sabato, ottobre 20, 2007

DOMINIONI: LA POLITICA GIUDIZIARIA E’ IN MANO ESCLUSIVAMENTE AI MAGISTRATI.


(AGI) - Treviso, 20 ott. - Lo strapotere dei magistrati prestati alla politica fa si' che il ministro della Giustizia abbia scarsa voce in capitolo.

E' quanto sostiene Oreste Dominioni, presidente delle Camere penali che oggi ha aperto la seconda giornata del congresso straordinario dei penalisti a Treviso.

"Il prolema del ministro Mastella - ha detto Dominioni commentando i titoli dei giornali di oggi - come di numerosi altri ministri che l'hanno preceduto, e' che il ministro della Giustizia e' prigioniero di magistrati che occupano l'intero ministero, tanto che possiamo dire che la politica della giustizia e' fatta scarsamente dal ministro. E' fatta dai magistrati che massicciamente, posti fuori ruolo, svolgono la funzione impropria di fare politica".

Per Dominioni "le conseguenze si vedono da tempo e sono tutte negative, sono negative soprattutto per la stessa magistratura". Il presidente delle Camere penali aggiunge anche: "Faccio fatica a comprendere come la Magistratura accetti di essere presente nei luoghi della politica per fare politica e per operare scelte politiche al posto dei politici.

Questa e' una pericolosissima contaminazione tra giurisdizione e politica che va a discapito di tutto il sistema".

Il ministro Mastella sara' a Treviso nel primo pomeriggio per partecipare ad un dibattito nell'ambito del congresso.

Dominioni assicura che gli avvocati ascolteranno le sue discussioni e sulla base di queste ci sara' quindi uno scambio dialettico.

Quanto al congresso, Dominioni sottolinea che si evidenzia, nell'ambito del dibattito, il momento delicato che attraversa la giustizia: "La crisi della giustizia esiste da decenni - ha spiegato Dominioni - ma oggi c'e' sicuramente un'accelerazione del fenomeno". (AGI)

Veltroni fa diventare rossa Roma.

Inchiesta Why not: avocazione da parte della procura generale.


CATANZARO - La Procura generale di Catanzaro ha avocato l'inchiesta "Why Not" sul presunto uso illecito di finanziamenti pubblici, di cui era titolare il pm Luigi De Magistris.

Nell'inchiesta sono coinvolti tra gli altri il presidente del consiglio Romano Prodi e il ministro della Giustizia Clemente Mastella, che ha chiesto il trasferimento di De Magistris. Una notizia che ha preso in contropiede il magistrato che ha appreso la novità dalla stampa.

“Ancora una volta vengono rese pubbliche a mezzo stampa notizie riservate che riguardano il mio ufficio, le mie indagini, e la mia persona. Ci avviamo al crollo dello stato di diritto, registrandosi la fine dell'indipendenza e dell'autonomia dei magistrati quale potere diffuso".

L'avocazione è stata disposta dal procuratore generale facente funzioni, Dolcino Favi, e sarebbe stata motivata da una presunta incompatibilità di De Magistris legata alla richiesta di trasferimento cautelare d'ufficio che è stata fatta nei suoi confronti da Mastella.

Nel caso specifico sarebbe stata ravvisata una incompatibilità nel procedimento da parte di De Magistris proprio per il coinvolgimento del Guardasigilli. La situazione determinatasi dopo la richiesta di trasferimento, secondo quanto si è appreso, avrebbe dovuto imporre l'astensione da parte del pm. Siccome l'astensione non c'è stata e il capo dell'ufficio non ha provveduto alla sostituzione del magistrato titolare dell'inchiesta, il procuratore generale ha provveduto all'avocazione applicando l'articolo 372 lettera A del codice di procedura penale. La norma prevede l'obbligo per il procuratore generale di disporre l'avocazione nel momento in cui ravvisi una situazione di incompatibilità.

Il procuratore generale ha deciso di valutare la situazione dopo che si è appreso che il ministro della Giustizia è stato iscritto nel registro degli indagati.

Nell'inchiesta, oltre a Mastella e Prodi, sono indagati tra gli altri esponenti politici del centrodestra e del centrosinistra e imprenditori.

Tratto da “La Repubblica”.

Oggetti smarriti.


“Signore! Scusi, è suo questo borsello che è qui in terra? E’ caduto a lei? – Oh, sì, grazie, veramente gentile! E dire che non me ne ero accorto! Deve essere accaduto mentre mi sono fermato a guardare questa vetrina. Per fortuna lei ci ha fatto caso…sa, io sono un po’ distratto. Sono una persona molto importante, ho molti pensieri per la testa…”.

Immaginiamo questo discorso. Al posto di “borsello” mettiamo “alcune carceri di nuova fabbricazione, mai usate e già mezze distrutte”. Al posto di “Signore” mettiamo: Signor Ministro Mastella.

Questo è, in sostanza, il succo di un fatto incredibile. Incredibile che in questo Paese, in cui ladri, spacciatori ed omicidi si rilasciano in libertà perché le carceri scoppiano, ci siano carceri nuove di zecca mai utilizzate, occupate dai nomadi e dai barboni.

Con le suppellettili già fornite distrutte o depredate. Ma ancora più incredibile è che, appresa dal “Giornale” la notizia, Mastella “indaghi”. Indaghi se veramente ci sono queste carceri, dove siano, come mai siano andate smarrite.

In qualunque Paese del mondo un Ministro della Giustizia che si fosse reso ridicolo a tal punto sarebbe stato costretto a dare le dimissioni entro mezza giornata.

Mastella, invece resta al suo posto. E, naturalmente indaga. Alla fine, magari, ci scapperà pure un processo: per violazione del segreto d’ufficio, a carico dei giornalisti impertinenti, naturalmente.

L’esistenza di carceri finite di costruire ed abbandonate ai topi, ai vandali ed agli occupanti abusivi deve, infatti essere un segreto di Stato. Così segreto che neanche il Ministro lo conosce. E deve, quindi “indagare”.

Attenzione signori! Se per caso trovate un carcere smarrito fate finta di niente, non si sa mai cosa potrebbe capitarvi!

Scritto da Mauro Mellini e Alessio Di Carlo

da: www.giustiziagiusta.info

La sentenza sul “caso Eluana” stravolge il diritto.


La sentenza della Corte di Cassazione sulla vicenda della ragazza di Lecco che vive in stato vegetativo da oltre 15 anni ha riaperto in Italia il dibattito sull’eutanasia.

C’è chi ha, infatti, interpretato questa sentenza come l’introduzione di un “diritto a morire”.

Per gettare luce sulla vicenda è stato intervistato il prof. Alberto Gambino, Ordinario di Diritto civile all’Università di Napoli “Parthenope” e docente di Diritto privato all’Università Europea di Roma, il quale, durante il Congresso internazionale per i 50 anni del Trattato europeo, svoltosi lo scorso giugno a Roma, ha presentato una relazione dal titolo “Il paradosso giuridico del testamento biologico”.

Cosa dice esattamente la sentenza della Cassazione?

Prof. Alberto Gambino: La sentenza afferma che si può autorizzare la cessazione delle terapie di un paziente in stato vegetativo “irreversibile”, ove si ritenga, in base ad alcuni elementi di prova, che questa sia la sua volontà.

In base a quali principi dell’ordinamento italiano ciò sarebbe possibile?

Prof. Alberto Gambino: Si richiama il principio costituzionale della libertà di rifiutare le terapie medico-chirurgiche, che, tuttavia, nel caso di specie, è stata retrodatata a “precedenti dichiarazioni”; è stata desunta dallo “stile di vita”, da presunti “convincimenti”.

Si dà dunque rilievo alle “dichiarazioni anticipate di trattamento”, meglio note come testamento biologico?

Prof. Alberto Gambino: Sì, la sentenza vorrebbe indicare come vada bilanciato il valore del diritto alla vita con una presunta volontà contraria del paziente, accompagnata da una condizione di “irreversibilità vegetativa”.

Concorda con questa impostazione?

Prof. Alberto Gambino: No, è erronea in punto di fatto e in punto di diritto. E’ priva, inoltre, di logica giuridica.

In che senso?

Prof. Alberto Gambino: E’ erronea in punto di fatto per due motivi. Primo perché è pacifica tra gli anestesisti l’impossibilità di accertare quando uno stato vegetativo è irreversibile. Dunque il presupposto su cui si muove la sentenza viene meno: non è affatto provato che il paziente non possa tornare in uno stato di coscienza ed esprimere la sua volontà.

Il secondo motivo è che il rifiuto di alimentazione ed idratazione non è rifiuto di terapie. Dare da bere e da mangiare ad un paziente, per quanto artificialmente, non è una cura ad una patologia, ma l’assolvimento di un bisogno essenziale dell’individuo. Se si pensa di troncare un’esistenza non soddisfacendo le esigenze primarie di una persona, credo che si sia davanti ad un caso di vera e propria eutanasia.

Cosa c'è che non la convince da un punto di vista giuridico?

Prof. Alberto Gambino: Laddove fossero superabili le obiezioni che ho appena sollevato – ma davvero non vedo come – resta difficile spiegare come sia possibile richiamarsi alla libertà del rifiuto della cura dinanzi ad una volontà inespressa. Risalire a “comportamenti”, “stili di vita”, “dichiarazioni pregresse” per stabilire ciò che si deve decidere ora e in questa situazione, significa davvero non tenere conto della reale volontà del paziente, che, per essere libera, deve essere attuale, circostanziata e contestualizzata. E’ pericolosissimo retrodatarla perché si finisce per farsi interpreti, arbitrari, di una presunta volontà altrui, secondo i propri desideri, per quanto essi siano motivati e sofferti.

Lei, in un recente congresso all'Università “La Sapienza” di Roma ha parlato di “paradosso” del testamento biologico...

Prof. Alberto Gambino: Sì, lo confermo. Nella dinamica del cosiddetto testamento biologico si annida un vero e proprio paradosso giuridico che usa la logica alla rovescia: si vuole tutelare la libertà dell’individuo di rifiutare le cure e poi quella libertà viene esercitata da vari soggetti tranne che dal suo effettivo titolare.

Ho l’impressione che siamo davanti ad un’analisi fondata più sullo schema costi/benefici che non sulla reale salvaguardia della libertà di cura del paziente. Il malato in stato vegetativo così finisce per essere considerato un “peso” sociale, che, per quanto umanamente pesante, non potrà mai ridurre il valore della persona-soggetto di diritto ad un bene disponibile come se fosse una cosa.

mercoledì, ottobre 17, 2007

Definizioni del processo.

Il processo è un'inchiesta formale, intesa a provare e mettere agli atti la specchiata onestà di giudici, avvocati, giurati.

Per raggiungere questo obiettivo, è necessario un elemento di contrasto, variamente denominato: convenuto, accusato, carcerato.

Se tale elemento risulta abbastanza evidente, colui che lo impersona è costretto a subire un castigo atto a dare ai virtuosi signori di cui sopra la confortevole sensazione della loro immunità, che si somma a quella del loro valore.

Ai giorni nostri, l'imputato è in genere un essere umano, o un socialista, ma nel Medioevo finivano sotto processo anche animali (pesci, rettili, insetti eccetera).

Una bestia che avesse ucciso un uomo o praticato la stregoneria, veniva puntualmente arrestata, processata e, se riconosciuta colpevole, messa a morte dal boia di stato. Insetti che danneggiassero campi di grano, orti e vigneti erano citati a comparire davanti al tribunale civile provvisti di un patrocinatore.

Se dopo audizione delle testimonianze e delle arringhe erano condannati, e in spregio della sentenza recidivavano, il caso era deferito a un' alta corte ecclesiastica, che fulminava contro di loro una solenne scomunica e li anatemizzava.

A Toledo contro alcuni porcelli, che per strada si erano malignamente infilati tra le gambe del vicerè, facendolo cadere, fu spiccato mandato d'arresto: sottoposti a giudizio furono puniti.

A Napoli, un asino fu condannato al rogo, ma pare che la sentenza non sia stata eseguita.

D'Addosio ha tratto dagli archivi del tribunale e ci ha tramandato molti processi - che devono certamente avere avuto un benefico effetto sulla loro moralità e sul loro comportamento - a maiali, tori, cavalli, galli, cani, capre eccetera.

Nel 1451 una denuncia fu sporta contro le sanguisughe che infestavano alcuni stagni nei paraggi di Berna, e il vescovo di Losanna, su parere dell'Università di Heidelberg, dispose che una rappresentanza di questi vermi acquatici fosse portata davanti ai magistrati.

Così fu fatto e alle sanguisughe, presenti in aula o contumaci, fu intimato di abbandonare entro tre giorni i luoghi che avevano infestato, sotto minaccia di incorrere, se non avessero obbedito, nella maledizione divina.

Dai voluminosi incartamenti di questa celebre causa non si riesce a sapere se le colpevoli abbiano sfidato la sentenza o se si siano immediatamente allontanate da quella zona poco ospitale.

Tratto da “IL DIZIONARIO DEL DIAVOLO” di Ambrose Bierce (1841-1914)

Proposta dei radicali: meno magistrati al ministero della Giustizia.


Ieri, a Montecitorio, i Radicali hanno presentato una proposta di legge - sul trasferimento dei magistrati – che titola: «Collocamento fuori ruolo dei magistrati destinati ad esercitare funzioni amministrative nel ministero della Giustizia».

I promotori della proposta di legge hanno già annunciato che presto partirà la raccolta delle sottoscrizioni tra deputati e senatori.

La proposta è divisa in sei articoli e punta ad evitare un intreccio eccessivo tra competenze e ruoli, tra politica e magistratura, all’interno del ministero della Giustizia in ossequio al principio della separazione delle carriere e a quello della trasparenza nella Pubblica Amministrazione.

La riforma legislativa sul trasferimento dei magistrati fuori ruolo, consentirebbe alle toghe ordinarie e a quelle amministrative di poter ricoprire solo incarichi dirigenziali e amministrativi nei dipartimenti del ministero.

Mentre è totalmente esclusa per loro la possibilità diventare stretti collaboratori del ministro di turno.

Inoltre è stata limitata la quota totale dei magistrati ordinari che possono ricoprire tali incarichi, ripartiti tra le 18 direzioni generali in cui si dividono i 4 dipartimenti della Giustizia: Affari di giustizia, Organizzazione giudiziaria del personale e dei servizi, Amministrazione penitenziaria e Giustizia minorile.

Escluse totalmente ai magistrati la direzione generale del Contenzioso e dei Diritti umani, perché competente nel contenzioso in materia di responsabilità civile del personale e dei servizi, e la direzione generale dei Magistrati, perché il dipartimento dell’Organizzazione giudiziaria del personale e dei servizi ha competenze nel campo dell’azione disciplinare.

Inoltre la proposta di legge presentata oggi a Montecitorio prevede la pubblicità degli incarichi: sia attraverso la pubblicazione dell’elenco dei magistrati fuori ruolo sul sito internet del ministero della Giustizia sia inviando un’apposita relazione scritta alle commissioni Giustizia di Camera e Senato.

martedì, ottobre 16, 2007

Riscuote consensi la proposta dell’Oua di una costituente della Giustizia


Si è conclusa sabato, a Roma, la II Conferenza Nazionale sulla Giustizia (11-13 ottobre) promossa dall’Organismo unitario dell’Avvocatura (Oua).

Si apre un cantiere di idee, aperto a tutti, in vista dell’appuntamento dell’anno prossimo a Bologna con il Congresso Nazionale Forense.

L’avvocatura italiana lancia un messaggio: non abbiamo bisogno di qualunquismo, di demagogia o di manifestazioni di antipolitica, serve, più che mai, buona politica per la Giustizia, quella buona politica di cui oggi tutti i cittadini avvertono un impellente bisogno.

“Dopo aver fatto la ricognizione dei malanni, dei sintomi e dei danni temporanei e permanenti procurati alla società dalla crisi della giustizia – ha spiegato Michelina Grillo, presidente Oua - abbiamo delineato alcune ipotesi di lavoro per un sistema-giustizia che sia in grado di rispondere alle aspirazioni vere dei cittadini, assicurando la difesa dei diritti e costituendo un’arma protettiva che assicuri la legittima coltivazione degli interessi personali ed economici».

Fabio Roia, magistrato e componente CSM, ha dato la sua disponibilità a continuare un serio confronto con l’avvocatura : «I problemi sul tavolo sono chiari – ha affermato - le condizioni in cui versa la giustizia sono un indicatore importante dello stato della democrazia in un Paese, come la sanità, per intenderci. Vedo con interesse la proposta lanciata dal presidente dell’Oua, Michelina Grillo, di una Costituente per la giustizia».

«È importante – ha sottolineato la presidente delll’Oua- è quello di capire quale sia il punto di partenza e quello di arrivo per i protagonisti che operano sulla scena della giustizia e su quale profilo delle figure professionali si possa puntare per il riscatto della giustizia».

Sul piano dei contenuti è importante il contributo di Maurizio Cecconi, segretario OUA, che nel corso dei lavori ha delineato alcuni spunti: « L’avvocato del domani deve essere un avvocato che cura sia la formazione che l’aggiornamento lungo tutto il corso della sua attività. La sua formazione può rivolgersi con libertà alle materie prescelte in funzione del proprio settore di attività, ma deve essere coerente con la propria eventuale qualifica di specializzazione e regolamentata da disposizioni precise dell’ordinamento professionale. L’attribuzione del relativo riconoscimento deve conseguire ad un percorso sia formativo, che di esercizio effettivo della professione nella materia di specializzazione, articolato in modo da consentire la verifica della piena conoscenza teorica e pratica della materia. L’avvocatura ha spontaneamente accettato l’introduzione di società professionali ad autonomia patrimoniale perfetta, purché il capitale di tali corpi non possa finire nelle mani di soggetti che con i loro interessi compromettano l’indipendenza dell’avvocato socio. Dal pari, gli avvocati sono pronti a rimuovere le asimmetrie informative e quindi il gap di conoscenza che può separarli dai cittadini clienti, evitando però il pericolo di tecniche di mercificazione della prestazione professionale che possano oscurare la qualità effettiva della prestazione. Riteniamo, inoltre, che si deve evitare il rischio che l’introduzione del patto di quota lite possa costringere i piccoli studi, a fronte dello strapotere contrattuale di grossi clienti, a soggiacere a condizioni di compenso da vero e proprio dumping in un mercato che è cronicamente funestato dalla sempre crescente ipertrofia del numero degli iscritti all’ordine».

Importante è stata anche la partecipazione e l’intervento del ministro della Giustizia Clemente Mastella, che abbiamo accolto venerdì. È un segnale incoraggiante per la ripresa di un dialogo costruttivo fino ad ora frammentario tra la politica e gli avvocati.

«Nel corso dei tre giorni della II Conferenza - ha continuato – ci siamo posti in modo problematico di fronte alla crescente domanda di giustizia. Abbiamo lanciato alcune ipotesi di lavoro da sviluppare nei prossimi mesi per affrontare con diversi e più numerosi strumenti la risoluzione delle controversie giudiziarie. La nostra scommessa è quella di ripensare, ma soprattutto attuare la giustizia come servizio al cittadino. Contemporaneamente è necessario che si approfondisca il progressivo e consolidato ricorso alla magistratura onoraria e si blocchi la proliferazione dei riti processuali . Abbiamo affrontato il problema delle risorse umane ed economiche di cui dispone il sistema a volte insufficienti e, spesso, semplicemente mal gestite. Servono più investimenti , ma abbiamo anche approfondito la conoscenza delle esperienze degli uffici giudiziari di Bolzano e Torino, dove una moderna capacità organizzativa ha portato ad ottenere risultati molto positivi, sia per la lotta agli sprechi nelle spese sia per la durata dei processi».

A tal proposito l’Oua ha proposto che si adottino strumenti di massima trasparenza nella gestione degli uffici giudiziari e nella rendicontazione dei fondi loro affidati , e si stabiliscano criteri oggettivi di efficienza, puntando sulla managerialità dei dirigenti e sullo sviluppo delle innovazioni tecnologiche , a partire dall’informatizzazione degli uffici e dall’implementazione del processo telematico .

Si è insistito sulla necessità che si possa finalmente ottenere un sistema affidabile di rilevazione dei dati sul sistema-giustizia .

Uno dei fili conduttori del dibattito è stata la necessità di costruire un nuovo modo di essere avvocati, mettendo mano ad una efficace riforma della professione forense « Vogliamo costruire una nuova avvocatura – ha sottolineato la Grillo – questa è una sfida di rinnovamento e modernità che lanciamo anche alla magistratura.

Con questa conferenza – ha concluso Michelina Grillo - abbiamo lanciato l’idea della Costituente per la Giustizia e già abbiamo incassato il consenso di esponenti della magistratura e della politica, come Fabio Roia del Csm e Pino Pisicchio, presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati .

Articolo tratto da: “Mondo Professionisti”.

La prossima seduta del C.O.A. di Salerno.

ORDINE del GIORNO

Tornata del 18 ottobre 2007

(ore 16,00)

I. Lettura ed approvazione verbale precedente

II. Comunicazioni del Presidente

III. Iscrizioni e cancellazioni

IV. Pareri

V. Ammissioni Gratuito Patrocinio- Rel.Cons.Avv.Visconti

VI. Pianta organica-determinazioni anche provvisorie- Rel.Cons.Avv.Paolino e Visconti

VII. Pareri Magistratura Onoraria- Rel.Cons.Avv.Corona

VIII. Incontro del 17.10.07 col Sindaco di Salerno per Cittadella Giudiziaria - Rel.Cons.Avv.D'Alessio

IX. Ratifica benestare ruolo n.004161/2007- Rel.Cons.Avv.Corona-

X. Giornale"La Giustizia"- Rel.V.Direttore Cons.Avv.Corona-

XI. Criteri per spese di rappresentanza e consuetudinarie-determinazioni-Rel.Il Presidente-

XII. Nomina componente Commissione Esame-Scuole di specializzazione per le professioni legali-Università di Salerno-

XIII. Sussidi e contributi. Rel.Cons.Avv.Corona-

XIV. Varie ed eventuali


Il Presidente

Avv.Americo Montera


Il Consigliere Segretario

Avv.Gaetano Paolino

lunedì, ottobre 15, 2007

ALLARME DEI PENALISTI: RESISTERE A DERIVA AUTORITARIA.

Roma, 15 ott. (Apcom) - "L'Unione delle Camere Penali Italiane non può consentire che, per ragioni elettorali da un lato e per introdurre surrettiziamente istanze autoritarie dall'altro, si possano sacrificare valori costituzionali come quelli della rieducazione dei condannati, del diritto di difesa, dei principi del giusto processo e pertanto esprime la propria dura protesta nei confronti di una politica che abdica al proprio ruolo di governo della realtà trascurando i valori della Costituzione repubblicana preannunziando provvedimenti liberticidi".

E' l'allarme lanciato dai penalisti italiani nella delibera diffusa oggi, in cui si richiamano tutte le Camere penali alla partecipazione all'imminente congresso straordinario di Treviso (che si terrà dal 19 al 21 ottobre) e alla vigilanza su alcune questioni, prima fra tutte quella legata all'emergenza sicurezza e alle misure annunciate dal Governo.

"Una classe politica confusa - si legge nel documento della giunta dell'Ucpi - ha irresponsabilmente agitato un tema serio e certamente non secondario sotto la bandiera della necessità di adottare gli ennesimi, quanto inutili e pericolosi, provvedimenti emergenziali. Ancora una volta risuonano gli slogan della riduzione delle garanzie processuali, del doppio binario processuale, delle limitazioni al diritto di difesa nei processi di criminalità, della modifica o abolizione della 'legge Gozzini' (dimenticandone dolosamente la comprovata funzione di efficace strumento di recupero sociale), della esclusione del patrocinio dei non abbienti per taluni reati ed imputati".

Un atto d'accusa che non risparmia l'atteggiamento complice delle toghe: "Alcuni magistrati, se non una parte della magistratura, tornano a prospettare -come nel 1992/93- una concezione etica della giustizia cavalcando le proteste della piazza, non disdegnando di predicare dai 'salotti' televisivi e proponendo, come in anni passati, la figura del magistrato vendicatore, vittima del 'potere' e pronto a riscattare i mali della società. La miscela di questi fenomeni e dei proponimenti governativi - avvertono i penalisti - rischia di divenire esplosiva, determinando una deriva autoritaria degli assetti istituzionali e delle leggi con il risultato di far prevalere la concezione dello stato etico su quella dello stato di diritto, con quel che ne consegue in termini di aggressione ad elementari principi di civiltà giuridica".

"In questa situazione - conclude la giunta dell'Ucpi - il ruolo dell'Unione delle Camere Penali Italiane non può che essere quello, storico, di resistenza nei confronti di tale degrado politico-istituzionale in difesa dello stato di diritto, dei valori costituzionali, delle garanzie del processo, facendo appello alla classe politica, alla magistratura, ai cittadini perché si colga il potenziale devastante della presente situazione".

domenica, ottobre 14, 2007

Giustizia è sfatta.

Dodici anni dopo il licenziamento, il Tar di Sardegna sancisce solennemente che il licenziato non merita un simile trattamento.

Con decisione perentoria e insindacabile, il tribunale ordina che il suddetto sia immediatamente reintegrato nel suo posto di lavoro.

Il problema è comunicargli la lieta notizia: da undici anni riposa in pace, sotto la pietra tombale di una pietà negata.

All'epoca, nel 1995, questa storia viene catalogata sotto la voce assenteismo. Il titolare della pessima fama è Gianpietro Caredda, un docente di educazione artistica nella scuola media «Dante Alighieri» di Selargius, a pochi passi da Cagliari.

Effettivamente, il professore manca parecchio dalle aule: purtroppo per lui, è vittima di depressione. Molti sanno bene che cosa significhi svegliarsi la mattina con la prospettiva di andare al lavoro, magari in mezzo a classi di ragazzini scatenati, quando un tarlo devastante toglie persino la forza di uscire dal letto. E chi non lo sa deve solo augurarsi di non saperlo mai.

Il professore è in gravissima crisi per un problema molto serio: quattro anni prima, sua moglie è morta giovanissima, lasciandolo solo con due figlie ancora ragazzine, Marzia e Manuela, di dieci e di quindici anni. Una vita difficile. Di sacrificio, di solitudine, di dolore irrisolto.

Nella nazione degli assenteisti professionali che nessuno impallina mai, soprattutto quando si assentano per viaggi ai Caraibi e settimane bianche, il professor Caredda ha motivi quanto meno plausibili per assentarsi.

Semplicemente, è malato. Finisce pure in ospedale. Come previsto dalla legge, chiede un periodo d’aspettativa. Poi un altro. E si arriva in questo modo al giugno ’95, fine dell'anno scolastico.

Il preside, che ovviamente deve badare anche alla regolarità delle lezioni e garantire agli studenti una continuità di insegnamento, decide di risolvere definitivamente il problema. Chiede al Provveditorato di licenziare il professore. Una determinazione che ha del paranormale, in questa nostra comunità che tollera e comprende tutto, soprattutto le manfrine e le recite dei furbastri di talento.

Caredda no, non merita più d'essere sopportato: la scuola italiana, che non licenzia mai nessuno, tanto meno gli sfaticati e gli idioti, se ne libera per decisione ferma dello stesso Provveditore. Via, con la simpatica patente dell'assenteista.

«Decadenza per ingiustificata assenza»: a partire dal 2 giugno 1995, festa della Repubblica. Proprio una bella festa, proprio una bella Repubblica. Pochi mesi dopo, la vita del professor Caredda si presenta come un affresco dai toni idilliaci: vedovo, due orfane da allevare, malato di depressione, senza lavoro. Poco tempo dopo, nel '96, si ammazza. Arduo provare che si tratti solo di una disgraziata coincidenza.

Al povero professore di disegno sopravvive il dolore delle due figlie e un ricorso tentato contro il licenziamento. La figlia più grande, che nel frattempo si è fatta maggiorenne, decide di continuare la battaglia, perché al papà siano restituiti almeno la dignità e l'onore, brutalmente sfregiati con l'odioso epitaffio firmato dalla burocrazia: «Fu assenteista».

Una battaglia dai tempi biblici. Ma forse è meglio smetterla di tirare in ballo la Bibbia: è semplicemente una maledetta e avvilente battaglia dai tempi italiani.

Dodici anni dopo il licenziamento, undici anni dopo il suicidio, il professor Caredda accoglie la riabilitazione postuma. Per come sta messo ora, per dove sta messo ora, non sarà una notizia tale da sconvolgergli la vita. Le parole che si leggono sulla sentenza, annunciata dal quotidiano Sardegna tra lo stupore generale, sono pietre: con quel buonsenso troppo a lungo sparito da questa storia, semplicemente la giustizia sostiene le ragioni del professore, sottolineando come sarebbe bastato metterlo in aspettativa. Cioè aspettarlo.

Che poi il Tar stabilisca il reintegro del docente nel suo posto di lavoro, è solo un elemento di amarissima riflessione generale.

In primo luogo sulla paurosa schizofrenia del nostro apparato scolastico, e pubblico in generale, tanto umano e comprensivo nei confronti dei parassiti veri, tanto zelante e spietato nei confronti di uno sventurato. In secondo luogo la riflessione amara è ancora e sempre sui tempi della nostra giustizia, ma da questo punto di vista poco resta da dire, perché tutto abbiamo già detto.

Se non altro, un applauso al talento e alla creatività, che spostano ogni volta più in là i limiti ritenuti insuperabili: dodici anni per reintegrare un professore licenziato è qualcosa di sovrumano.

Un po', anche disumano.

Cristiano Gatti

(tratto dal quotidiano “Il Giornale”)

sabato, ottobre 13, 2007

Parole di libertà.


Non si può arrivare alla prosperita’

scoraggiando l’impresa.

Non si può rafforzare il debole

indebolendo il più forte.

Non si può aiutare chi è piccolo

abbattendo chi è grande.

Non si può aiutare il povero

distruggendo il ricco.

Non si possono aumentare le paghe

rovinando i datori di lavoro.

Non si può progredire serenamente

spendendo più del guadagno.

Non si può promuovere la fratellanza umana

predicando l’odio di classe.

Non si può instaurare la sicurezza sociale

adoperando denaro imprestato.

Non si può formare carattere e coraggio

togliendo iniziativa e sicurezza.

Non si può aiutare continuamente

la gente facendo in sua vece quello che potrebbe e dovrebbe fare da sola.

(Abramo Lincoln)

Mastella : finalmente un “Grillo” simpatico!


(ANSA) - ''La giustizia sta cambiando anche al di la' della nostra diretta consapevolezza, per questo il modello dell'Avvocatura del terzo millennio deve essere ridefinito''.

Il ministro della Giustizia Mastella, nel suo discorso alla seconda Conferenza Nazionale della Giustizia, fa appello all'esigenza di riformare il sistema superando il malfunzionamento della giustizia.

Quattro, secondo il ministro, i punti fondamentali che dovranno essere affrontati: semplificazione amministrativa e razionalizzazione delle regole processuali; innovazione tecnologica; acquisizione del sapere; rinnovamento dell'Ordine degli avvocati e delle forme di rappresentanza della categoria.

''Il Governo deve farsi promotore di tutte le misure idonee a favorire queste innovazioni - ha detto -. Non solo apprestando gli strumenti normativi e la dotazione finanziaria necessari per introdurre le nuove tecnologie nei tribunali, ma anche adottando ogni misura, anche di natura fiscale per promuovere l'innovazione negli studi professionali''.

Il Guardasigilli anche sottolineato la necessita' di riformare soprattutto le modalita' di selezione per i giovani avvocati, rendendo piu' rigidi e qualitativamente più alti gli standard anche per i tirocini.

Aprendo il suo intervento, Mastella ha ringraziato la presidente dell'OUA, Michelina Grillo, ironizzando sul suo cognome: ''Ringrazio per il linguaggio di verita' utilizzato ieri dalla presidente. In un periodo cosi' complesso per me, durante il quale non sono mancate amarezze, si vede che nonostante il cognome, non e' detto che un 'grillo' provi nei miei confronti antipatia''.

''Abbiamo seguito con attenzione le parole del Ministro - ha detto Michelina Grillo - e siamo rimasti soddisfatti della sua disponibilita' a lavorare insieme per una vera riforma dell'avvocatura italiana, improntata al rinnovamento tecnologico, all'aggiornamento professionale e all' adeguato posizionamento della professionalita' dell' avvocato nell'ambito del sistema giuridico del nostro Paese nonchè‚ in quello europeo''.

La presidente dell' Oua ha detto che ora gli avvocati attendono ''con speranza che le parole e le promesse del ministro si tramutino presto in fatti per tutte le questioni che abbiamo posto con forza nel corso dei nostri lavori. Innanzitutto sul problema delle risorse, poi sulla necessita' che ci siano dati attendibili sulla macchina giudiziaria e per finire sul tema centrale delle denunce dell’avvocatura da anni: la salvaguardia dei diritti dei cittadini''.

A Napoli la "giustizia che sorride".

La giustizia sorride, finalmente, e lo fa con un concerto di avvocati e magistrati.


Tanta musica ieri sera a CastelCapuano, che per una notte all’anno diventa palcoscenico all’aperto.

“La giustizia che sorride” arriva alla sua undicesima edizione e come sempre coinvolge tutto il mondo togato. Il titolo del concerto “Quo Vadis” ovvero dove vai, è stato scelto non casualmente ma volendo ricordare il difficile momento per chi lavora nel mondo della giustizia napoletana con il trasferimento della sezione civile del Tribunale di Napoli da Castelcapuano al Centro Direzionale.

Ad aprire la serata, presentata dalla giornalista Bruna Varriale, è la Tribunal mist Jazz Band, composta da venti professionisti guidati da Pasquale Panella. Subito dopo è stata la volta di Marco Zurzolo.

Ha chiuso la serata di musica Sal Da Vinci, che si è esibito cantando alcuni brani tratti dal musical scugnizzi.

Ma quanto incassa il sistema giustizia?

“Vogliamo conoscere quanto incassa la giustizia”. E’ questa la sfida lanciata dal presidente dell’Oua Michelina Grillo all’apertura della V conferenza nazionale dell’avvocatura, in corso a Roma.

La numero uno dell'Organismo Unitario dell'Avvocatura Italiana ritiene che sia giunto il momento di fare chiarezza sulle cifre relative agli introiti del sistema giustizia.

“Si conosce il buco della sanità,si conoscono gli introiti del fisco, ma nessuno – aggiunge la Grillo – rileva quanto la giustizia incassi. Noi chiediamo da sempre di sapere quanto incassa la giustizia, quanto viene effettivamente introitato complessivamente, ma questo dato è un dato che non viene reso pubblico”.

La trasparenza dei “conti pubblici della giustizia” è per il presidente dell’Oua una necessità dettata dall’esigenza di rendere più efficiente il sistema, ed evitare sprechi che danneggino l’apparato della giustizia italiana.

“Vogliamo sapere quanto incassa la giustizia, perché non è possibile che tutti gli aumenti alla spesa della giustizia vengano assorbiti dall’aumento degli stipendi dei magistrati, il cui numero rimane invariato a fronte di un sistema inefficiente”.

Per la Grillo essere a conoscenza delle cifre che ruotano attorno al sistema giustizia è indispensabile soprattutto per capire quale sia la realtà del sistema in questione, vale a dire per poter capire “se il servizio giustizia riesce ad autofinanziarsi o se come la sanità è invece un buco nero”.

Infine, il presidente dell’Oua sottolinea come conoscere gli incassi della giustizia sia un dovere da compiere nei confronti degli assistiti: “c’e’ questa nomea per cui l’avvocato guadagna parecchio. Ma va detto che le spese per il procedimento sono vive ed elevate. Solo per fare un esempio, tra contributo unificato, costi di registrazione e i diritti di cancelleria per le copie autentiche, mediamente si arriva a spendere 600 euro per un recupero di credito di 2.000-2.500 euro. Per questo – conclude la Grillo - io credo che lo Stato incassi molto dalla giustizia, ma ad oggi solo la procura di Bolzano rende accessibili i dati al cittadino”.

venerdì, ottobre 12, 2007

MASTELLA: MI CHIEDA SCUSA CHI DICE CHE VOGLIO AMMAZZARE I MAGISTRATI.

Roma, 12 ott. (Adnkronos) - "Dicono che voglio ammazzare i magistrati e mandare via chi lavora. Ora chi ha fatto trasmissioni su questo tema mi chieda scusa e si dica finalmente la verita'".

Lo ha dichiarato intervenendo alla seconda conferenza nazionale sulla giustizia organizzata dall'Organismo unitario dell'Avvocatura, il ministro della Giustizia Clemente Mastella e facendo riferimento al caso del momento che vede coinvolto il pm di Catanzaro Luigi De Magistris.

Il messaggio del Presidente Napolitano alla V Conferenza Nazionale dell’Avvocatura.


Roma, 11 ott. - “La Conferenza Nazionale dell’Avvocatura costituisce una significativa occasione per riflessioni e approfondimenti sull’attuale ’sistema giustizia’ e sulle prospettive aperte dai progetti di riforma all’esame del Parlamento”.
E’ quanto scrive il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato in occasione della V Conferenza Nazionale dell’Avvocatura, al Presidente dell’Organismo Unitario, Michelina Grillo.
“Occorre garantire - prosegue Napolitano - la piena funzionalita’ ed efficienza dell’intero sistema, nel rispetto dei principi costituzionali del giusto processo, della sua ragionevole durata e della indipendenza della Magistratura”.
Per il Presidente della Repubblica perche’ cio’ avvenga “e’ indispensabile un confronto aperto e costruttivo tra tutti gli operatori del settore, in cui ciascuna componente si impegni a dare una risposta complessiva e coerente all’insieme dei problemi aperti”. (AGI)

Conferenza Nazionale Giustizia su Radio radicale.

(In)Giustizia tutta italiana!

Una media di 320 giorni per i procedimenti davanti ai giudici di pace, 887 giorni per il 1° grado, 1020 giorni per l'appello e circa 1102 per la Cassazione. Sono questi i tempi-lumaca della giustizia italiana nel civile. E nel penale le cifre praticamente raddoppiano.

È un vero e proprio dramma quello della nostra giustizia.

Tanto per dirne una, un pm italiano costa allo Stato esattamente il doppio di un collega spagnolo o francese.

Come se non bastasse, la carriera dei giudici da noi si basa su criteri alla giapponese, ossia solo su scatti di anzianità, mentre il termine "merito" sembra essere stato bandito dalle aule dei tribunali di tutta Italia.

In molti attendono, poi, l'entrata a regime dei processi telematici, ma in realtà la chimera della "giustizia telematica" finora ha partorito solo un topolino.

Insomma, la Giustizia italiana sembra sempre piú un carrozzone arrugginito, una sorta di buco nero costantemente in perdita.

Oltre al pacchetto sicurezza, il governo dovrebbe cominciare seriamente a pensare ad un pacchetto "giustizia", una volta per tutte.

Si è aperta ieri a Roma la Conferenza Nazionale dell'Avvocatura

Si è aperta ieri pomeriggio a Roma, all’auditorium dell’Istituto Massimo, la Conferenza Nazionale sulla Giustizia, promossa dall’Organismo unitario dell’Avvocatura italiana.

Ad aprire i lavori le relazioni del presidente dell’OUA, Michelina Grillo e del vice presidente, Antonio Giorgino.

Michelina Grillo ha tracciato un panorama drammatico del sistema-giustizia in Italia:

Lentezza dei processi, inefficacia dell’esecuzione, ineffettività della pena. In breve una situazione di illegalità diffusa, di mancanza di tutele, di incertezza dei rapporti, che non nuoce solamente al livello di democrazia e di civiltà della nostra società.

Chiunque si sia occupato di giustizia sa che il problema, purtroppo, è ben più antico: tutti i governi che si sono succeduti in questi anni non hanno considerato prioritario intervenire in modo consistente ed organico per sanare, correggere, riformare e investire in un settore di così grande rilevanza strategica.

Vogliamo comprendere chi ha ucciso la giustizia, e certamente - ha continuato la Grillo - ciò emergerà dall’analisi dei dati che abbiamo reso pubblico stamattina e che giustamente sono stati definiti imbarazzanti e vergognosi.

Ma vogliamo ancor di più avviare un’opera di bonifica dell’ambiente Giustizia, rivitalizzando la cultura della legalità, del diritto e dei diritti.

Se questa è la situazione della giustizia in Italia, l’Oua ha da sempre proposto soluzioni concrete per lo snellimento e il miglior funzionamento del sistema giudiziario.

Vorremmo parlare delle risorse materiali e umane di cui dispone il sistema, entrambe perennemente insufficienti per fronteggiare una domanda in costante crescita.

Vogliamo affrontare la piaga delle sacche di privilegio, ed è giusto ricordare che i maggiori stanziamenti degli ultimi anni in favore del settore sono stati pressoché interamente assorbiti dagli oneri relativi agli stipendi dei magistrati.

Chiediamo che finalmente ci sia un sistema di rilevazione dei dati che consenta non soltanto di valutare l’esistente, ma anche di preventivare il reale impatto delle future riforme.

Che si proceda nell’informatizzazione degli uffici, che potrebbe consentire non solo l’acquisizione di dati in tempo reale, possibilmente omogenei e qualitativamente significativi, ma anche l’avvio di una ben più consistente e diffusa sperimentazione del processo telematico, che potrà imprimere una effettiva svolta positiva al sistema.

Auspichiamo che si affronti il tema del progressivo e consolidato ricorso alla magistratura onoraria e si blocchi la proliferazione dei riti processuali.

E’ urgente che si parli senza tabù, della rivisitazione degli assetti della geografia giudiziaria. Le circoscrizioni devono tener conto, anche alla luce delle tante esperienze estere positive, della necessità di assicurare una giustizia di prossimità, un presidio di legalità sul territorio. Valutando con attenzione la struttura socio-ambientale delle singole zone.

E’ indispensabile - continua il presidente Grillo - che si intervenga sulla formazione dei soggetti della giurisdizione, e più in generale di tutte le figure che gravitano nel mondo della Giustizia.

Da troppo tempo la preparazione di chi opera nella giustizia è un fattore dimenticato, tanto da lasciare che la formazione, pur essendo di rilevante interesse pubblico, sia scaricata tutta sugli organi istituzionali o sui singoli.

Parliamo della concreta realizzazione del giusto processo, anche qui senza tabù, e quindi anche della terzietà del giudice e dei sistemi con i quali garantirla.

Prima di essere sommersi ancora una volta da sterili polemiche sul prossimo indulto, si dia la giusta attenzione all’allarmante situazione del sistema carcerario, affrontando anche il tema dell’effettività della pena, della sua natura rieducativa, della sicurezza e dei timori che - in una società avviata verso la multietnicità - ciclicamente inducono a chiedere legislazioni emergenziali.

Non è qualunquismo o antipolitica, né demagogia o populismo” ha concluso il presidente dell’Oua - ciò che vorremmo emergesse in queste tre giornate di dibattito, ma voglia di buona politica per la Giustizia, quella buona politica di cui oggi tutti i cittadini avvertono un impellente bisogno”.

martedì, ottobre 09, 2007

Il "dopoprodi" di T.P.S.-

Il Guardasigilli adotta il Vaff.....!

Mastella contestato: minaccia la crisi di governo.

Mastella è stato bersaglio di una contestazione nel corso della parata del 'Columbus Day' a New York.

Al piccolo gruppetto di italiani, una decina in tutto, che lo ha accolto con cartelli di protesta lui ha risposto: "Pensavo foste 50 mila, invece siete cinque stronzi...".

Ai contestatori che gli chiedevano di fare una dichiarazione, il ministro ha anche detto: "Vi rispondo con quello che dice Beppe Grillo".

lunedì, ottobre 08, 2007

Situazione II Sezione Civile Tribunale Salerno.


Su nostra esplicita e reiterata sollecitazione, in riferimento alla paralisi della II Sezione Civile del Tribunale, il Presidente dell'Ordine Forense di Salerno ha indirizzato ai responsabili della situazione, la seguente missiva:

Salerno,otto ottobre 2007

Ch.mo
Dott.Luigi Mastrominico
Presidente del Tribunale di
Salerno
e
Dott.Gennaro Passannanti
Tribunale di Salerno


Gli armadi che custodiscono i fascicoli delle cause in carico alla seconda sezione civile sono stati modificati rispetto all'originaria suddivisione.

Infatti i fascicoli non sono più distribuiti per giorno di udienza ma per mese.

Certamente ciò non è giustificabile con la mancanza di arredi.

Tale errata e confusa sistemazione comporta che per consultare il fascicolo che interessa si è costretti ad una indagine lunga ed inutile,con il solo risultato di creare confusione ed "ingorghi".

Sollecito,pertanto, il Vs.intervento affinchè la sistenazione logistica sia riportata nella situazione "de quo ante".

La collaborazione degli Avvocati è stata sempre incondizionata e fattiva.

Ricordo che è il titolare dell'Ufficio che deve consegnare il fascicolo all'Avvocato e, pertanto, non vorrei che il funzionario, alle legittime richieste,debba controllare più scomparti invece che, comodamente e celermente,uno solo.

Trattasi di piccoli accorgimenti che,se attuati,rendono più celere e concreto,il lavoro di tutti.

In attesa della rapida attuazione di quanto innanzi,distinti saluti.

Il Presidente
Avv.Americo Montera

domenica, ottobre 07, 2007

Mastella polemizza con.....Sant'Oro.

I LAVORI DEL C.O.A. DI SALERNO.


Tornata del 09 ottobre 2007 (ore 16.00).

Ordine del giorno
1. Celebrazione procedimenti disciplinari, differiti dalla seduta consiliare del 5.6.07 a quella del 9.10.2007.

sabato, ottobre 06, 2007

I tagliatori di teste.


I magistrati sono tornati negli studi televisivi.

Dal momento in cui due di essi, Clementina Forleo e Luigi de Magistris, calcano come primattori le scene della politica italiana, il confronto tra la crisi attuale e quella del 1992 sembra ancora più calzante.

Ancora una volta l'Italia è attraversata da un vento di scandali e indagini giudiziarie che coinvolgono quasi sempre parlamentari e ministri. In realtà esistono — fra il '92 e oggi — alcune differenze.

All'epoca di Mani pulite un'intera Procura, la Procura di Milano, sembrava credere nella prospettiva di una via giudiziaria ai mali del Paese e scriveva, con avvisi di reato e mandati di cattura, l'agenda politica della nazione.

La «gente» guardava e applaudiva, ma aspettava che il menù del giorno venisse deciso dal Palazzo di giustizia della «capitale morale».

Oggi Forleo e de Magistris, come Beppe Grillo, sono soltanto gli occasionali beniamini di una folla che esprime tumultuosamente la sua rabbia ma non ha un leader.

Non esistono tribunali perché questa enorme giuria popolare conosce già i colpevoli e vuole la loro testa. Paradossalmente non è neppure necessario sapere quale sia il contenuto delle intercettazioni depositate negli archivi di Milano e Catanzaro.

La parola «intercettazioni» è già, di per sé, una prova sufficiente. Basta pronunciarla perché le tricoteuses (le megere che facevano la maglia a Parigi, in piazza della rivoluzione, mentre il boia Samson tagliava teste a passo di carica) chiedano una metaforica decapitazione.

Di fronte a questo fenomeno la classe politica sembra incerta, disorientata o, più semplicemente, ottusa. Qualcuno apre l'ombrello, come faceva Agostino Depretis nell'Ottocento, e aspetta che passi la bufera.

Qualcuno reagisce rabbiosamente come Clemente Mastella. Altri invece pensano che occorra fare gesti concilianti e lanciano alla folla, fuggendo, qualche boccone: la riduzione del numero dei parlamentari (quando?), il dimagrimento dei consigli d'amministrazione e delle istituzioni locali, la diminuzione delle auto blu, la sostituzione dei telefoni negli uffici pubblici con le comunicazioni via computer e, naturalmente, la soppressione degli enti inutili, logoro ritornello della politica italiana.

Francesco Merlo ha descritto bene l'«affannosa rincorsa del palazzo» ( Repubblica di ieri) e ha individuato in queste concessioni dell'ultimo minuto un segno del fossato che si sta aprendo nel Paese tra una parte considerevole della società e i suoi rappresentanti.

Esiste tuttavia un altro scollamento, ancora più pericoloso.

La folla di Beppe Grillo è convinta che i mali dell'Italia dipendano dai privilegi della casta e ne chiede la soppressione. Crede che quando i politici andranno a piedi e avranno il salario di un operaio specializzato, l'Italia avrà risolto i suoi problemi.

Al governo invece esiste un gruppo di persone (fra cui certamente Romano Prodi e Tommaso Padoa- Schioppa) per cui i veri nemici dell'Italia sono il debito pubblico, il lavoro nero e l'evasione fiscale.

Non possono dare retta alle grida della folla perché i loro temibili interlocutori di ogni giorno non sono gli italiani inferociti, ma i ministri e i partiti della coalizione, sempre pronti a spendere e a spandere.

Forse l'immagine che meglio rappresenta l'Italia d'oggi è la forbice, vale a dire uno strumento che funziona bene soltanto quando le due lame sono coordinate da una stessa mano e lavorano insieme.

Ma da noi mentre una lama vuole tagliare il debito, l'altra vuole tagliare le teste. La forbice, in queste condizioni, non può fare né l'uno né l'altro.

Sergio Romano

(tratto dal quotidiano "Il Corriere della Sera")

L’ingiustizia mediatica.


I magistrati parlano con le sentenze. Per essere davvero credibili devono esprimersi attraverso il loro ruolo, e in nessun altro modo.

Lo esige l’indipendenza della magistratura che è un valore alto e importante; un valore che impone non solo l’essere ma anche l’apparire. L’indipendenza dal potere politico (sacrosanta) non può significare antagonismo con la politica.

In questo quadro, lo scenario che ha visto ieri due magistrati di questa Repubblica sostenere in un dibattito tv di essere stati intimiditi per aver scoperchiato pentole maleodoranti che non andavano aperte ha suscitato reazioni molto forti.

E non è facile prevedere quali saranno le conseguenze di questo ennesimo braccio di ferro tra giustizia e politica. C’è chi ha parlato di una nuova «bufera» tra i due poteri dello Stato.

E ciò quasi a voler minimizzare l’episodio e a inserirlo nella lunga catena di contrapposizioni che in questi anni hanno scandito le polemiche tra il mondo delle toghe e quello delle istituzioni. Stavolta, invece, è accaduto qualcosa di assai più complesso e difficile da cancellare.

A differenza del passato, quando la polemica si dipanava tra gli addetti ai lavori e all’opinione pubblica gli echi arrivavano filtrati dai mezzi di comunicazione, stavolta milioni di telespettatori hanno ascoltato in presa diretta parole che mai, forse, si sarebbero aspettati di sentir pronunciate da due rappresentanti dell’Ordine giudiziario.

Una condanna, per certi versi ancora più grave, va mossa alla «confezione» del programma tv. L’abilità del regista e del conduttore, e il sapiente calibrare dei tempi e delle pause, l’alternanza di filmati e riprese di platee affollate di cartelli e giovani vocianti, hanno reso ancora più forte il contenuto di quella che è stata una denuncia grave e fortemente emotiva.

E c’è da chiedersi che effetto essa ha avuto sull’uomo della strada, sul cittadino utente della giustizia, sulle migliaia di persone che aspettano anni prima di veder riconosciuto un loro diritto. In tanti avranno pensato che, oltre a non essere uguale per tutti, la giustizia è davvero umiliata e offesa dai poteri forti.

Ma quanti ci hanno creduto? E quanti invece si sono convinti del contrario? Più volte è stato sostenuto che i magistrati non devono essere lasciati «senza parola e senza ascolto». Un’osservazione non solo condivisibile, ma opportuna e giusta. A patto però che il magistrato non si lasci andare ad accuse tutte da dimostrare contro le istituzioni o a comizi destinati a creare nuova sfiducia nella giustizia.

E, per di più, alla vigilia di una riunione del Csm che dovrà giudicare l’operato di almeno uno di loro. Nulla impedisce a un magistrato che si sia sentito condizionato o, peggio, minacciato nel suo lavoro, di denunciare nelle sedi competenti tutto quello che egli ritiene debba essere sanzionato anche in sede penale.

Ma usare il mezzo televisivo significa voler conseguire una finalità tutta diversa, che non sempre coincide con quella di veder trionfare la verità. I due rappresentanti dell’ordine giudiziario protagonisti della pubblica denuncia televisiva sanno bene di appartenere a un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato.

E come tali essi avevano e hanno il diritto di essere tutelati in tutte e per tutte quelle che sono le loro guarentigie costituzionali. Ma per conseguire un tale risultato si debbono usare gli strumenti che la legge mette a disposizione di tutti i cittadini di questa Repubblica. Solo in un secondo momento, nel caso in cui la giustizia non faccia il suo corso, una pubblica protesta sarebbe forse accettabile.

Anche da un rappresentante dell’ordine giudiziario. È stato detto in passato che non tutti i magistrati si sono appropriati dell’ideologia del servizio che è l’antitesi di quell’abuso di libertà che Montesquieu definiva «arroganza del potere».

Di certo la professione che la magistratura esercitava tanti anni fa era intesa come una sorta di sacerdozio laico. Ora i tempi sono cambiati e quella visione è morta e seppellita.

Anche se esiste una minoranza di giudici che ancora la pensa così, che si considera al servizio della collettività e che, pur nella carenza di mezzi e di strutture della macchina giudiziaria, lotta affinché la giustizia, quella vera, amministrata nel nome del popolo italiano, trionfi sulle illegalità, sulla sopraffazione dei poteri forti.

Ma è una minoranza silenziosa alla quale non viene concesso il lusso dei microfoni e delle piazze telematiche e che parla alla gente con le sue sentenze, nel rispetto del principio costituzionale secondo il quale il giudice è soggetto solo alla legge.

Fino a qualche anno fa la terzietà, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura era considerata, fino a prova contraria, fuori discussione. Sandro Pertini disse una volta che il giudice non deve solo essere imparziale, ma apparire tale.

Quella grande, sacrosanta verità è stata vanificata dalla politicizzazione della magistratura, della sua divisione in correnti ideologiche che condiziona nomine, promozioni e carriere e spesso fa da anticamera all’ingresso nei Palazzi della politica.

Roberto Martinelli

(tratto dal quotidiano “Il Mattino”)

Ormai siamo tutti su internet!

I potenti e la satira.



I potenti, da sempre, amano solo l'applauso ed il servile omaggio dei cortigiani.

Perciò la satira, dove la democrazia e la libertà hanno vita grama, diventa addirittura uno strumento da "fuorilegge".

E' di questi giorni la notizia che il potente ministro Guardasigilli Clemente Mastella, seccato dalle troppe critiche, ha chiesto la chiusura di un blog a lui dedicato.

Questo sito, al di là del titolo indubbiamente un pò forte (www.mastellatiodio.blogspot.com), esprime solo legittime critiche verso la casta dei politici che, oramai, sono sulla bocca di tutti.

Staremo a vedere se sarà oscurato.

venerdì, ottobre 05, 2007

Per la rivista “Civiltà cattolica”, il governo Prodi è insufficiente sulla giustizia.


(AGI) - CdV, 4 ott. - “I due maggiori problemi della Giustizia in Italia sono la celerita’ dei processi e la certezza della pena”.

In un anno e mezzo “il Governo e’ riuscito a condurre in porto l’indulto e la riforma dell’ordinamento giudiziario: puo’ sembrare molto, secondo una visione realistica della situazione politica. Ma, nei fatti, i cittadini rimangono in attesa che questi problemi vengano affrontati e risolti”.

Lo scrive "Civilta’ Cattolica" che fa il punto sui problemi irrisolti e sui provvedimenti presi dal Governo “in tema di giustizia”.

Secondo la rivista dei gesuiti, la riforma dell’ordinamento giudiziario “incide solo indirettamente” sulle questione che stanno piu’ a cuore alla popolazione mentre “si teme che la discussione dei provvedimenti finanziari blocchera’ per tre mesi l’approvazione di ogni misura importante”.

“Fra l’altro - conclude l’articolo - anche il ministro Mastella aveva ritenuto necessaria la riconsiderazione dei termini di prescrizione previsti dalla cosiddetta legge ex Cirielli, che appaiono alla maggioranza degli operatori del diritto del tutto inadeguati rispetto alla lunghezza degli attuali tempi processuali”. (AGI)

Il problema di sempre di tutti i politici.

In mancanza di meglio, gli avvocati si danno...al cabaret!

Il caso Wanna Marchi diventa un musical, o meglio: uno Show-processo a teatro, che è stato ideato da un'associazione di avvocati.

Lo spettacolo, chiamato «Teletruffa alla crema», debutterà all'Ambra Jovinelli di Roma il 3 dicembre prossimo.

Un televisore che nel secondo atto diventa una prigione. E dietro le sbarre c'è Anna Sarchi, alter ego teatrale di Wanna Marchi, protagonista di uno dei casi giudiziari che più hanno tenuto banco negli ultimi anni. Ispirandosi all'ascesa e caduta dell'ex regina delle alghe, l'associazione «Avvocati in scena» ha realizzato «Teletruffa alla crema», un musical che debutterà all'Ambra Jovinelli il 3 dicembre.

Vanna Marchi e la figlia, Stefania Nobile, condannate a dieci anni in primo grado e in attesa del processo d'appello, avrebbero voluto recitare nel ruolo di se stesse, ma il presidente dell'associazione, il penalista Fabrizio Gallo, è disposto soltanto a invitarle come spettatrici. Chissà se accetteranno.

«La richiesta della signora e della figlia non era assurda, visto che sono parti in causa», osserva il difensore delle imputate, Liborio Cataliotti. La televenditrice tace, ma affida un messaggio al suo legale: «Non essendo stata coinvolta, mi riservo di verificare se è stato leso qualche mio diritto».

Sul palco ci saranno 15 avvocati, ma nella vita reale indossano la toga anche le coreografe Sarah Masato e Alessandra Villanucci. E Andrea Ricci, tecnico dell'audio e delle luci, è praticante in uno studio legale.

Insomma, a parte la sceneggiatura scritta da una professionista, Alessandra Arcuri, la compagnia (in 90 minuti e con 16 canzoni) si cimenterà in una storia che le è familiare.

«Ovviamente non è un caso — spiega Gallo, regista del musical —. Volevamo rappresentare un caso giudiziario proprio perché siamo avvocati. La scelta è caduta su Wanna Marchi perché è una vicenda su cui si può ironizzare. Avevamo pensato anche a Cogne, ma non si può fare del sarcasmo sull'omicidio di un bambino». Sarà infatti «un'interpretazione in chiave un po' comica», promette Rossella Allamprese, l'Anna Sarchi dello spettacolo, civilista ma anche cantante jazz e attrice.

Al centro della storia, le sventure di Sofia (Alessandra Arcuri), una casalinga squattrinata (e un po' disperata) che si lascia irretire dalle promesse della televenditrice e della figlia, Serena Mobile (Daniela Garbarino).

martedì, ottobre 02, 2007

Romano.....per favore vai via!


TRISTEZZA

Romano

per favore va via

tanto tu in casa mia

no, non entrerai mai.


Romano

sei piu triste perfino

di Pierino Fassino

stai lontano perchè

c'è tanta gente che non ti può soffrire

e se ti vede piange un pò

invece io voglio vivere e cantare

e non guardar Ballarò.


Romano

non hai proprio carisma

chiedi tutto a Nomisma

Per saper cosa far.


Romano

metti malinconia

neanche un po’di ironia

la tristezza sei tu.

lunedì, ottobre 01, 2007

Il Programma della V Conferenza Nazionale dell'Avvocatura.

Esami Avvocato 2007/2008: a Salerno la Commissione sarà presieduta dal Sen. Pinto?

A quanto pare il COA di Salerno avrebbe deciso di nominare il Senatore Michele Pinto, quale prossimo Presidente della Commissione d'Esame per l'abilitazione alla professione d'avvocato, presso la Corte d'Appello di Salerno (sessione 2007/2008).

Nato il 2 gennaio 1931 a Teggiano (Salerno), Avvocato penalista, il Senatore Michele Pinto, più volte parlamentare, è stato Ministro dell’agricoltura nel I Governo Prodi, dal 18 maggio 1996 al 20 ottobre 1998

Ha anche legato il proprio nome alla legge 24 marzo 2001, n. 89, recante “Misure per l' accelerazione dei giudizi e previsione di equa riparazione in caso di violazione del " termine ragionevole del processo” (detta appunto legge Pinto).