimento dovuto.

Ne deriva che risulta violato anche un altro principio fondamentale, il diritto alla difesa previsto dall’articolo 24 della Costituzione, diritto che deve essere garantito non soltanto in ogni stato e grado del giudizio ma anche nella fase delle trattative stragiudiziali, così come di recente è stato ribadito dalla giurisprudenza di legittimità (Cassazione, sentenze 2275/06 e 116066/05).

L’eccesso di delega.

Infine, la norma che esclude le spese legali extragiudiziali dal novero dei danni risarcibili, sarebbe viziata da eccesso di delega e perciò in contrasto con l’articolo 76 della Costituzione.

La delega, infatti, aveva previsto poteri ben circoscritti per il Governo che aveva il compito di codificare la normativa di settore emanando norme finalizzate alla tutela dei consumatori e, in generale, dei contraenti più deboli sotto il profilo della trasparenza delle condizioni contrattuali, nonché dell’informativa preliminare, contestuale e successiva alla conclusione del contratto, avendo riguardo anche alla correttezza dei messaggi pubblicitari e del processo di liquidazione dei sinistri, compresi gli aspetti strutturali di tale servizio.

Nella delega, dunque, non rientrava alcun potere di innovazione né di abrogazione di norme esistenti, nulla di sostanziale era previsto in merito alla disciplina della r.c.a. né in merito alla fase della liquidazione dei sinistri.

Ebbene, il nuovo sistema risarcitorio — così come disciplinato dal Codice delle assicurazioni private e dal decreto di attuazione - non sembra per nulla ispirato a quelle finalità di tutela del consumatore a cui invece il legislatore codificante doveva uniformarsi.

L’obbligo per l’assicuratore di prestare assistenza informativa e tecnica al danneggiato, pure previsto dalla disposizione regolamentare, si risolve in un mero specchietto per le allodole, in quanto determina una situazione di evidente conflitto di interessi: da un lato l’interesse dell’assicuratore-debitore a contenere i costi dei sinistri e dall’altro quello del creditore- danneggiato a conseguire il risarcimento più elevato possibile.

In definitiva, la delega è stata impropriamente interpretata dal Governo in modo estensivo e sotto tale profilo non può che essere denunciata l’incostituzionalità della norma in questione.

Luciano Scavonetto

Fonte: Il Sole 24 Ore

Corte Costituzionale: le incapacità personali del fallito non devono perdurare dopo la chiusura del fallimento.


Dalla sentenza n. 39/2008 della Corte Costituzionale:

“Così identificati i termini della questione soggetta a scrutinio, se ne rileva la fondatezza per contrasto con gli artt. 117, primo comma, e 3 della Costituzione.

Questa Corte, con le recenti sentenze n. 348 e n. 349 del 2007, ha affermato, tra l'altro, che, con riguardo all'art. 117, primo comma, Cost., le norme della CEDU devono essere considerate come interposte e che la loro peculiarità, nell'ambito di siffatta categoria, consiste nella soggezione all'interpretazione della Corte di Strasburgo, alla quale gli Stati contraenti, salvo l'eventuale scrutinio di costituzionalità, sono vincolati ad uniformarsi.

Ora, riguardo alle incapacità personali connesse allo stato di fallito, con specifico riferimento agli artt. 50 e 143 della legge fallimentare all'epoca vigente, la Corte di Strasburgo, con numerose pronunce (si veda, ex plurimis, la sentenza 23 marzo 2006, Vitiello c. Italia, ric. n. 77962/01), ha ritenuto le disposizioni della legge fallimentare lesive dei diritti della persona, perché incidenti sulla possibilità di sviluppare le relazioni col mondo esteriore e foriere, quindi, di un'ingerenza «non necessaria in una società democratica».

La Corte di Strasburgo ha affermato, in particolare, che «a causa della natura automatica dell'iscrizione del nome del fallito nel registro e dell'assenza di una valutazione e di un controllo giurisdizionali sull'applicazione delle incapacità discendenti dalla suddetta iscrizione e del lasso di tempo previsto per ottenere la riabilitazione, l'ingerenza prevista dall'art. 50 della legge fallimentare nel diritto al rispetto della vita privata dei ricorrenti non è necessaria in una società democratica, ai sensi dell'art. 8, § 2, della Convenzione», e ha dichiarato l'avvenuta violazione del citato art. 8, dopo aver precisato che la nozione di “vita privata” presa in considerazione da tale norma, «non esclude, in linea di principio, le attività di natura professionale o commerciale, considerato che proprio nel mondo del lavoro le persone intrattengono un gran numero di relazioni con il mondo esteriore».

Nel contempo le disposizioni censurate, in quanto stabiliscono in modo indifferenziato incapacità che si protraggono oltre la chiusura della procedura fallimentare e non sono, perciò, connesse alle conseguenze patrimoniali della dichiarazione di fallimento ed, in particolare, a tutte le limitazioni da questa derivanti, violano l'art. 3 Cost. sotto diversi profili.

Esse, infatti, poiché prevedono generali incapacità personali in modo automatico e, quindi, indipendente dalle specifiche cause del dissesto – così equiparando situazioni diverse – e in quanto stabiliscono che tali incapacità permangono dopo la chiusura del fallimento, assumono, in ogni caso, carattere genericamente sanzionatorio, senza correlarsi alla protezione di interessi meritevoli di tutela.

Deve essere, pertanto, dichiarata la illegittimità costituzionale degli artt. 50 e 142 della legge fallimentare di cui al r.d. n. 267 del 1942, nel testo vigente prima della riforma di cui al d.lgs. n. 5 del 2006, in quanto stabiliscono che le incapacità personali derivanti al fallito dalla dichiarazione di fallimento perdurano oltre la chiusura della procedura concorsuale”.

sabato, marzo 08, 2008

LA GIUSTIZIA AL CENTRO DELLA POLITICA: L’OUA INCONTRA IL PDL.


Continua l’iniziativa dell’Avvocatura sulle 12 priorità del “Programma giustizia” e nella giornata di ieri la presidente dell'Oua avv. Michelina Grillo e la componente della giunta dell'Oua Avv Maria Limardo hanno incontrato il sen. Alfredo Mantovano e l'on. Giulia Bongiorno, del Pdl, prospettando loro le proposte per la giustizia dell'Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana.

«Nei giorni scorsi abbiamo denunciato con un documento la sottovalutazione nei programmi elettorali della grave crisi in cui versa il nostro sistema giudiziario – dichiara Michelina Grillo alla fine della riunione- e abbiamo rilanciato le 12 priorità del nostro “Programma Giustizia” e la necessità che le forze politiche si esprimessero sulla nostra proposta di indire una “Costituente per la giustizia”. Oggi abbiamo avuto un primo importante riscontro dal Partito delle Libertà»

Alfredo Mantovano e Giulia Bongiorno concordano sulla necessità che la prossima legislatura affronti i temi chiave del settore e manifestano apprezzamento per l'ipotesi di una Costituente per la giustizia, che coinvolga gli addetti ai lavori, in un'ottica di sollecitazione e di verifica dell'attuazione del programma.

Ricordano che proprio nel programma del Pdl vi è uno specifico impegno teso all'incremento e all'uso razionale delle risorse, che abbia una particolare considerazione per l'amministrazione della giustizia civile, in termini di incremento di efficacia e di riduzione dei tempi.

In questa prospettiva, l'estensione dei modelli virtuosi potrebbe evitare la dispersione dei finanziamenti a pioggia e permettere investimenti mirati.

venerdì, marzo 07, 2008

ODE IN "MORTE" (POLITICA) DEL FRATELLO CLEMENTE.


In morte del fratello Clemente 1(*)


Un dì, s'io 2(*) non andrò sempre fuggendo

di partito in partito, me vedrai seduto

su la tua pietra, o fratel mio, gemendo

il fior de' tuoi gentil anni caduto.

La Madre 3(*) or sol suo dì tardo traendo

parla di me col tuo cenere muto 4(*),

ma io deluse a voi le palme tendo

e sol da lunge i tetti di Ceppaloni 5(*) saluto.

Sento gli avversi numi 6(*), e le secrete

cure che al viver tuo furon tempesta,

e prego anch'io nel tuo porto quiete.

Questo di tanti voti oggi ti resta!

Gentil Clemente, almen le ossa 7(*) rendi

allora al petto degli italiani mesti.


Testo liberamente tratto da: "In morte del fratello Giovanni" di Ugo Foscolo.

1(*) L’autore, con sottile eufemismo, si riferisce alla morte politica dello statista italiano Clemente Mastella (Ceppaloni 5 febbraio 1947, vivente)

2(*) La poesia è attribuita al famoso compagno di merende Pierferdinando Casini (“Ferdy”) che ha condiviso le battaglie politiche di Clemente Mastella (“Clem”) per decenni

3(*) Il significato da attribuire alla “Madre” è fonte di discussione per gli studiosi. Se molti la riferiscono a Silvio Berlusconi, alcuni propendono a una allusione a donna di facili costumi

4(*) “Cenere muto” è il soprannome del Governatore Antonio Bassolino. La cenere infatti non parla e neppure Bassolino ha mai detto nulla ai giudici sul disastro ambientale in Campania

5(*) Città natale di Mastella di cui è sindaco a vita. E’ rimasta celebre la fiaccolata dei suoi abitanti a sostegno della moglie Sandra Lonardo costretta agli arresti domiciliari perché accusata di concussione

6(*) Gli “avversi numi” sono le percentuali di voto previste per il suo partito di ricatto e di governo, detto UDEUR. Infatti, nel 2008, per la prima volta un partito italiano registra intenzioni di voto negative. Fa perdere tra il 10 e il 12% dei voti a chi se lo prende

7(*) “Le ossa” sono in realtà i popolari torroncini natalizi autoprodotti da Mastella con i soldi del finanziamento pubblico al suo partito. Tutti gli italiani ne vorrebbero un etto.

TRATTO DAL BLOG DI BEPPE GRILLO

COA Salerno: doppia seduta per il giorno 14/03/2008.


CONSIGLIO DELL'ORDINE DEGLI AVVOCATI DI SALERNO


ORDINE DEL GIORNO

Tornata del 14 marzo 2008 (ore 11,30)

I. Lettura ed approvazione verbale precedente;

II. Ricorsi a carico degli iscritti(determinazioni)-Rel. Sigg.ri Consiglieri Delegati.



ORDINE DEL GIORNO

Tornata del 14 marzo 2008 (ore 16,00)

I. Lettura ed approvazione verbale precedente

II. Comunicazioni del Presidente

III. Iscrizioni e cancellazioni

IV. Pareri

V. Ammissioni Gratuito Patrocinio-Rel.Cons. Avv.Visconti-

VI. Pianta Organica-Rel.Cons. Avv.Visconti-

VII. Magistratura Onoraria Pareri-Rel. Cons. Avv.Altieri-

VIII. Sopralluogo Cittadella Giudiziaria-Rel. Cons. Avv.Altieri-

IX. Fissazione Assemblea per approvazione bilancio - Rel.Cons. Avv. Nocilla-

X. Formazione permanente: determinazione criteri e costi-Rel.Cons.Avv.Nocilla-

XI. Modifica regolamento iscrizione nell'elenco dei difensori di ufficio.Rel.Cons.Avv.Cacciatore

XII. Sussidi e contributi

XIII. Varie ed eventuali.

Il Presidente

Avv.Americo Montera


Il Consigliere Segretario

Avv.Gaetano Paolino



POF: eventi formativi dal 10 al 25 marzo 2008.




giovedì, marzo 06, 2008

Nuovi Consigli Giudiziari: gli avvocati vogliono contare di più.


Avvocati in fermento per l'avvicinarsi delle elezioni dei consigli giudiziari, cioè degli organi che secondo l'ordinamento giudiziario del 2007 saranno deputati alla valutazione della professionalità dei magistrati.

Una legge contestata all'epoca dai legali, perché ha drasticamente ridotto la partecipazione dei componenti avvocati ai lavori dei nuovi consigli.

Dal momento che la legge è ormai in vigore e che le elezioni dei consigli sono alle porte, però, l'Oua si è mossa per tempo con un deliberato nel quale elenca i criteri omogenei che si augura vengano utilizzati per la scelta dei componenti avvocati, come l'esperienza negli organismi forensi, l'adeguata conoscenza dell'ordinamento giudiziario, la presenza dell'ordine distrettuale e degli altri ordini a rotazione e, nel caso di docenti universitari, l'esercizio della professione forense.

Fondamentale, poi, per l'Oua, è la massima interlocuzione con l'avvocatura nelle valutazioni di professionalità e nelle nomine dei dirigenti degli uffici.

In particolare, l'Oua ricorda le prescrizioni del dlgs 160 del 2006, secondo il quale i consigli dell'ordine territorialmente competenti devono essere tempestivamente avvertiti delle valutazioni di professionalità in calendario, i consigli giudiziari hanno la facoltà di assumere informazioni su fatti specifici segnalati dai consigli dell'ordine e, in merito al passaggio di funzioni dei giudici, richiama la prassi secondo la quale i presidenti delle Corti d'appello e i procuratori generali possono acquisire le osservazioni del presidente del Coa.

Ancora manifesti elettorali "ritoccati".







ELEZIONI: LA GIUSTIZIA NON È ANCORA UNA PRIORITÀ DELLA POLITICA.


«I programmi delle principali forze politiche parlano di giustizia, ma si fermano alla superficie dei problemi, non è ancora una priorità. Anche questa volta i proclami e le promesse vengono smentiti dai fatti».

Così Michelina Grillo, presidente OUA, commenta le anticipazioni sulle proposte elettorali dei maggiori partiti sulla questione giustizia. L’Oua ha anche prodotto un documento che illustra le perplessità dell’avvocatura e che rilancia le dodici parole d’ordine del “Programma Giustizia” per uscire dalla grave crisi che attanaglia il nostro sistema giudiziario e che pregiudica la competitività del nostro Paese e i diritti dei cittadini.

«Per la prima volta le principali forze politiche – ha continuato Grillo - hanno manifestato apprezzamento per i 12 punti del “Programma Giustizia” redatti dall’assemblea OUA e hanno promosso un rapporto di interlocuzione con la rappresentanza politica dell’avvocatura, anche programmando incontri a breve termine. Ma non basta, chiediamo un impegno fattivo sulla nostra proposta di indire una Costituente sulla Giustizia, con il coinvolgimento di tutte le forze istituzionali, i soggetti della giurisdizione e gli operatori del settore».

«In quanto ai contenuti – ha concluso – in questa sede indicheremo solo alcune priorità: trasparenza del bilancio della Giustizia, definizione e diffusione della figura del manager dirigente degli uffici giudiziari; ricognizione delle risorse materiali disponibili e distribuzione delle stesse secondo criteri di efficienza e di funzionalità; reinserimento nei rispettivi ruoli di tutti i magistrati attualmente adibiti a diverse funzioni; riforma del processo civile con una opportuna semplificazione e tendenziale individuazione di pochi modelli di rito; limitazione e razionalizzazione del ricorso alle magistrature “onorarie”; avvio di un’opera di rivisitazione organica della disciplina sostanziale degli istituti di diritto civile; riaffermazione del processo penale accusatorio; seria opera di depenalizzazione, che tenga conto dei mutamenti intervenuti nel tessuto sociale; varo definitivo della riforma dell’ordinamento professionale forense»

lunedì, marzo 03, 2008

Sospensione udienze per l'emergenza idrica a Salerno.


In conseguenza dell’interruzione dell’erogazione idrica, che avrà luogo da domani in molti Comuni del salernitano, il Presidente della Corte di Appello di Salerno ha stamane dato, con proprio decreto, le disposizioni in vigore negli uffici giudiziari del distretto dal 3 al 6 marzo correnti, onde gestire adeguatamente la problematica.

In generale, fatta salva l’iniziativa dei capi dei singoli Uffici, onde gestire casi specifici:

1) L'orario di lavoro ordinario avrà termine alle ore 11,00 sempre nel caso di una effettiva interruzione idrica; nelle ore successive e fino alle ore 13,30 presso le cancellerie resterà in servizio un presidio per il compimento di eventuali atti urgenti;

2) le udienze civili e del lavoro saranno rinviate di ufficio alla succesiva e prossima immediatamente utile;

3) le udienze penali (e prioritariamente quelle con imputati detenuti e di convalida o di riesame) saranno trattate nella fascia oraria 9-11 e quindi, se necessario, rinviate in prosieguo.

domenica, marzo 02, 2008

Camere penali: "No a intercettazioni avvocato/cliente".



“Il colloquio tra avvocato e cliente dovrebbe essere come quello in confessionale tra prete e fedele, lo dice la legge, ma le cose non stanno cosi’”.

E’ quanto ha dichiarato il segretario dell’Unione delle Camere Penali Italiane Renato Borzone in un’intervista a ‘Panorama’, nella quale si annuncia un dossier su 6 casi “particolarmente gravi”, con nomi, cognomi e testi delle intercettazioni tra legale ed assistito.

L’Ucpi, inoltre, ha approvato una delibera in cui protesta contro quello che definisce “un attentato strisciante e dilagante della legalita’ costituzionale e processuale”.

Per l’”eccezionale gravita’ e il ripetersi su tutto il territorio nazionale degli episodi riscontrati”, i penalisti hanno denunciato le violazioni al Governo e al ministero della Giustizia, nonche’ presentato esposti al Csm e al procuratore generale della Cassazione. E’ allo studio anche un ricorso in sede europea.

I casi segnalati e riportati da ‘Panorama’, vanno da quello di Palermo del legale di massimo Ciancimino a quello di Napoli che riguarda la difesa di Luciano Moggi, dall’arresto dell’avvocato Piervito Bardi a Potenza, richiesto dal pm Henry John Woodcock, al caso che ha interessato il gip di Milano Clementina Forleo, nonche’ episodi a Brescia e a Nola, sempre relativi a difensori spiati dalla polizia giudiziaria mentre facevano il loro lavoro. (AGI)


Cassazione: quando dare del "giuda" è consentito.


Dare del "Giuda" è concesso, l'importante è che il destinatario dell'ingiuria se lo sia meritato.

A stabilirlo è la Cassazione che ha assolto un consigliere comunale di Como di Forza Italia che aveva dato del "Giuda" ad un collega di partito. La licenza di insultare i politici, se se lo meritano, è stata accordata dalla Corte di cassazione con una sentenza della quinta sezione penale (la numero 9084). La Suprema corte ha redatto un vero e proprio elenco di epiteti da rivolgere agli uomini di governo quando ce ne è davvero bisogno.

Il tutto si collega al «diritto di critica politica». E così dare del "Giuda" è legittimo se un politico si macchia di alto tradimento. Anche "buffone", a suo modo, rappresenta «legittima critica politica». Se poi chi guida la macchina politica solleva una «indignazione» popolare, al limite, dice piazza Cavour, gli si può dare anche dell'«idiota».

La Cassazione chiarisce che «il diritto di critica riveste necessariamente connotazioni soggettive ed opinabili quando si svolge in ambito politico, in cui risulta preminente l'interesse generale del libero svolgimento della vita democratica».

Ne consegue che «una volta riconosciuto il ricorrere della polemica politica ed esclusa la sussistenza di ostilità e malanimo personale, è necessario valutare la condotta dell'imputato alla luce della scriminante del diritto di cui all'art. 51 c.p.».

Se il giudice verifica che l'operato del politico meritava di essere bollato con un epiteto che suona come ingiurioso, l'autore dello sfogo andrà assolto per non avere fatto altro che esercitare la libertà di «critica politica».

Proprio per questa ragione la Cassazione ha cancellato la doppia condanna per diffamazione inflitta nei due gradi precedenti a Paolo G., un consigliere comunale di Como di Forza Italia che, uscendo dalla sala consigliare, aveva dato del Giuda ad un collega di partito che all'ultimo momento aveva modificato il suo voto, contrastando la delibera proposta dal suo partito.

Un «grave tradimento politico» da indurre la Suprema corte ad accordare l'assoluzione al consigliere comunale.

venerdì, febbraio 29, 2008

GIUSTIZIA: MINISTERO COINVOLGE CITTADINI PER REALIZZARE NUOVO SITO WEB.

(ASCA) - Roma, 29 feb - Il ministero della Giustizia, vuole coinvolgere tutti i cittadini alla costruzione del nuovo sito internet del dicastero di via Arenula.

Da oggi infatti, sara' possibile dialogare direttamente con il Dicastero ed indicare le informazioni che chiunque, interessato alle questioni della Giustizia, ritiene opportuno trovare sul web.

Il meccanismo, spiega una nota, e' facile: sulla home page di www.giustizia.it, sara' sufficiente selezionare l'icona 'Progetta anche tu il nuovo sito' e seguire le indicazioni sullo schermo.

L'obiettivo e' semplificare e potenziare la comunicazione dell'Amministrazione insieme ai cittadini, i quali potranno continuare a collaborare sulle priorita' e i contenuti degli argomenti selezionati.

Si prevede che il nuovo sito www.giustizia.it sia on line entro la fine dell'anno.

Con buona pace di Montesquieu.


Mentre passeggiavo per le strade di Genova non ho potuto fare a meno di notare i manifesti propagandistici dell'Italia dei Valori: una bella costata, presumibilmente di Chianina doc, campeggia su sfondo bianco.

A ciascuna parte della saporita fiorentina viene fatto corrispondere un presunto taglio ai costi della politica ipoteticamente operato dai dipietrini durante la scorsa legislatura.

Questo lo slogan: «Abbiamo tagliato il grasso della politica, ora tagliamo il marcio: via i condannati dal Parlamento». Bene, anzi male.

Preso atto che nessuno di noi, neppure il più sfegatato cultore di Hans Kelsen, che teorizzò la legittimità del cosiddetto «Stato di banditi», apprezzerebbe un parlamento composto di pendagli da forca, le implicazioni che stanno dietro alla campagna sloganistica portata avanti dall'ex magistrato, ex senatore, ex ministro Di Pietro sono tutt'altro che rassicuranti e, qualora interamente recepite sine grano salis, comporterebbero la costituzione di un precedente pericoloso: detta in due parole due, postulerebbero come assioma l'infallibilità assoluta della magistratura, garantendo de facto a quest'ultima il potere di sindacare, senza alcuna forma di controllo e senza che sia garantita, visto l'attuale assetto del nostro ordinamento giudiziario, un'adeguata e tempestiva capacità di reazione al cittadino eventualmente eleggibile.

Assisteremmo all'ennesima italica assurdità: dopo avere abolito per legge la pazzia, con le drammatiche conseguenze che la legge 180 - la (in)famosa Basaglia - si porta ancora oggi dietro, arriveremo a negare persino a livello teorico che la magistratura possa sbagliare. Inesistenza dell'errore giudiziario da un lato, quindi, e attribuzione alla magistratura del ruolo di filtro tra eletti ed elettori al di fuori di ogni parametro costituzionale dall'altro.

Ora, se è vero che i paesi anglosassoni, ad esempio, vuoi per diversità culturale, vuoi per gli influssi rigoristici del protestantesimo e del puritanesimo, applicano in linea di massima i principi propalati dall'Idv, è anche vero che alle loro latitudini l'ordinamento giudiziario è profondamente diverso e, oltre a ciò, gode senz'altro di una salute migliore rispetto al nostro.

Sicuramente nei paesi di common law è garantito un maggiore equilibrio tra accusa e difesa e l'eventuale errore giudiziario comporta gravi conseguenze per il malaccorto pubblico ministero (o ruolo equivalente).

Applicare di punto in bianco i medesimi principi di «pubblica pulizia» in un paese come il nostro, per tanti versi ancora disgregato dalla tempesta giudiziaria dei primi anni '90, potrebbe comportare conseguenze catastrofiche, ponendo i presupposti, nella peggiore delle ipotesi, per una silente dittatura del potere giudiziario, scenario che forse - ma dico forse - potrebbe vincere le simpatie del comico prestato alle piazze Beppe Grillo e del giovane Marco Travaglio, da sempre infatuato di toghe e tribunali.

Tornano alla memoria le parole di uno dei padri fondatori delle moderne democrazie evolute, ovvero Montesquieu, il quale oltre ad affermare che il giudice è semplicemente «bocca della legge» e non creativo interprete della medesima, affermava anche che «il potere corrompe. Il potere assoluto corrompe assolutamente».

In uno scenario come quello poc'anzi teorizzato, potete facilmente immaginare chi godrebbe di un potere che all'assolutezza senz'altro si avvicina molto...

di Francesco Natale - 28 febbraio 2008

natale@ragionpolitica.it

Giustizia civile : lettera aperta ai candidati alle elezioni politiche.


Caro Candidato,

gli Avvocati civilisti costituiscono la gran parte dell'ormai pletorico numero di iscritti agli Albi ma essi, prima che Avvocati, sono Cittadini ed Elettori.

Per questo ci rivolgiamo a Lei, nella sua veste di possibile futuro legislatore, per proporLe un "voto di scambio", per formularle un appello che promana non solo da noi ma anche, e soprattutto, dai milioni di cittadini, che, nostro tramite, si affidano ogni giorno fiduciosi alla Giustizia.

Nei nostri studi rivivono quotidianamente le ambasce, le speranze, le storie di donne e di uomini che attendono di vedere risolte presto e bene le loro controversie, i tanti problemi di una società moderna.

Siano essi operai od imprenditori, impiegati o casalinghe, professionisti o pensionati, comunque riguardano alla Giustizia come al mezzo naturale ed onesto per avere ciò che spetta.

Da troppo tempo, tuttavia, non siano più in grado di indicare loro una strada almeno decorosa quanto ai tempi ad affidabile quanto all'esito.

I processi civili si dilungano per anni, per lustri, quasi sempre inutilmente, con rinvii, tra un'udienza e l'altra, inaccettabili; le procedure, anziché essere semplificate vengono ad ogni novella gravate di termini e riti utili solo a far maturare inique decadenze, come da ultimo è ben testimoniato dalla nuova formulazione del processo per cassazione.

L'arretrato, da sempre imponente, si accresce di anno in anno, alla faccia di misure clamorosamente fallite (per tutte: Sezioni Stralcio) o mai attuate (processo telematico). I magistrati addetti al settore civile, o sono troppo pochi ed a volte pigri (i togati) o sono impreparati (gli onorari), di talché giustizia è sempre e comunque denegata.

Come spiegare, poi, ai cittadini che c'è anche da pagare per promuovere una causa, per recuperare un credito? E quando poi l'esito della lite fosse favorevole che c'è da soddisfare la tassa di registro? Ed infine che per recuperare il credito i balzelli sono ancora maggiori senza garazia alcuna di recupero?

Quanti danni procura una Giustizia lenta ed approssimativa lo testimoniano anche i tanti tragici fatti di cronaca, maturati nella disperazione di chi non ha altro mezzo se non la violenza per ottenere ragione.

E ricorda, Signor Candidato, che la riforma della Giustizia fu inserita nel pacchetto dei rimedi individuati per tentare di far riconquistare competitività all'economia del Paese, oltre che per evitare ennesime figuracce e le incombenti sanzioni in sede Comunitaria?

Le chiediamo allora di inserire nel suo programma elettorale alcuni punti che, a nostro avviso possono contribuire quanto meno ad alleviare l'attuale tragica situazione della Giustizia civile in Italia. Si tratta, insomma, di garantire una difesa vera ai cittadini senza la quale non v'è giusto processo.

Per ottenere questo va anzitutto attuato il dettato costituzionale di cui all'art. 24, mediante una seria riforma dell'ordinamento professionale forense ed in particolare dell'accesso, riconoscendo all'Avvocatura l'esclusività della competenza anche nell'attività stragiudiziale, oggi, di fatto, lasciata ad una congerie di soggetti e figure che non offrono garanzia alcuna né di preparazione né di professionalità.

Troppi sono i riti che governano il procedimento civile, non sempre distinguibili tra di loro; troppi i giudici competenti per questa o quella materia; si finisce così con il complicare inutilmente le cause, alla ricerca della porta giusta cui bussare e con effetto moltiplicatore delle cause.

Vanno abbattuti i tanti e complessi balzelli che costellano il processo civile, particolarmente odiosi e pesanti quando riguardano la fase esecutiva del processo che raramente si conclude con l'integrale recupero del credito e con la piena soddisfazione delle ragioni pur riconosciute, dopo anni, dal giudice nella fase di merito.

Il giudice, chiunque esso sia (togato od onorario) deve garantire uno standard quantitativo e qualitativo della sua attività almeno sufficiente; di qui la necessità di prevedere adeguati controlli e valutazioni periodiche, con la presenza necessaria dell'Avvocatura e, più ancora, mediante un'adeguata preparazione professionale continua.

Ben venga la soppressione di quelle sedi giudiziarie che sono palesemente ridondanti, mentre nella assegnazione dei magistrati a questo o quel Tribunale od Ufficio si tenga conto non solo del numero di abitanti nella giurisdizione ma anche della quantità degli affari di competenza.

Come vede, Signor Candidato, non chiediamo la luna nel pozzo, ma semplicemente una riforma della Giustizia finalmente intelligente e mirata, allo scopo di renderla degna di confrontarsi con l'Europa e, soprattutto, perché la civiltà di un popolo si misura dalla capacità che manifesta di soddisfare quella primaria esigenza che si chiama, appunto, Giustizia.

Gli Avvocati civilisti che si riconoscono nell'U.N.C.C. intendono essere orgogliosi protagonisti della loro professione e del servizio giustizia. Chiedono che anche la futura dirigenza politica del Paese si faccia finalmente carico con forza e con una visione complessiva e strategica del problema, di attuare le necessarie riforme.

Noi saremo a fianco di chi vorrà accogliere questo nostro appello.

Avv. Salvatore Grimaudo

Presidente Unione Nazionale delle Camere Civili

giovedì, febbraio 28, 2008

La politica passi ai fatti!


C'è frustrazione fra i professionisti, scrive Michelina Grillo dell'organismo unitario dell'avvocatura commentando i due manifesti di area (Alleanza nazionale per il centrodestra e Professionisti Democratici per il centrosinistra) sulla riforma delle professioni.

Che il nuovo governo dovrà fare all'indomani delle elezioni di metà aprile.

C'è frustrazione, soprattutto, perché il riordino è fortemente voluto ma mai ottenuto in oltre 10 anni di discussione.

Al nuovo esecutivo, quindi, la Grillo chiede di fare una sorta di «operazione professioni».

Meglio con l'istituzione di un sottosegretariato interministeriale che coordini tutti i dicasteri interessati e che dialoghi costantemente con gli operatori.

Questo perché è necessario «un intervento forte che parta dall'università e ruoti attorno agli ordini, ai quali va garantita l'autonomia e l'indipendenza, ma che a sua volta deve assicurare la massima democraticità interna e deve evitare ogni possibile chiusura corporativa».

Domani seduta del COA di Salerno.



CONSIGLIO DELL'ORDINE DEGLI AVVOCATI DI SALERNO

ORDINE DEL GIORNO

Tornata del 29 febbraio 2008 ore 16,00

I. Lettura ed approvazione verbale precedente

II. Comunicazioni del Presidente

III. Iscrizioni e cancellazioni

IV. Pareri

V. Ammissioni Gratuito Patrocinio-Rel.Cons. Avv.Visconti-

VI. Magistratura Onoraria Pareri-Rel.Cons. Avv. Altieri-

VII. Sezione distaccata di Amalfi-Rel.Cons. Avv. Altieri-

VIII. Formazione permanente-Determinazione criteri costi-Rel. Cons. Avv.Nocilla-

IX. Sussidi e contributi

X. Varie ed eventuali

Il Presidente

Avv. Americo Montera


Il Consigliere Segretario

Avv. Gaetano Paolino

Rivoluzione al Consiglio dell’Ordine di Avellino: il nuovo presidente è Volino.


Il presidente dell’ordine degli avvocati del foro irpino Giovanni De Lucia si dimette.

La notizia è giunta nella tarda serata di ieri, a poche ore dalle elezioni per il rinnovo del consiglio dell’ordine forense di Avellino.

L’appuntamento, infatti, è fissato per questo pomeriggio, alle 16.

Dopo giorni di trattative segrete tra consiglieri che, chi più o chi meno aspiravano alle cariche del nuovo organismo, è venuta a mancare la maggioranza, indebolendosi a tal punto da imporre una seria riflessione al presidente uscente De Lucia.

Una decisione sofferta, quindi, e che lascia l’amaro in bocca al presidente. La notizia, trapelata nei corridoi del tribunale ieri sera, sarà resa ufficiale, proprio dal presidente, oggi pomeriggio, al momento delle votazioni.

Un atto di sfiducia da parte dei consiglieri, quindi, servito al presidente uscente, in carica da ben venti anni, su un bel piatto alla vigilia del voto.

A prendere il suo posto, ora, secondo quanto è dato sapere, è l’avvocato Edo Volino, che nella prima tornata di voto ha ottenuto una grande quantità di voti.

La carica di vicepresidente sarà affidata, invece, al giovane Fabio Benigni, anche lui reduce di un buon successo di consensi.

Poi ci sono le cariche di tesoriere e segretario, la prima dovrà essere affidata a Gennaro D’Avanzo, mentre la seconda a Biancamaria D’Agostino.

Mentre il resto del consiglio è formato dai consiglieri: Luigi Corrado, Luigi Vannetiello, Antonio Barra, Giulio Sandulli, Pantaleone Fimiani, Enzo Lieto, Angelo Maietta, Giovannangelo De Giovanni, Francesco Saverio Iandoli e Giuseppe Famiglietti. Mentre all’uscente De Lucia gli sarà conferita la carica di presidente onorario. Questa la formazione del nuovo Consiglio dell’ordine dei togati di Avellino. A meno che, il presidente De Lucia faccia un passo indietro rispetto alla decisione di abbandonare la poltrona.

Qualora si concretizzasse il ripensamento, comunque la formazione non subirà notevoli cambiamenti, a parte, naturalmente la presidenza. Edo Volino andrebbe a ricoprire il ruolo di vice e a Benigni quella da segretario. Insomma, una svolta nella storia dell’avvocatura del Palazzo di giustizia di piazza D’Armi.

mercoledì, febbraio 27, 2008

RIMBORSI ELETTORALI: GIP ROMA SI RISERVA SUL CASO DI PIETRO.

Roma, 27 feb. - (Adnkronos) - Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture, e' stato oggi in Tribunale a Roma.

Il leader dell'Idv e' intervenuto per fare dichiarazioni spontanee nella camera di consiglio dove il giudice Luciano Imperiali, che poi si e' riservato di decidere, doveva stabilire se archiviare un procedimento che vede l'ex magistrato imputato di truffa, falso e appropriazione indebita per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Si tratta, in sostanza, di rimborsi per spese elettorali.

Il procedimento e' nato dalle denunce fatte dall'avvocato Mario Di Domenico, socio fondatore e fino al 2003 segretario dell'Italia dei valori. Dopo essersi dimesso Di Domenico presento' una serie di denunce che poi furono trasferite a Roma per competenza.

Tema, tra l'altro, della vicenda il fatto che Di Domenico contesta la veridicita' di un documento che risulta risalente al 31 marzo del 2003, con il quale si approvava il bilancio dell'Italia dei valori e che era la premessa per ottenere il rimborso delle spese elettorali.

Di Domenico sostiene di non aver partecipato a quella riunione e che la sua firma apposta in calce al documento consegnato in copia alla Procura della Repubblica di Roma e' falsa.

I Presidenti eletti dei COA del Triveneto.

MANTOVANO (AN): AFFRONTARE SEPARAZIONE CARRIERE.

Roma, 26 feb. (Apcom) - "Bisognerebbe affrontare la questione della separazione delle carriere" così come "è ineludibile sottrarre il potere di comminare le sanzioni disciplinari ai magistrati dal Csm".

Lo dichiara ai microfoni di SherpaTv Alfredo Mantovano, coordinatore del Dipartimento Giustizia di Alleanza nazionale. Domani Mantovano con il leader di An, Gianfranco Fini, incontrerà i rappresentanti dell'Anm, dell'Unione Camere Penali, dell'Oua e dell'Associazione giovani avvocati per confrontarsi sulle riforme da attuare nella XVI legislatura.

Non c'è "nessuna difficoltà nella gestione del programma sulla giustizia tra Alleanza nazionale e Forza Italia", assicura l'esponente di An secondo cui all'ordine del giorno ci sono comunque la riforma dei codici e la certezza della pena.

"Oggi l'unica pena che si espia è quella della custodia cautelare e questa è una profonda ingiustizia".

Critiche, invece, al programma del Pd in materia di giustizia: "Sarà difficile - sottolinea Mantovano - che il Pd metta in campo delle riforme. Di Pietro è la garanzia che qualsiasi riforma in materia di giustizia verrà ostacolata".

Infine, il coordinatore del dipartimento giustizia di An affronta anche il tema del testamento biologico dichiarandosi profondamente contrario: "Negli ultimi due anni lo si è voluto chiamare in diversi modi ma il testamento biologico non è altro che una forma di eutanasia che nel nostro Paese è vietata e io spero che lo sarà per sempre".

martedì, febbraio 26, 2008

La giustizia italiana in cifre (biennio 2005/2007).

CASINI: NO A LISTE SCRITTE DAI MAGISTRATI.


Roma, 25 feb. (Apcom) - "Non ritengo accettabile che siano i magistrati a scrivere le liste dei candidati".

Lo ha detto il candidato premier dell'Udc Pier Ferdinando Casini durante la trasmissione 'Sky tg24 Pomeriggio'.

"I partiti - ha aggiunto - si assumono le responsabilità delle scelte e in base a queste vengono giudicati dagli elettori".

venerdì, febbraio 22, 2008

DISCORSO SULLA TIRANNIA.


"Vi sono tre tipi di tiranni: alcuni ottengono il potere per elezione popolare, altri con la forza delle armi, gli ultimi infine per successione familiare.

Chi lo ha ottenuto con la forza delle armi si comporta in modo tale da rendere evidente che ritiene di essere, come si suol dire, in una terra di conquista.

Chi nasce da re non è di solito migliore, poiché essendo nato e cresciuto in seno alla tirannia, ha succhiato con il latte la natura dell'oppressione, e considera i popoli a lui sottomessi alla stregua di servi avuti in eredità. E a seconda della sua indole, sia egli avaro o prodigo, dispone del regno come di sua proprietà.

Colui che ha ricevuto il potere dal popolo mi sembra dovrebbe essere più sopportabile, e credo lo sarebbe se non fosse per il fatto che, appena si vede innalzato al di sopra degli altri, attratto da quel non so che chiamato grandezza, decide di non farne più a meno.

Di solito cerca di rendere trasmissibile ai propri figli il potere che il popolo gli ha conferito; e una volta fatta propria questa idea, è incredibile osservare come superi in ogni sorta di vizi e persino in crudeltà tutti gli altri tiranni.

Infatti non scorge mezzo migliore per assicurarsi la continuità del potere di quello di accrescere al massimo la servitù sradicando la libertà dall'animo dei sudditi tanto da cancellarla dalla loro memoria, per quanto recente ne sia il ricordo.

Quindi è vero che esiste qualche differenza tra i tre tipi di tirannide, ma nessuna mi sembra preferibile; pur se i mezzi per conquistare il potere sono diversi, il modo di governare è pressoché identico.

Coloro che sono stati eletti trattano il popolo come se fosse un toro da domare; i conquistatori lo considerano una preda; chi infine l'ha ereditato pensa di fare dei sudditi altrettanti schiavi che gli appartengono per diritto naturale".

Ètienne de la Boétie

(1530-1563)

[Liberilibri, Macerata, 2004, pp.13-14]

Più risorse e più qualità, per avere processi più brevi.


La Presidente dell’Oua, Michelina Grillo, è intervenuta questa mattina alla trasmissione «Radio anch’io», con l’ex ministro della Giustizia, Roberto Castelli e il senatore del Pd, Massimo Brutti.

La Presidente dell’Oua ha affrontato il problema delle risorse, della lunghezza dei processi e della qualità di avvocati, magistrati e dirigenti.

Ecco alcuni passaggi dell’intervento di Michelina Grillo

RISORSE

«La giustizia non può essere una gallina dalle uova d’oro che “produce” 100, “incassa” 10 ed è perennemente a corto di risorse. La Giustizia deve incassare quello che produce, mentre ancora oggi, pur nell’incertezza delle cifre, non si sa dove vanno a finire le enormi somme che i cittadini pagano quando si rivolgono a un giudice».

LUNGHEZZA DEI PROCESSI

«Un sistema inefficiente e la mancanza di interventi riformatori organici e condivisi (da almeno 20 anni) sono la vera causa della lunghezza dei processi. Gli avvocati non solo non sono responsabili, ma sono fortemente pregiudicati da questa situazione: ieri ho avuto il rinvio di una causa al 2015, fino a quel giorno al mio cliente – ovviamente – non chiederò un euro. Anche ragionando sotto il profilo economico, gli avvocati hanno molto più interesse ad avere processi brevi».

QUALITA’

«La qualità della giustizia dev’essere uguale per tutti: avvocati, magistrati e dirigenti. Noi siamo disponibli a metterci in gioco su questo terreno, ma la vera svolta si avrà quando con coraggio si deciderà di intervenire sulle Università, prevedendo, come ormai accade quasi ovunque, anche per Giurisprudenza gli accessi programmati. Trasformando la formazione (università e pratica) in un periodo di verifiche continue, così da rendere l’esame finale solo l’ultimo atto di un percorso completo, e non in una sorta di “giudizio di Dio”, che rischia di essere allo stesso tempo, inutile, imprevedibile e ingiusto. Ma sarebbe ora di iniziare a guardare con più attenzione anche alla qualità di magistrati e dirigenti. I dati dimostrano che dove ci sono dirigenti capaci, si risparmia, si eliminano gli sprechi e l’efficienza degli uffici aumenta in modo consistente».
Roma, 22 febbraio 2008

Diritto all’amplesso solo fino a quando si è sposati (Cassazione Penale n. 42979/2007).

Nelle coppie regolarmente sposate esiste un diritto al normale svolgimento dei rapporti sessuali che cessa nel momento della separazione.

Lo ha stabilito la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione capovolgendo una pronuncia di qualche mese fa che aveva invece sostenuto l’inesistenza di un “diritto all’amplesso” sia all’interno di un rapporto coniugale che paraconiugale.

Il caso riguarda una coppia piemontese nella quale lei rifiutava di avere rapporti sessuali con il marito a causa delle eccessive misure dell’organo sessuale del marito, ed in caso aveva invece acconsentito perché intimorita dall’atteggiamento del coniuge (che aveva chiuso a chiave la porta) e perché preoccupata della presenza di bambini in altre stanze dell’alloggio e al solo scopo di evitare conseguenze peggiori.

L’eccessiva sproporzione del membro del marito era stata al centro della causa di separazione, ma ora la ex moglie aveva presentato una denuncia per violenza sessuale, e la Corte di Appello di Torino aveva condannato l’ex marito a due anni e tre mesi di reclusione, e per questo l’uomo aveva presentato ricorso in Cassazione.

La Suprema Corte, respingendo il ricorso, ha sottolineato che, “se è vero che l'amplesso è certamente un diritto/dovere dei coniugi uniti in matrimonio, e che inserisce naturalmente nella volontà degli stessi manifestata all'ufficiale distato civile di accettare il reciproco status di coniuge, e se è vero che l'amplesso costituisce una delle ragioni complementari, se non prevalenti, di quella umana affectio che spinge due persone a legarsi in matrimonio, è anche vero che questa umana e ragionevole aspettativa viene a cessare quando il rapporto matrimoniale cessa nei modi previsti dalla legge”.

Tratto dal sito: www.cittadinolex.kataweb.it/ (22 febbraio 2008)

Alpa: un promemoria per la nuova legislatura.


Tramite il Consiglio Nazionale Forense, che è il suo organo rappresentativo istituzionale, deputato primieramente ad assicurare l’osservanza della deontologia professionale, l’ Avvocatura ha avuto modo di rappresentare le esigenze della categoria e le priorità degli interventi legislativi auspicati in molteplici occasioni :nei congressi nazionali, nelle relazioni annuali sull’attività svolta dallo stesso CNF e dagli Ordini, nelle relazioni inaugurali dell’anno giudiziario, nelle audizioni parlamentari , nelle innumerevoli tavole rotonde.

Ciò nello spirito di collaborazione istituzionale e nella difesa dell’interesse pubblico che sottostà alla sua stessa funzione : la tutela dei diritti dei singoli, delle collettività, delle imprese , dei consumatori, tutela che si esplica sia attraverso la difesa in giudizio sia attraverso la consulenza .

“L’ avvocato al servizio del cittadino” potrebbe essere lo slogan-missione che , in tempi di comunicazione rapida, efficace, allusiva, racchiude nella sua essenza il significato della attività forense, oggi.

Per poter offrire questo servizio occorre fare affidamento su una categoria selezionata e preparata.

Di qui l’urgenza di ripensare l’ iter formativo dell’ avvocato a cominciare dall’ Università, accentuando i profili professionalizzanti delle discipline impartite e dei metodi di insegnamento ; migliorando il periodo di tirocinio, coniugando meglio la preparazione teorica ( conseguibile presso le Scuole forensi e le Scuole di specializzazione) con la preparazione pratica che si acquisisce solo frequentando gli studi legali e le aule giudiziarie.

Di qui l’urgenza di riformare radicalmente la disciplina dell’esame di abilitazione , oggi governato da regole introdotte in via provvisoria.

Un esame che dovrebbe essere composto da una prova preselettiva , da prove scritte effettuate senza l’ausilio di codici commentati, da prove orali rispondenti alle esigenze di una società moderna e sofisticata come quella che si è via via formata nel mondo economico e che stenta ancora a trovare le sue adeguate forme giuridiche.

La categoria deve anche rispondere alla deontologia, che è tipico connotato delle professioni intellettuali, amministrate dagli Ordini. L’avvocato deve essere libero, indipendente, corretto, qualificato.

Di qui l’urgenza di modificare il processo disciplinare, sia nelle sue fasi, sia nelle sue regole minute, e l’urgenza di assegnare maggiori poteri agli Ordini perché gli albi non siano gravati da iscrizioni soltanto nominali o popolati da avvocati che dichiarano un reddito marginale perché meramente integrativo di proventi derivanti da attività più lucrose.

Per poter garantire ai clienti anche la copertura di ogni rischio è urgente anche la introduzione di regole miranti alla assicurazione obbligatoria della responsabilità professionale ( peraltro già prevista dalla direttiva comunitaria sui servizi).

Ma occorre anche – altra misura urgente – predisporre un albo nazionale unificato, aggiornabile in tempo reale, in modo che si possa conoscere in ogni momento l’identità degli iscritti , e la sussistenza o meno di provvedimenti sanzionatori assunti a loro carico.

Occorre anche ripensare alla disciplina delle tariffe: i consumatori hanno subìto un danno dalla c.d. liberalizzazione; le grandi imprese potrebbero essersene avvantaggiate , ma si teme a spese della qualità della prestazione fornita.

Le tariffe possono essere svincolate dalla durata del processo. Gli avvocati hanno interesse a moltiplicare la loro attività, non a prolungarla nell’attesa di un esito incerto delle cause. Di qui l’urgenza di rivedere integralmente la materia.

Queste regole, e molte altre , organizzate in modo sistematico, erano pendenti al Senato; erano condivise da tutti, apprezzate dagli Ordini e dalle Associazioni forensi; le vicende politiche hanno interrotto l’iter di discussione e di approvazione del progetto unificato.

Ma anche se si volesse provvedere, per l’intanto ( voglio dire a Parlamento rieletto) con una leggina, in attesa dell’approvazione della riforma compiuta, avremmo almeno raggiunto un risultato utile non solo per la categoria e i suoi assistiti, ma per tutto il Paese.

Si tratta di poche regole, semplici e circoscritte, ma di grande “impatto” che il CNF ha tante volte chiesto e mai ottenuto.

La risposta avuta – nel senso che non bisogna differenziare la disciplina delle categorie professionali per non fare “figli e figliastri” - è, a dir poco, illogica e fallace: ogni categoria ha le sue specificità, ma l’Avvocatura ha un ruolo istituzionale che investe l‘amministrazione della giustizia, funzione essenziale di uno Stato democratico e civile; non può essere trascurata, né può attendere all’infinito il completamento di un quadro generale, l’approvazione di regolamenti settoriali, il beneplacito delle associazioni delle professioni non regolamentate.

Senza contare che queste richieste non importano alcun impegno di spesa . E senza rammentare che queste richieste sono già state soddisfatte a favore di altre categorie professionali con leggine approvate da tutti gli schieramenti politici.

Oppresso da questo limbo normativo, ma non rassegnato, il CNF non è rimasto inerte.

All’esterno ha avviato un percorso virtuoso di collaborazione con il Ministero della Giustizia, con le Commissioni parlamentari, con il Consiglio Superiore della Magistratura, con le Corti Superiori, per migliorare regole e prassi; quel percorso è stato interrotto, ma si confida nella sua repentina ripresa.

All’interno, ha approvato un regolamento sull’ aggiornamento professionale per migliorare e verificare la qualificazione degli avvocati a cui Ordini e Associazioni hanno risposto in modo entusiastico, fattivo, concreto.

Ha attivato la Scuola superiore dell’ Avvocatura, e organizzato corsi, seminari, incontri di studio; ha gettato le basi culturali per delineare in modo sostanziale la formazione dell’ avvocato europeo. Ha promosso l’uso delle tecnologie informatiche e sostenuto in ogni occasione la attivazione del processo telematico, la semplificazione dei riti processuali, la selezione dei ricorsi per cassazione, la diffusione delle tecniche di risoluzione alternativa delle controversie, cioè la conciliazione , la mediazione e l’ arbitrato (anche per le cause di modesta entità).

Vorrei rassicurare tutti: l ‘ Avvocatura non rivendica né privilegi né trattamenti speciali, ma chiede solo di poter migliorare il proprio servizio anche attraverso interventi legislativi di modesta entità, e , sperabilmente, mediante un dialogo costante con le istituzioni, in primis con Governo e Parlamento.

E’ in questo che si risolve, in buona sostanza, quella “dignità dell’ Avvocatura” che si cerca, con diuturna fatica, di recuperare.

Guido Alpa

Articolo del presidente del CNF, Avv. Prof. Guido Alpa, che verrà pubblicato su Il Sole 24 ORE di sabato 23 febbraio 2008.